RUGGINE

Italia 2011, Regia: Daniele Gaglianone, Soggetto: Tratto dal romanzo ‘Ruggine’ di Stefano Massaron edito da Einaudi, Sceneggiatura:Giaime Alonge, Daniele Gaglianone, Alessandro Scippa, Cast: Filippo Timi, Valerio Mastandrea, Stefano Accorsi, Valeria Solarino, Giampaolo Stella, Giuseppe Furlò, Giulia Coccellato, Anita Kravos, Pietro Casella, Francesco Latarulo, Musiche: Evandro Fornasier, Walter Magri, Massimo Miride, Distribuzione: Fandango, Al cinema dal 9 settembre.

Parte come una dannatamente bella fiaba metafisica nel ventre della balena, o alveare fatto di ruggine e polvere, regno indiscusso dell’infanzia di case di barriera.

Il piccolo Sandro e la piccola Cinzia provano uno dinnanzi all’altra un sentimento che è difficile descrivere, sanno solo che durerà per sempre.
Ma no, non durerà.
Animali troppo liberi per vivere qui.
In una terra di confine, dove i bambini sono liberi, quasi felici nella polverosa e arrugginita periferia di una città del nord (Torino?) alla fine degli anni ’70, un qualcosa di abominevole si insinua ed invade il loro alveare, qualcosa che porterà la consapevolezza, il dolore della crescita e la morte.
L’orco, incarnato dal Dottor Boldrini, pediatra.

Filippo Timi, guarda ed incarna a grandi incarnazioni del “mostro” del cinema, La morte corre sul fiume di Laughton, ma meno “fascinoso” di Robert Mitchum, Nosferatu di Murneau, nella sua straziante e agghiacciante fissità, Timi giganteggia, ed è davvero capitale vederlo incarnare una entità così indescrivibile.

La colonna sonora (Evandro Fornasier, Walter Magri, Massimo Miride) e più in generale i rumori e i suoni di tutta la pellicola, raggiungono livelli di maestria tecnico/artistica rarissimamente raggiunti dalle nostre italiche produzioni, qui il ferro, la ruggine e il contorcersi delle lamiere sono echi e incarnazioni strazianti di quello che vediamo, si fondono con la musica e la musica si fonde senza soluzione di continuità in essi, ne veniamo inghiottiti letteralmente come i bambini, anzi, grazie al lavoro davvero notevole dello studio di registrazione, quello che immaginiamo (con la mente) lo vediamo grazie a quello che sentiamo nella colonna sonora, siamo tutti in questa pellicola negli alveari di ferro e ruggine usati dai bambini.

Solo in fase di sceneggiatura la parte dedicata ai bambini diventati adulti (interpretati da Solarino, Mastandrea, Accorsi) non è particolarmente riuscita, non tanto per quello che dice o fa vedere in sé, ma per come lo dice.

Accorsi e il figlio mentre giocano con il drago, davvero ripetitivi e altisonanti, e soprattutto la Solarino e la sua rissa verbale con gli insegnanti con tendenze pedofile/maiale represse è troppo “telecomandata”, “tagliata con l’accetta”… o tutti buoni o tutti cattivi… non viene messa in discussione quella leggera sospensione dell’incredulità, quella sostanza eterea di cui è fatta la polvere che si alza dalla ruggine, sostanza di cui (in parte) è fatto questo film.

Quello che prova a fare la sceneggiatura è mettere a confronto la cultura del basso popolo il più delle volte meridionale nei casoni/caserme delle periferie delle città del nord, e la popolazione che ha studiato, o meglio, quella figlia di qualcuno, si potrebbe dire con una sola frase insomma “i figli di chi è qualcuno e di chi non lo sarà mai…” citando il buon Giovanni Lindo Ferretti scelto come colonna sonora da un altro film di prepotente rottura che era di Ferrario (Tutti giù per terra).
E non è un caso che sia il personaggio di Mastandrea a pontificare, peraltro molto lucidamente e disperatamente solo, sulle reali possibilità nella vita di chi nasce in quei casoni.

In questa pellicola però il punto della situazione sembra si trasli lievemente verso una colpa atavica della popolazione del nord sfruttatrice e tutta appartenente alla classe dei professionisti che sfrutta la povera classe meridionale (rappresentata, incarnata da Filippo Timi “dottorone” del nord).

Davvero pochi, hanno seguito invece negli anni la strada di molti di “quei” meridionali che a volte, e ripeto a volte, hanno preso anche dei ruoli importanti, strategici, di prestigio per motivi famigliari o di una natura ancora non ben identificata e diventati (se possibile) ancora più gretti, inumani e sfruttatori dei loro predecessori. Guardare i cognomi per credere.
Insomma anche il nord aveva i suoi figli di operai che “non sono stati mai”, e ne è stato pieno, come ne è pieno ora, ma questi però a nessuno pare interessino.

La regia affonda e si innalza come la polvere, immanente, che tutto permea, notevoli le scelte di “doppia visione” registica quando i bambini osservano il Dottor Boldrini mentre in un campo con i calzoni ancora abbassati tiene un comizio nazista tra sé e sé, mentre in macchina ha il piccolo cadavere della amica del gruppo, e la visione di Boldrini che accorgendosi dei bambini che lo stanno osservando da un po’, si rimette in macchina parlando disperatamente con il corpicino ormai defunto della bambina (sempre e comunque in un terribile, implacabile fuori campo).

Questo film è dannatamente bello, non riuscito perfettamente, ma dannatamente bello, una pellicola di cui il nostro cinema italiano ha fottutamente bisogno, bisognerà vedere se alcune “coppole di minchia” come direbbe il piccolo Carmine, se ne accorgeranno.

Ma forse non è così importante che ciò accada, andatelo a vedere comunque, indipendentemente da quello che avete letto qui e (soprattutto) altrove, sarete trascinati nel ventre rugginoso, polveroso e infantile della balena.

Davide Tarò.

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