THE TREE OF LIFE

Usa 2011, Regia e sceneggiatura: Terence Malick, Cast: Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain, Jackson Hurst, Dalip Singh, Hunter McCracken, Tye Sheridan, Musiche: Alexandre Desplat, Direttore delle luci: Emmanuel Lubezki, 138 minuti, Distribuzione: Fox Searchlight Pictures, Distribuzione Italiana: 01 distribution, Palma D’Oro a Cannes 2011.

“Mamma, papà, voi siete e sarete sempre in lotta dentro di me…”
La via della grazia e la via della natura, due flussi divergenti appartenenti indissolubilmente ad ogni essere umano, qualsiasi persona deve decidere quale via percorrere di queste nella vita.
La natura basta a sé stessa, vuole essere venerata, seguita, mentre la grazia viene molto spesso calpestata e sa perdonare beneficamente perché sa amare incondizionatamente (il vero “dono divino” dell’universo).
Non c’è alcunché di prettamente religioso in questo però, soltanto una laica sacralità irresistibilmente cinematografica di cui sono pregne le (poche e preziose) pellicole di Malick
La storia di questa pellicola maelstrom riguarda un ragazzino di undici anni di nome Jack in un Midwest degli anni cinquanta che ricorda per arcane armonie neanche troppo nascoste il Maine Kinghiano del film di Reiner, ‘Stand by me’, soprattutto per la perdita famigliare ammantata di glorioso arcaismo e del tema della memoria.
I volti e gli sguardi, il modo di muoversi lungo tutto lo schermo che dura una vita, la bellezza ancestrale dei giovanissimi Hunter McCracken (il giovane Jack) e Tye Sheridan (Steve) sono il cuore pulsante del regista, quel piccolo cuore pulsante da tenere caro e prezioso.
La sua famiglia è composta da padre e madre, uno incarnazione della natura, l’altra della grazia.
Due fratelli più piccoli a fare da contorno alla storia, di cui uno (un’altra incarnazione della grazia da cui ha preso dalla madre) morirà lasciando un incolmabile vuoto e facendo capire al ragazzo che cosa siano la vita e la morte.
Molti anni dopo, lo stesso ragazzo ormai uomo, intuisce finalmente quella Grazia soltanto sempre scorta fugacemente e con invidia negli occhi e nella vita della madre, forse troppo tardi.
Tutto questo basta?
No, c’è un altro film dentro questo, uno sviluppo di un progetto che doveva riguardare “la creazione e la fine dell’universo, tra documentario e fantascienza non connesso narrativamente ma per impressioni mimetico visive” , quando vennero girate nel 2009 delle scene con dei dinosauri che combattevano e raggiungevano uno stato di grazia ‘ante literam’. Mike Fink, il visual effects artist di questa pellicola e di quelle scene, spergiurava che fossero scene destinate ad un progetto separato che doveva essere successivamente proiettato nelle sale IMAX.
Invece, insieme ad una quantità poetico-ermeneutica di immagini potenti ed ataviche, vengono recuperate tutte le scene e mischiate e montante con la storia di nascite e tragedie della famiglia O’Brien in maniera quasi divina e sovraumana, “un potente film sulla memoria, emozioni, ed il nostro posto nel mondo” come ebbe a dichiarare Dan Glass, il visual effect supervisor della pellicola.
Ne viene un film straripante, copioso come il fiume della vita, generoso e abbacinante.
Diversamente narrato, ma narrativo eccome!
E’ dalla palma d’oro a Cannes del 1973, quelle ’Bad Lands’ del Montana (come le chiamavano gli indiani d’America) conosciute da noi come un più Truffautiano ‘La Rabbia Giovane’ , che la Grazia e la natura fanno capolino nei film di Malick, per continuare negli anni ’10 del secolo scorso per ‘I Giorni del cielo’ (1978), per fuoriuscire nella seconda guerra mondiale a Guadalcanal ne ‘La Sottile Linea Rossa’ (1998) per arrivare all’inizio seicento con la Grazia incarnata nella principessa Pocahontas e la natura nascosta nel colono John Smith di ‘Il Nuovo Mondo’ (2005).
Questo film mette tutto “in chiaro”, o meglio sotto la lente di ingrandimento della propria sensibilità e dei propri ricordi ad uso e consumo dell’umanità intera.
Malick perse un fratello, molti anni di inattività cinematografica furono il risultato della tragedia.
Douglas Trumbull, responsabile degli effetti visivi di ‘2001 Odissea nello spazio’ di Kubrick e ‘Blade Runner’ di Ridley Scott, è della partita, facendo scrivere fiumi di inchiostro (e di byte) su una supposta (anche comprensibile e condivisibile) fratellanza (citazione e negazione allo stato dell’arte) tra questo film di Malick e il capolavoro conosciuto ogni dove di Kubrick.
Quale gloria, quale fatica rialzarsi e piangere dopo essere caduti, le sfere universali rispondono al piccolo essere umano con un ‘la Lacrimosa del requiem di Preisner’, genialmente udito nel film, quale gioia immensa nel provare finalmente, ancora una volta, ad essere profondamente ed indicibilmente umani…
… Nei ventri materni pieni di Grazia del cinema.

Davide Tarò

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