FINCHERIANA 4 DAVID FINCHER ovvero LA SUPERFICIE “PROFONDA” DEL CINEMA 4

“La parvenza, con il suo luccichio, rappresenta un potere reale, alla cui luce artificiale la realtà sparisce.
Resta una superficie scintillante.
Si dovrebbero vedere i film […] solo in copie di nitrato.
Esse hanno bisogno dell’argento.”

Pag 126, Frieda Grafe, Luce Negli occhi colori nella mente Scritti sul cinema 1961-2000, Cineteca di Bologna/Edizioni le Mani, 2002.

Superficie come lo scorrere del tempo nel cinema:
Il Curioso Caso di Benjamin Button.

Gilles Deleuze nella sua immagine-tempo ci diceva che ogni immagine possiede il suo tempo, la sua durata, la sua vita.
Le immagini in questa pellicola generosa di 166 minuti, anche se non soprattutto le digitali, sono immerse in primi piani di volti, di carne, di rughe e di grinze.
Superfici con riflessi morbidi e dorati che impregnano l’inquadratura, che divengono qualcosa d’altro, che invecchiano.
Un film che fa del divenire, del cambiamento, dell’invecchiamento/ringiovanimento il suo punto focale, immagine di un prezioso attimo che va vissuto per come è.
Questa pellicola, con i volti e i corpi in primo piano “trasudanti luce superficiale” di Brad Pitt e Cate Blanchett, per la sceneggiatura di Eric Roth, già visto nel capitale Forrest Gump di uno dei massimi grandi del cinema moderno quali Robert Zemeckis, fissa un obiettivo, uno scopo ed una scelta estetica.
Questa pellicola è uno specchio del tempo, una superficie, una inquadratura ravvicinata su di esso, come nella scena finale in cui l’uragano ‘Katrina’ e i fiumi in piena inondano il vecchio orologio della stazione che và al contrario da quasi un secolo, voluto all’inizio del 900 da un padre che, così facendo, sperava di far tornare indietro il tempo per far “tornare in vita” il figlio morto in guerra.
E la pellicola fa proprio questo, è un ‘rewind’ assoluto, come nella capitale scena dei soldati in battaglia che corrono all’indietro, e quindi invece di cadere sotto i colpi nemici, risorgono, o meglio, vengono fatti risorgere grottescamente, riavvolgendo macabramente all’indietro l’intera scena.
Il curioso caso di Benjamin Button è questo, una intera vita in riavvolgimento perpetuo, con il finale e la meta uguali per tutti, con percorso inverso, e un regista che lo rappresenta tramite l’uso “profondo” delle superfici, quali vetri di orologi, specchi, acqua.
Tutti elementi questi atti a riflettere superfici.
Il tempo è una superficie.
Il tempo è la Superficie Suprema del cinema.

Un uso del cinema profondamente debitore di quello delle origini.
L’intera cinematografia di Fincher potrebbe essere ben racchiusa in questa illuminante definizione, data per il film su Benjamin Button:

“Una collezione di dagherrotipi, perfettamente conservata, nella soffitta dove il sole incendia il pulviscolo al tramonto1”

Controluci in superfici di nitrato.

Fine Quarta superficie.

Davide Tarò.

1 Mario Sesti , Il Curioso Caso di Benjamin Button recensione, in Film Tv l’unico settimanale di cinema n°6 anno 17, pag 10.

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