Another Year

Con Another Year Mike Leigh appende un altro inteso ritratto sociale alla galleria che da anni definisce il suo personalissimo percorso cinematografico, navigando in acque sicure. Si apre sui volti “rassicuranti” di due eroine del sessantottenne regista britannico, falsa partenza in media res con la paziente insonne e depressa Janet (Imelda Staunton, verace musa in Vera Drake) che rifiuta ottusamente l’aiuto della dottoressa Tanya (Michele Austin, già protagonista del celeberrimo Segreti e Bugie) in una delle sequenze meglio dirette dell’intera pellicola: uno scambio di mezze confidenze sussurrato e complice tra due donne appartenenti a due universi che sembrano molto lontani, un’immagine tipica del cinema di Leigh. Nonostante il resto del film non mantenga mai lo stesso livello di costruzione drammatica di questa prima scena – ridimensionando di lì a poco i ruoli di queste “veterane” a poco più che eleganti cammei – tuttavia praticamente l’intero cast di Another Year annovera tra i suoi protagonisti molte delle professionalità più ricorrenti nella filmografia di Leigh, rimarcando un’imbastitura che sembra inserire quest’ultima fatica all’interno di un discorso artistico molto più ampio.

La storia di Tom e Gerri Hepple (i meravigliosi Jim Broadbent e Ruth Sheen) è una di quelle alchimie amorose tanto perfette quanto irritanti: il loro matrimonio è immune agli effetti del tempo, mentre attorno tutti gli affetti sembrano crollare sotto il peso dell’età il loro legame ringiovanisce con lo scorrere delle stagioni, ergendoli a punto di riferimento per amici a familiari. Si percepisce in fretta che Another Year è un film spiccatamente “recitato”, raffinato dalle vigorose interpretazioni dei suoi protagonisti e affidato quasi interamente ad una messinscena molto teatrale, che tende a sostenersi sulla ricca sceneggiatura del cineasta e sulla fotografia di Dick Pope – capace di catturare umoralmente l’alternarsi delle stagioni londinesi. Eppure, sebbene Leigh riesca a restituire a tratti un’analisi anche feroce del confronto con la terza età – davvero struggente il personaggio di Mary, una fragilissima Lesley Manville – perlopiù la pellicola non si discosta molto da altre raffigurazioni del genere, seminando una serie piuttosto infinita di risvolti diegetici che tuttavia non trovano una vera direzione drammatica ma piuttosto si chiudono in un finale (volutamente?) sospeso. Sul palcoscenico della borghesia britannica il dramma di una generazione passata troppo in fretta dalla spensieratezza giovanile al peso di un’anzianità opulente e sottilmente disperata, che vede scorrere da lontano le assurdità dei tempi moderni senza mai riuscire a decodificarle veramente: finché ad un certo punto gli anni si succedono senza accorgersene e tutto resta più o meno lo stesso. Le quattro stagioni della senilità, secondo Mike Leigh.

Massimo Pornale

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