The King’s Speech (il discorso del re)

di Tom Hooper

The King’s Speech è una biografia asciutta e scorrevole che s’impone grazie ad un miracolo di attori in stato di grazia e ad una regia illuminata ed equilibrata: non una sbavatura, non una scena di troppo, nemmeno un minuto di noia per una storia – quella di un sovrano affetto da invalidanti balbuzie che cerca aiuto in un ex attore di teatro per risolvere il suo poco regale difetto – che facilmente in altre mani avrebbe potuto sbrodolare in un pasticcio dai contorni risibili.

Tom Hooper è un regista britannico che ha un solida e brillante formazione televisiva e, nonostante la giovane età (38 anni), una carriera di riconoscimenti da entrambe le sponde dell’atlantico: il debutto sul grande schermo avviene senza clamore nel 2004 quando dirige Hillary Swank in Red Dust, un’avvocatessa in difesa di un parlamentare sudafricano seviziato ai tempi dell’apartheid. Ma il cineasta non trascura a lungo il suo naturale talento per la serialità, sue sono le collaborazioni con la Bbc per alcuni storici episodi della soap Eastenders e a seguire ancora sul piccolo schermo nel 2005 nella pluripremiata miniserie Elizabeth I per Hbo, con una straordinaria Hellen Mirren negli angusti panni della sovrana britannica. Il suo stile al servizio dell’impronta attoriale si fa riconoscere per una distintiva immediatezza e forza descrittiva, in particolare per la predilezione a raccontare in immagini i ritratti più o meno autorizzati dei suoi illustri protagonisti: sacro e profano, non a caso il suo secondo lungometraggio per il cinema The Damned United (2009) celebra a suo modo i 44 giorni da allenatore sulla panchina dei Leeds United dell’incontenibile ex calciatore Brian Clough (Michael Sheen). Ma è con The King’s Speech – da un’impeccabile script di David Seidler – che Tom Hooper è baciato da critica e pubblico, sommerso di riconoscimenti e in lizza per strappare uno ad uno dalle mani di David Fincher e del suo The Social Network tutti i possibili Oscar all’imminente cerimonia hollywoodiana: per quanto ciò possa valere, il merito è certamente di una pellicola che è riuscita a coniugare gusti molto divergenti e di una storia che nonostante la sua disarmante semplicità sa spingersi oltre i confini della mera biografia.

Siamo in Inghilterra, anni ‘30 dello scorso secolo. Il principe Alberto duca di York (Colin Firth) soffre fin da tenera età di una disabilitante forma di balbuzie, che lo condiziona all’imbarazzo in ogni sua apparizione pubblica: quando il re Giorgio V muore e suo fratello Edoardo VIII (Guy Pierce) si vede costretto ad abdicare per seguire la sua passione illegittima per la divorziata Wallis Simpson, “Bertie” viene a sua volta incoronato re col nome di Giorgio VI. I venti di guerra contro la Germania soffiano minacciosi sul paese e la casa reale ha bisogno di un monarca capace di rappresentare una guida stabile agli occhi dei suoi sudditi: il nuovo sovrano capisce di dover risolvere il suo difetto a tutti i costi e con l’aiuto della consorte Elisabetta (Helena Bonham Carter) entra in contatto con l’eccentrico specialista Logue (Geoffrey Rush) che promette di guarirlo a patto che Bertie accetti di lasciarsi andare ai suoi bizzarri metodi e si liberi dai fardelli che lo perseguitano da anni.

La sceneggiatura di Sam Seidler evita brillantemente di mascherarsi troppo dietro un’improbabile empatia per un uomo privilegiato e nemmeno troppo simpatico, dribblando piuttosto verso gli assunti più forti della trama: a ben vedere infatti The King’s Speech è innanzitutto un film sull’amicizia, sul valore e la forza che questo tipo di legame può portare a due mondi tra di loro apparentemente inconciliabili. Il rapporto tra Bertie – anello debole della famiglia reale destinato per sorte ad assurgere ad un ruolo che non aveva mai realmente desiderato – e l’australiano Logue – attore shakespeariano fallito che sfrutta la sua esperienza per insegnare dizione e logopedia – è uno di quei soggetti che si sposa con la letteratura di ogni genere: l’umile che s’erge a maestro del grande, una contaminazione di classe e stato sociale ricca di possibilità drammaturgiche e soprattutto comiche. La pellicola si distingue proprio per l’armonia che sa costruire tra i suoi elementi più dissacranti e quelli più tragici, attraverso una scrittura intelligente e vivace: Hopper poi conferisce alla gestione degli spazi scenici (merito anche delle belle scenografie di Eve Stewart) una dimensione ritmica briosa seppur di forte impatto drammatico, la sua è una direzione paradossalmente poco televisiva – eccezion fatta per gli insistenti primi piani su Colin Firth che ben rendono tuttavia la tensione di alcune sequenze.
Capitolo finale per l’immenso, travolgente cast artistico che magnetizza l’intero film. Colin Firth è viscerale, perfetto, penetrante, divertente: non una parola in più per descrivere una delle migliori interpretazioni dell’anno, una delle più sentite della sua carriera. Per non parlare di Geoffrey Rush, sottile e ironico come non mai, Virgilio e grillo parlante del monarca in crisi; Helena Bonham Carter nuovamente in un ruolo che ricorda ed esalta tutte quelle doti che l’annoverano tra le più radiose attrici inglesi della sua generazione; ma è realmente tutto l’ensemble di brillanti interpretazioni (e la loro direzione) che far risplendere il film e gli regala quella eleganza che lo distingue.

Due ore di cinema divertente, ben diretto e recitato sublimemente: ed anche con Hitler già alle porte, cosa si potrebbe chiedere di più a Tom Hooper?

Massimo Pornale

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