Winter’s Bone [ anteprima ]

Ree Dolly (Jennifer Lawrence) ha diciassette anni e vive con i due fratelli minori e la madre, incapace di intendere e volere, nella povertà rurale delle Ozarks, Stati Uniti centrali: cresciuta troppo in fretta, la ragazza deve imparare a convivere con le regole della comunità locale, sconvolta e dominata dal sotterraneo racket della produzione di metanfetamine. La ricerca del padre scomparso, maestro fabbricante di “cristalli”, la costringerà a confrontarsi fisicamente con lo squallore che la circonda per difendere l’integrità e la sopravvivenza della sua stessa famiglia.

Come la malinconica melodia di una ballata country e un biglietto di sola andata per l’America più miserabile, emarginata e dimenticata: Winter’s Bone è un affresco livido di una comunità come tante che vive nello stomaco di un paese ipertrofizzato dalle sue infinite contraddizioni, sempre uguale a se stesso, primordiale nella quotidiana lotta per la sopravvivenza che milioni di suoi cittadini si vedono costretti a combattere. Sotto attacco martellante ai più elementari diritti esistenziali, privati di ogni becera prospettiva di riscatto sociale e impantanati in un inferno di illegalità e povertà di cui sembra impossibile eluderne i gironi. La famiglia diventa l’ unica e inossidabile speranza a cui avvinghiarsi in questi luoghi di smarrimento incontrollato, ricchezza da difendere con ogni mezzo, lecito o meno.

Grazie ad un ventaglio di personaggi scolpiti con grande incisività Winter’s Bone non lascia tregua all’immaginazione, colpendo senza ipocrisie come la gelida realtà che denuncia: protagonisti lacerati da una quotidianità aberrante, quanto in definitiva non così lontana. Magnifica l’abilità dell’intero cast corale di scavare a fondo tra le più sordide dinamiche che regnano su questa comunità contadina, attraverso un efficacissimo lavoro sui gerghi, gli accenti, le movenze, le asprezze. Jennifer Lawrence conquista il suo primo ruolo da protagonista con un’autorevolezza impressionante, offrendo un’interpretazione sincera e potente: la sua Ree possiede quella stoica saldezza da capofamiglia in grado di nascondere un’indefinibile amabilità, come quando insegna ai propri fratellini in che modo difendersi dalla vita imbracciando a dovere un paio di fucili e prendendo bene la mira. Un grande plauso a John Hawkes, terribilmente acuto nel ruolo del duro e puro zio Teardrop.

La regista Debra Granik lavora di asciuttezza, togliendo laddove necessario ne guadagna in incisività il soggetto (adattato da un romanzo di Daniel Woodrell ): la sua è una linea tagliente arricchita da una serrata tensione che deborda in ogni scena innescando un senso di costante pericolo. Siamo in territorio prettamente indipendente, aldilà di ogni abuso del termine: l’occhio scarno della cineasta si esprime in campi medio/lunghi e piani americani perfettamente in sintonia con l’ambientazione “di confine” del film. Come in un western moderno e allucinante, il carattere locale del discorso si fa tema universale.

Winter’s Bone ci insegna che quando un incubo finisce il ritorno a qualsivoglia “normalità” può sempre svelare un insolito lieto fine: un vecchio banjo, l’abbraccio dei propri affetti e la certezza che tutto sarà ancora come prima. A volte basta.

Massimo Pornale

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