Never Let Me Go / Non Lasciarmi | Mark Romanek [ anteprima ]

Negli anni ‘90 dello scorso secolo Mark Romanek fu tra quei prolifici registi che contribuirono a rivoluzionare i canoni dell’industria musicale e televisiva attraverso un’esplosione di videoclip artistici, genialate di marketing globalizzato. Il suo lavoro annovera a tutt’oggi collaborazioni con in più importanti nomi dello show business, distinguibile per uno stile eclettico e patinato: tra i più celebri video quelli per Madonna, Bowie, R.E.M., Michael Jackson, Nine Inch Nails, Red Hot Chili Peppers, Coldplay, solo per citarne alcuni. Nel 2002 il suo primo lungometraggio per il grande schermo One Hour Photo, con un insolito Robin Williams nei panni di un ossessivo commesso di un laboratorio fotografico, ma non convinse quasi nessuno riuscendo a scontentare pubblico e critica. In seguito a questo infelice esordio, Romanek ci ha messo ben otto anni prima di valutare quale sarebbe stata la sua seconda fatica, rifiutando alcuni progetti e scegliendo infine la trasposizione cinematografica del bestseller di Kazuo Ishiguro Never Let Me Go: l’esisto di questa lunga gestazione è un dramma distopico, delicato ma penetrante, la cui potenza si esprime tutta attraverso l’incredibile direzione degli elementi che lo compongono.

Sarebbe piuttosto fuorviante rivelare la sinossi di Never Let Me Go – la fama del romanzo da cui è tratto probabilmente non lo rende nemmeno necessario – basti sapere che la pellicola è incentrata sulla storia di tre amici, sulla loro crescita ed educazione a divenire particolarissime pedine in un universo orwelliano, di cui appena riusciamo ad immaginarne i perversi confini. L’acutezza della trama sta proprio nel saldare l’ossatura di un infinito narrativo attraverso le vicende particolari dei suoi tre personaggi principali: Kathy (Carey Mulligan), Tommy (Andrew Garfield) e Ruth (Keira Knightley) sono infatti il fulcro descrittivo attorno al quale il film riesce a trasmettere con incredibile soavità il peso di intere esistenze votate al supplizio, al sacrificio umano e psicologico. Il tema fantapolitico si inserisce così sottilmente nella storia che si potrebbe far fatica a discernerlo dallo sviluppo del racconto di formazione di questi tre bambini, rinchiusi in un istituto inglese negli anni ‘50: le lezioni, i giochi, i primi turbamenti amorosi, le amicizie, le invidie, la verità. Celare l’inimmaginabile dietro una straordinaria caratterizzazione umana della quotidianità, laddove di umano ci sarebbe ben poco: le loro esistenze sono corpi ad orologeria, creati e coltivati in cattività, non è lecito vivere le proprie emozioni se non per il misero ruolo a cui si è destinati.

A fortificare l’efficace lettura di Romanek un assetto tecnico di altissimo livello, tra cui spiccano l’asciutta sceneggiatura di Alex Garland e il lavoro di Adam Kimmel alla fotografia, capace di infondere alla pellicola quell’atmosfera estremamente corporea che la contraddistingue. In primo piano quindi l’ottimo cast che di per sé reggerebbe praticamente tutto il film: Garfield e la Knightley sono perfetti comprimari, quest’ultima particolarmente gradita in un ruolo qui dissimile da quelli a cui ci aveva sinora abituati. Tuttavia a primeggiare è chiaramente l’interpretazione di Carey Mulligan, che ancora una volta si porta a casa (e a mani basse) una performance a dir poco impeccabile: la nobiltà con cui ha saputo definire il suo personaggio vive tutta nell’unicità espressiva di questa attrice, già una delle migliori conferme della sua generazione. Senza nominare il resto del cast artistico, tra cui spiccanno Charlotte Rampling e Sally Hawkins.

A prescindere dal confronto letterario con il testo a cui s’ispira, il ritorno di Mark Romanek sorprende per la grazia e la sottigliezza con cui sia riuscito a raccontare una tragedia d’alienazione disarmante attraverso i gangli drammaturgici dei sentimenti.
Scusate se è poco.

http://www.youtube.com/watch?v=kymQcM4ej3w

Massimo Pornale

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