HEREAFTER

“Hereafter”, USA 2010, Thriller, Regia: Clint Eastwood, Sceneggiatura: Peter Morgan, Durata: 129 minuti. Interpreti: Matt Damon, Cécile de France, Bryce Dallas Howard, Frankie e George McLaren, Thierry Neuvic, Richard Kind, Jay Mohr, Derek Jacobi, Fotografia: Tom Stern, Montaggio: Joel Cox, Gary D. Roach, Musica: Clint Eastwood, Scenografia: James J. Murakami, Produzione: Clint Eastwood, Kathleen Kennedy, Steven Spielberg, Frank Marshall, Distribuzione: Warner Bros Pictures Italia. In uscita nei cinema italiani il 05/01/2011.

Il nuovo film di Clint Eastwood, presentato in anteprima al 28° Torino Film Festival sabato 04/12/2010, è una riflessione sull’esperienza della morte, vissuta in presa diretta o in differita e/o per interposta persona, e su come la stessa possa creare o rivelare legami e nessi tra cose e individualità, siano essi dovuti al Caso o al Destino. Tre vicende diverse e separate che confluiscono, alla fine del film, in uno scenario unico; tre identità, tre città differenti: a Parigi Marie, giornalista francese giovane, famosa ed emancipata; a San Francisco George, operaio ma, in precedenza, di professione sensitivo, convertito ad una vita di consuetudini e opacità, dovuta al teso ma irrisolto tentativo di rimuovere il dolore causato dalle esperienze “soprannaturali”; a Londra il piccolo Marcus che vivrà un terribile evento di perdita di una persona molto amata. L’inizio del film, così rassicurante nel rappresentare una giovane coppia in vacanza, in camera d’albergo, vira presto verso il tragico con la deflagrazione dello tsunami, motore del radicale seppure graduale cambiamento psicologico ed emotivo della protagonista e filo rosso da cui avranno inizio le vicende di tutti i personaggi.

L’esperienza della morte è un’esperienza epifanica: rivelatrice, da un lato, di un mondo “altro” in cui confluiscono le anime (buone?) dei defunti, dall’altro, di una casualità degli eventi e, allo stesso tempo, di una comunanza dei destini. Alla fine, la morte stessa diventa delineatrice e rivelatrice di un legame “elettivo” (che sostituisce quello similare ma perduto tra i fratellini, creando una simmetria significativa), fautrice del riconoscimento dell’anima gemella. La Morte, dunque, è, ambiguamente, il Destino?

I personaggi, però, protagonisti e comprimari, sono modellati sui soliti modelli stereotipati, un po’ manichei, secondo la consueta prospettiva hollywoodiana; il film, pur ponendo interrogativi interessanti ed evocativi, non si sposta mai davvero dall’asse del vago e, pur ricercando un lirismo efficace non lo raggiunge mai veramente. Manca, inoltre, un reale equilibrio d’insieme: alcune scene risultano inutilmente prolisse come quella tra George e l’amica del corso di cucina, a casa di lui. Ottima l’interpretazione di Marie de France e ben dosata quella di Matt Demon, la cui fissità rende bene l’annichilimento del personaggio.

Film comunque da vedere.

Barbara Voltani

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