Inception

L’abisso iconologico di un autore all’apice della sua carriera, che con un atto d’incommensurabile generosità creativa sceglie di investire l’enorme potere conferitogli dal successo planetario al servizio di una visione cinematografica evidentemente coltivata e perseguita da anni. Inception: ciò che più affascina lo spettatore dell’ultima pellicola di Christopher Nolan, è infatti la sintonia davvero unica – già in parte sperimentata nel radicamento post – blockbuster de Il cavaliere oscuro – nel farsi al contempo prodotto industriale di massa (con tutte le coniugazioni che questa accezione può assumere nel mercato distributivo contemporaneo) e svolgimento narrativo incredibilmente alto e stratificato. La sensazione è quella di affidarsi per quasi due ore e mezza alle esperte mani di un burattinaio del grande schermo che conosce a tal punto l’arte del suo mestiere e della sua posizione, da permettersi di plasmare e spingere al limite molte delle regole più canoniche dello spettacolo cinematografico, con una lucidità invidiabile e senza mai dimenticare una spiccata attitudine commerciale.

Impossibile, e piuttosto ingrato, sarebbe tentare di semplificare la trama di Inception. Ciò che probabilmente già si sa, grazie ad un abusato pettegolezzo giornalistico o al dovuto passaparola, sarebbe più che sufficiente ad avvicinarvisi: si parla di sogni, o meglio il film sembra parlare al suo pubblico attraverso un sogno, utilizzandone ogni codice e linguaggio endemico. Richiamandosi più o meno consapevolmente all’atavica tradizione letteraria e cinematografica che da sempre fa delle profondità oniriche un referente ideale e privilegiato, Nolan dimostra ancora una volta di possedere lo spessore e ancor di più le doti espositive, per dominare una materia davvero complessa, e insidiosa. Il suo viaggio tra i labirintici incroci del subconscio umano, si dipana attraverso i meccanismi di un thriller fantascientifico, estremizzandone i connotati, ad ogni livello: una regia maestosa, sicura delle proprie potenzialità, ma mai autoreferenziale o gratuita, qui il lavoro del demiurgo si immola completamente alla causa della complicata struttura narrativa. Schivando in conclusione – da qui emerge chiaramente il merito più grande del film – il maggiore rischio di un soggetto del genere: la noia. Inception può infatti sottilmente confondere, giocare e spiazzare il fruitore, forse anche deludere, ma mai stancarne la visione.
Già precedentemente Nolan si era dimostrato affascinato dalle ambigue dicotomie della mente umana, elaborandone più volte i trucchi con ottimi risultati come in Memento o The Prestige, ma in questa pellicola il controllo sulla complessità dell’argomento raggiunge una consapevolezza tale da rivelare una sicurezza mai raggiunta prima, anche nello sviluppo della messinscena.

La spettacolarità di questo blockbuster da 160 milioni di dollari si concretizza attraverso una collana di elementi che agisce perfettamente proprio in funzione della loro equilibrata sinergia. Musiche, direzione degli effetti speciali, fotografia e sceneggiatura, concorrono insieme a garantire un prodotto di grandissima qualità. Al di sopra di tutto, un cast attoriale così armonioso da nascondere quanto effettivamente sia ricco di talenti: l’ormai solida ed efficace presenza di Di Caprio non osa mai offuscare il prezioso lavoro dei suoi comprimari, primo tra tutti Joseph Gordon-Levitt.

Beffardamente, come la trottola del suo protagonista, Christopher Nolan ci fa volteggiare nel limbo che divide il sogno dalla realtà, abbandonaci sopraffatti alle infinite metamorfosi di Morfeo e risvegliandoci infine con la meravigliata sensazione di un viaggio ristoratore.

Massimo Pornale

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