Torino GLBT: 25 anni di “visioni”

…alternative, passionali, eccentriche, o semplicemente “normali”.
Da Sodoma a Hollywood ha festeggiato dal 15 al 22 aprile scorsi il suo più importante genetliaco, celebrando … un glorioso passato fatto di successi che lo hanno reso il terzo festival a tematica più importante al mondo, e inaugurando una nuova stagione per la rassegna stessa. Il direttore Giovanni Minerba, padre orgoglioso del festival inventato a fianco di Ottavio Mai nel 1986, quest’anno ha imposto un segno di discontinuità alla manifestazione, rinnovando quasi completamente lo staff di collaboratori e selezionatori che lo avevano affiancato negli ultimi anni. Una scelta critica, mirata a rinfrescare l’agenda del Torino GLBT Film Festival con un profilo più popolare, aperto al pubblico e ai suoi gusti, a volte più commerciali di talune proiezioni prettamente autoriali a cui si era (ben) abituati.
Per otto giorni protagonista è stata la tradizionale movida che anima da sempre il parterre del Togay: una folla crescente di amici del festival – si è stimato infatti un incremento di pubblico del 15% – ha popolato l’atrio e le sale dei cinema Ambrosio e Ideal, dove venivano proiettati i film del folto programma, regalando in più occasioni il tutto esaurito.

Red carpet d’eccezione per un venticiquennale profumato di glamour, grazie alle star che hanno voluto partecipare alla festa torinese: madrina inaugurale è stata infatti la splendida Claudia Cardinale, icona di eleganza cinematografica, che ha potuto festeggiare eccezionalmente il suo compleanno insieme a quello del festival, presentando al galà di apertura Le Fil, la gradevole pellicola diretta dal regista tunisino Mehdi Ben Attia, di cui è tra i protagonisti.
Sabato 17 aprile il festival si è onorato poi della presenza del grande cineasta statunitense James Ivory, che ha ritirato il premio alla carriera “Dorian Gray” – istituito ad hoc quest’anno e disegnato dallo scultore Ugo Nespolo – davanti alla calorosa e straripante folla accorsa per godersi l’anteprima del suo ultimo lavoro The City of Your Final Destination, vera e propria summa della sua filmografia, ancora senza distributore nel nostro paese.
La selezione ufficiale di questa 25a edizione ha deciso quindi di focalizzare il proprio cineocchio su quelle produzioni che potessero coniugare una tradizionale programmazione festivaliera alle esigenze di un pubblico il più eterogeneo possibile, senza ovviamente trascurare la naturale vocazione della rassegna a ispezionare vigilmente tutte le sfumature del mondo glbt.

Il grande pubblico, si diceva: tra i film in gara nel concorso lungometraggi- evento ancora prima dell’inizio – il brasiliano Do começo ao fim di Aluizio Abranches non ha deluso le aspettative degli organizzatori, catalizzando il tutto esaurito nella prima serata del lunedì, fisiologicamente di “stanca” per i botteghini festivalieri: qualche amarezza tuttavia da parte del nutrito pubblico, che ha accolto con contrastanti reazioni l’attesa anteprima della pellicola, incentrata su una patinata storia d’amore e incesto tra due aitanti fratelli. Gratuito edonismo e scarso approfondimento psicologico.
Non sono tuttavia mancate le “firme autoriali”, sui generis: Morrer como um homem è l’emblematico titolo del ritorno di João Pedro Rodrigues, regista ormai celebre per lo stile aspramente inconfondibile che sa imprimere alle sue pellicole. Ancora una volta infatti la storia – basata sul difficile percorso di autocoscienza di un trans Lisboneta e del suo tormentato amore per un ragazzo tossicodipendente – è solo il pretesto per un’amara analisi dei rapporti umani, scrutata attraverso l’ossessivo obiettivo del cineasta portoghese. Per amanti del genere.

Tempisticamente quasi impossibile, ma fondamentale, districarsi tra le numerose sezioni collaterali del festival: Midnight Madness, una rapida ma simbolica incursione in quel cinema bizzarro, estremo e kitsch che di solito non trova spazio nelle programmazioni; “I venticinque film che ci hanno cambiato la vita”, doverosa carrellata tra le pellicole più significative di questi 25 anni di cinema a tematica; gli Open Eyes, tre omaggi dedicati ad altrettante icone di un cinema altro come la filmaker newyorkese Maria Beatty, la cineasta Patricia Rozema, e la performer portoricana Holly Woodlawn. Un particolare apprezzamento inoltre per la piccola retrospettiva TV e Web, con la presentazione di alcune tra le serie Tv più apprezzate tra cui l’acclamata The Line of Beauty di Sul Dibb, tratta dal romanzo di Alan Hollinghurst e vincitrice del prestigioso Booker Prize, feroce analisi sociale sullo sfondo di un’Inghilterra Thatcheriana.

Fuochi d’artificio finali al gran galà di chiusura: in una frizzante serata di premiazione, condotta da Fabio Canino, l’ospite d’onore è stata la cantante Patty Pravo, che ha colorato la sala grande del cinema Ideal con le note di alcune delle sue più celebri canzoni, accompagnando l’acclamazione dei vincitori di questo 25° Torino Glbt Film Festival: la giuria del concorso lungometraggi, composta da Peter Cameron, Ivan Cotroneo, Eytan Fox, Patricia Rozema e Cesare Petrillo, ha assegnato il Premio Ottavio Mai al miglior lungometraggio (5.000 euro) all’argentina Lucía Puenzo per El Niño Pez e il Premio Speciale della Giuria a El cuarto de Leo (Leo’s Room) dell’uruguaiano Enrique Buchichio. Due film molto diversi ma simili nella capacità di aver saputo catturare con originalità e senza eccessi lo spirito di un percorso, di un’identità, di una vita. All’argentino Adopción di David Lipszyck il Premio Miglior Documentario, al Belgio invece il Premio Miglior Cortometraggio per Vivre ancore un peu… di David Lambert.

Il palmares di quest’anno ha quindi visto la conferma delle produzioni sudamericane come nuovo orizzonte della più recente cinematografia queer, con qualche piacevole eccezione: il premio del pubblico è andato infatti a Children of god, prima pellicola a tematica proveniente dalle Bahamas diretta da Kareem Mortimer, che stimgmatizza piuttosto efficacemente la reotrica omofoba che regna indisturbata nel paese, attraverso la tragica storia d’amore di due ragazzi divisi non solo dal colore della loro pelle, ma da un intero universo culturale. Tralasciando qualche comprensibile leggerezza nella trama, il film ha la particolare capacità di riuscire a incidere con delicatezza il proprio messaggio antiomofobo, incantando con incredibili ambientazioni.
Infine per l’audience il miglior documentario è stato l’intenso Dzi Croquettes dei brasiliani Raphael Alvarez e Tatiana Issa, miglior corto l’italiano La Capretta di Chagall di Silvia Novelli.

Un’edizione che ha saputo rinnovarsi dall’interno dunque, a cui forse sono mancate quelle piccole grandi sorprese che avevano caratterizzato le scorse edizioni, ma che probabilmente ha avuto il merito di saper mirare dritto al fulcro della questione: con un sguardo al futuro, la sfida richiesta era quella di presentare un festival meno “snob”, più fruibile. Se tali erano le premesse, il lavoro svolto va certamente in questa direzione: smaltita l’ebrezza della festa sarà tuttavia necessario iniziare subito ad impostare con maggiore sicurezza quella che sarà la linea che nei prossimi anni la direzione vorrà seguire, per garantire una nuova impronta nella continuità: con un occhio al pubblico, uno ai sempre tentennanti finanziamenti e perchè no, uno sempre vigile alla qualità.

Massimo Pornale

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