L’uomo che verrà

di Giorgio Diritti
Il dubbio è lecito: com’è possibile che in questo paese si possano girare film del genere? Com’è possibile piuttosto giustificare tanta pochezza espressiva nel panorama cinematografico italiano, dinnanzi a tale incredibile maestria?

Giorgio Diritti non è cineasta di fama patinata né tantomeno gode di alcuna posizione privilegiata tra i monoliti distributivi nostrani, tuttavia con L’uomo che verrà è riuscito inspiegabilmente a girare uno dei film più belli e meglio diretti degli ultimi anni, in Italia. Con un’incisiva grazia e un’impeccabile lucidità espositiva, Diritti porta sullo schermo una di quelle ferite che la memoria storica italiana non ha mai del tutto metabolizzato, delegando l’abominio e l’orrore alle nebbie del tempo: Marzabotto, siamo agli ultimi terrificanti scorci del secondo conflitto mondiale, quelle stragi che i tedeschi perpetrarono all’alba di una sconfitta ormai quasi ineluttabile, accecati dall’onnipotenza che viene dal delirio. Diritti sceglie di raccontare i terribili fatti accaduti nelle campagne bolognesi, attraverso l’incursione nelle vite spezzate di quanti di quei giorni furono protagonisti: i rastrellamenti che i nazisti perpetrarono ai danni di quanti sospettavano complici della ribelliona partigiana, nell’ottobre del ‘44.

La narrazione si stringe attorno alla piccola protagonista Martina ed alla sua famiglia “allargata” che vive sulle pendici del Monte Sole, lavorando la terra e sopravvivendo alle costrizioni di una guerra che non capisce e non vuole. Quando istintivamente gli uomini di casa decidono di offrire copertura e aiuto ai giovani partigiani di Stella Rossa, non immaginano di firmare una spietata condanna a morte per sé e i propri famigliari. Per quasi tutti tranne che per l’uomo che verrà, appunto. Uno dei meriti principali del film di Diritti è proprio quello di riuscire a trasferire il dolore per un dramma familiare nell’orrore della tragedia collettiva, garantendo un’escalation emotiva che lascia attoniti dall’inizio alla fine della pellicola: l’effetto straziante dell’inevitabile epilogo risulta ancor più esasperato dall’affetto “domestico” che il regista riesce a instaurare tra lo spettatore e i protagonisti della sua storia. Quando l’eccidio avrà luogo, ci sentiremo doppiamente colpiti per la sottile empatia costruita nella prima stupenda parte del film: da qui, la sua profonda valenza sociale e storica. Davvero encomiabile l’equilibrio storiografico nello sguardo di chi dirige. Ciò che rende ancora più preziosa quest’opera, si completa nella sua esegesi estetica: poiché L’uomo che verrà è un film girato magistralmente, diretto e fotografato con una grazia e precisione difficilmente rintracciabili in qualsivoglia prodotto del cinema italiano contemporaneo.

Diritti stupisce con una regia elegante ma mai conpiaciuta, con movimenti e riprese che resistuoscono intimamente l’atmosfera di un tempo (reale ed emotivo) che non esiste più. La sua capacità di penetrare in profondità la cultura popolare – lo dimostra peraltro la scelta coraggiosa e efficacissima del dialetto – è incredibile, ricordando a quanti sembrano essersene dimenticati che cos’è il fare cinema, italiano. Il suo film racconta in immagini l’essenza stessa di un paese, del lavoro e del sangue che lo hanno costruito, poco più di una sessantina d’anni fa. Un cast semplicemente eccezionale, nella sua interezza, garantisce la riuscita del ritratto nell’insieme: tra tutti ci piace menzionare ovviamente la giovanissima protagonista Greta Zuccheri Montanari, davvero incantevole. Di contorno poi un coro di attori straordinari, che a tratti rivelano un approccio quasi neorealista nella selezione del cast. Ove possibile andate a vederlo, scandalosamente ma prevedibilmente L’uomo che verrà è uscito in una quarantita di sale in tutto il paese, per godere di un’esperienza cinematografica unica e perché no, per ripagare in minima parte gli sforzi di chi con incredibile passione lo ha portato sul grande schermo.

Massimo Pornale

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