Tetro – Segreti di Famiglia di Francis Ford Coppola

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Scemando ogni dubbio dal principio, l’ultima fatica di Francis Ford Coppola è un bel film, davvero un bel film. Precisazione indispensabile per fugare qualsivoglia approccio pregiudizievole, con il quale fin troppo spesso ci si avvicina ai nuovi lavori di cotanti titani cinematografici: nel giudicare, paragonare e scindere il vecchio (e per ossessione di certa critica, sempre migliore e insuperabile) dal nuovo.
Tetro – miseramente adattato nel titolo italiano Segreti di Famiglia– è appunto l’ultimo film di uno dei più grandi e indiscussi maestri del cinema mondiale e come tale traspira sin dalle primissime inquadrature tutta l’imponenza e la maestosità del demiurgo Coppola: fa parte di quella che viene definita dallo stesso autore come una nuova fase della sua decennale carriera, iniziata nel 2007 con il suggestivo Un’altra giovinezza e intrinsecamente legata ad ogni suo lavoro precedente.

Scritto completamente di suo pugno, sulla carta è il più classico canovaccio da melodramma del ricongiungimento familiare: Buenos Aires, il diciottenne Bennie (Ehrenreich) sbarca in città per raggiungere il fratello Angelo (Vincent Gallo), scrittore dannato che molti anni prima si allontanò coattivamente dalla famiglia, e che da allora si fa chiamare Tetro e sbarca il lunario sfruttando l’ossessione per le luci dalle quinte di un teatro. Nonostante gli sforzi della sua donna Miranda (Verdú), il riavvicinamento viene ostacolato dall’irrequietudine dello stesso Tetro, il quale sembra non voler per nessun motivo lasciar entrare il giovane fratello nella sua quotidianità emotiva. La morte del padre e la scoperta da parte di Bennie di una serie di manoscritti firmati da Tetro e mai pubblicati, scateneranno una tempesta familiare destinata a ritrovare nel finale un proprio (nuovo) equilibrio.

Coppola dirige con questo film il suo personalissimo ed appassionato inno al cinema, al teatro e alla famiglia: affidando alla bicromia di un bianco e nero digitale, l’onere di svelare gli intricati nodi che legano questo melò, e alternando in una perfetta asimmetria logico-temporale, “schizzi” di flashback a colori che interagiscono con la storia principale: aneddoti sul passato della famiglia Tetroncini sempre più rivelatori tanto più ci si avvicina al sentimentale epilogo.
L’inconfondibile obiettivo del cineasta taglia lo schermo non concedendosi agli elaborati manierismi a cui ci aveva abituato nei suoi più celebri successi, ma costruendo un immaginario scenico a tratti molto semplice, seppur arricchito da una fotografia barocca e sicura di sé soprattutto nei toni del bianco e nero: gli inserti in puro digitale – in particolare in alcune oniriche scene a colori – rivelano tuttavia un utilizzo del blue screen a tratti goffo, ma non fastidioso.
Vincent Gallo è semplicemente Vincent Gallo, la conferma di un talento fuori dalle righe che tuttavia riesce a “contenere” il proprio indomabile appeal a favore di un cast davvero notevole; straordinario Ehrenreich che, smarcandosi da una fin troppo evidenziata somiglianza con il primo Di Caprio, dona una purezza e una spontaneità al timido Benjamin che fanno ben sperare per il futuro di questo giovanissimo attore. Maribel Verdú e Carmen Maura completano il cast artistico: davvero rimarchevole l’interpretazione della prima, forse un po’ fuori ruolo la seconda.

A più di vent’anni dal leggendario Rumble Fish (1983), Coppola porta nuovamente su uno schermo in bianco e nero le sinestesie di sangue tra due “fratelli” difficili, firmando una pellicola visivamente affascinante, ben scritta e dal sapore nostalgico. Di tutto ciò, paralizzati di fronte all’offuscato orizzonte cinematografico di certi autori, non si può che ringraziarlo.

Massimo Pornale

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