Manga Impact 2009 Torino di F.Modina

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Non esiste forma d’arte più democratica del Cinema. Nato per intrattenere, non potrebbe rinnegare a sé stesso origini molto meno blasonate di quanto non si sia poi conquistato in oltre un secolo di vita.
Pertanto pari democraticità dimostra di possedere la più alta sede museale nazionale consacrata al suo culto, quel Museo del Cinema che la Signora Prolo sognò e che Torino con dimesso orgoglio oggi sfoggia.
Quando nel 2005 ebbi il privilegio di collaborare con il Museo per la realizzazione di “Cose da un Altro Mondo”, un roller coaster mozzafiato tra la storia della fantascienza del grande schermo, mi accorsi della dinamicità di questo ente, che, con grande savoir faire e indiscutibile know how, si misurava in mostre tematiche dall’apertura ideologica pressochè totale: da Cabiria a Star Wars, da Rodolfo Valentino a Roman Polanski. Il bianco e nero e l’effetto speciale. Il muto e il Dolby digital. Questa è la vera magia del cinema: mettere tutti d’accordo.
A distanza di quattro anni, riesco ancora a sorprendermi: i cartoni animati giapponesi invadono la Mole Antonelliana. Chi l’avrebbe mai detto? Al massimo, potevo soltanto timidamente sperarlo.
Per una intera generazione, la mostra “Manga Impact”, coprodotta con il Festival del Film di Locarno, rappresenta qualcosa di più di una esposizione: è un sintomo di lucidità, un simbolo di conquista.
Disprezzati, temuti, censurati, derisi,  guardacaso Goldrake, Candy Candy e compagnia diventano quasi quarant’anni dopo oggetto di studio (oltre che di culto), di critica, di analisi sociale.
Una piccola soddisfazione personale dunque: non mi ero sbagliato, nel giudicare già da tempo, gli anime una modalità di espressione viva e pulsante. Una forma d’arte che parte dal basso per puntare in alto, migliorarsi, evolvere. Sempre democraticamente. Proprio come il Cinema stesso.

Mentre Carlo Chatrian e Olmo Giovannini, i miei compagni di avventura nel lungo percorso gestionale, creativo e critico che ha portato alla concretizzazione dell’esposizione, si dedicavano alla retrospettiva cinematografica, scoperchiando un vaso di Pandora fatto di possibilità infinite, in qualità di collezionista e storico degli anime di fantascienza, ho avuto il piacere di dedicarmi alla sezione del merchandising, operando una scelta tra la mia collezione personale e quelle di altri collezionisti entusiasti, al fine di offrire una panoramica, non tanto esaustiva, quanto selettiva, di un periodo specifico (e particolarmente prolifico) sia dell’animazione che delle aziende produttrici di articoli licenziati.

Il mondo dell’animazione (soprattutto seriale) e quello del merchandising vivono in stretta simbiosi, beneficiando reciprocamente in termini di creatività e di finanze.
Con la comparsa dei primi serial in bianco e nero, agli inizi degli anni 60, i costruttori di giocattoli nipponici trovarono nei  personaggi della fantascienza televisiva, ATOM (Astroboy) e TETSUJIN 28 GO in primis, nuova linfa vitale da tradurre in creazioni in latta, i cosiddetti tin toys, sino ad allora slegati da licenze esterne.
Ciononostante, i mostri cinematografici, come GODZILLA, GAMERA e l’eroico ULTRAMAN, si rivelarono la maggiore fonte di ispirazione (e successo di vendite) del decennio, immortalati da aziende storiche come BULLMARK e MARUSAN in coloratissimi e bizzarri giocattoli in vinile, il cosiddetto Soft Vinyl, contratto in Sofubi dal linguaggio locale.

Ma con l’avvento di MAZINGER Z (Mazinga Z), nel 1972, il mercato – e l’industria stessa del giocattolo- subirono una evoluzione epocale, in termini di qualità e quantità: per assomigliare il più possibile al protagonista robotico della serie, la sua controparte miniaturizzata venne realizzata in massiccio e scintillante metallo pressofuso e dotata di pugni con meccanismo sparante. Nacque così il primo Chogokin, la “Super Lega”. Prodotti dalla POPY, sussidiaria del colosso BANDAI, i Mazinger Z, scomparivano dagli scaffali dei negozi con più rapidità di quanto potessero essere riassortiti, determinando una delle operazioni commerciali più rilevanti della storia recente del Giappone.
Da contrapporre ai tascabili Chogokin, la Popy ideò una linea di robots giganti in polietilene antiurto, i Jumbo Machinder, che dall’alto dei 60 cm di altezza media, fecero ulteriormente la felicità dei bambini dell’epoca. Il Jumbo Machinder di Mazinger Z vendette oltre 400.000 pezzi soltanto nei primi cinque mesi di produzione.

Da questo momento in poi, le aziende costruttrici dei modellini divennero gli sponsor principali degli studi di animazione, influendo concretamente nella stesura dei nuovi soggetti, che di base, dovevano contenere quante più creature meccaniche (spesso trasformabili), da trasporre nei redditizi Chogokin.
Le collaborazioni tra TOEI DOGA e POPY/BANDAI, TATSUNOKO PRODUCTION e TAKATOKU TOYS, SUNRISE e CLOVER, NIPPON ANIMATION e TAKEMI hanno consegnato alla storia alcuni degli esempi più preziosi e geniali della cultura del giocattolo.
Venduti in piccola scala ed economica, siglata ST (Standard) o nelle prestigiose e costose valigette corredate da miriadi di accessori, non a caso marchiate DX (De Luxe), i Chogokin erano, proprio come gli eroi della televisione, capaci di intricatissimi e sorprendenti cambi di forma.
In quanto Gattai (unione, combinazione), potevano scomporsi in più elementi, spesso veicoli spaziali o addirittura animali colossali, oppure, come Henkei (trasformazione), subire delle metamorfosi autonome, passando dalle conformazioni antropomorfe, a quelle di razzi, aerei, o quant’altro la fantasia sfrenata degli autori avesse loro destinato.

Oltre tre decenni dopo, i characters degli Anime Giapponesi si sono impossessati di ogni genere di merchandising, oltrepassando il mondo del giocattolo per imporsi nella moda, nello sport, i videogames, le trading cards. Gli eroi dell’ultima generazione, come DRAGON BALL, ONE PIECE ed i longevi SAINT SEIYA (i Cavalieri dello Zodiaco) sono stati adattati ad ogni tipo di oggettistica, confermando l’interesse del mercato per questi soggetti, non più relegati soltanto al target infantile, ma elevati ad oggetti di culto per collezionisti, adulti nostalgici o semplici simpatizzanti di questo mondo “pop” dal fascino indiscutibile.

Dunque, se il materiale originale esposto lungo la rampa elicoidale, frutto di prestiti di collezioni private e di studios quali Toei e Gainax, oltre che provenienti dal National Film Center di Tokyo e dalle collezioni del museo stesso, è stato selezionato (in forma di rodovetri, disegni preparatori e manifesti) per ricoprire un ampio spettro produttivo e quindi multi target (soprattuto con ONE PIECE ed EVANGELION), gli oggetti raccolti nelle vetrine dell’Aula del Tempio sono volutamente circoscritti ai sogni ed ai ricordi di quella generazione (la mia), che per prima accolse gli anime in Italia.
Oltre alla monumentale parata dei già menzionati Jumbo Machinders della collezione Piero Delrivo, colossi robotici diventati una vera chimera per collezionisti, ambitissimi Graal per via della scarsissima reperibilità e le quotazioni proibitive, nelle diciotto teche a tema ad apertura del percorso, hanno trovato collocazione i giocattoli ed i modellini delle più note space opera dell’epoca d’oro degli anime:
gli dei ed i demoni di Go Nagai, che con MAZINGER Z, GREAT MAZINGER e UFO ROBOT GRANDIZER (Atlas UFO Robot Goldrake) ha innescato il vero “Manga Impact” nel nostro paese, i grandi classici di Osamu Tezuka (ATOM/Astroboy), Mitsuteru Yokoyama (TETSUJIN 28 GO) e Shotaro Ishinomori (CYBORG 009), l’innovativo mondo di MACROSS (Robotech), gli invincibili Super Robots della TOEI e della SUNRISE (con GUNDAM in prima linea), le deliranti TIME BOKAN ed i TASUNOKO Heroes (GATCHAMAN, CASHERN, HURRICANE POLYMAR e TEKKAMAN), gli eroi malinconici di Leiji Matsumoto (CAPTAIN HARLOCK, GALAXY EXPRESS 999, YAMATO)e gli immancabili Cavalieri dello Zodiaco, trait d’union di due generazioni.

Il potere evocativo di questi oggetti (e di questi personaggi) ha superato ogni mia aspettativa.
Durante le mie visite alla mostra, mi è capitato più volte di vedere bambini strattonare i genitori ipnotizzati dalle reminiscenze di un tempo che non c’è più. Ma che in un attimo si recupera nel ricordo, ed è ancora più magico.
I dischi di vinile e gli album di figurine appesi alle pareti sono diventati oggetto di pellegrinaggio e contemplazione, fotografati uno ad uno da quarantenni nostalgici, come per fissare su una memoria virtuale un pezzo perduto di una memoria reale.
Una elegante signora dai lunghi capelli mogano estrae dalla sua Louis Vuitton l’indispensabile I-Phone. Click! E anche il quarantacinque giri di Lady Oscar finirà tra le foto dei viaggi ai Caraibi e degli happy hour tra colleghi.
Dopo il 10 Gennaio, la Mole Antonelliana tornerà ad essere un luogo dedito alle arti maggiori e alla serietà che le compete, ma sino ad allora passeggiando tra le chiases longues dell’Aula del Tempio vi capiterà di sentire fischiettare “… evviva Daitarn 3…”

Fabrizio Modina

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