Cesare Zavattini sottotraccia da martedì 27 a giovedì 29 ottobre 2009

zavattini

Cineteca Nazionale – Cinema Trevi Rassegna a ingresso gratuito
Zavattini sottotraccia è una iniziativa della Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, organizzata in occasione del ventesimo anniversario della morte di Cesare Zavattini. Al progetto partecipa anche la Cineteca Nazionale  proponendo alcune opere a cui Zavattini collaborò o di cui, in qualche caso, è stato protagonista.
Nel corso della rassegna che si svolgerà al Cinema Trevi si alterneranno:
Citto Maselli martedì 27 dopo la proiezione del film I bambini ci giuocano (18.30)
Virgilio Tosi mercoledì 28 dopo la proiezione de Le italiane e l’amore (17.00)
Marcello Gatti giovedì 29, ore 17.00.
Oltre ai film conservati dall’Archivio audiovisivo e dalla Cineteca Nazionale, per alcuni dei titoli in programma è stata importante la disponibilità di Ancr (Archivio nazionale cinematografico della Resistenza), Cineteca Sarda – Società Umanitaria, Cinit (Cineforum italiano), Irtem (Istituto di ricerca per il teatro musicale), Fondazione Micheletti, Rai Teche, Lo Studio di Monte Olimpino e di Angelo Dallagiacoma e Marina Piperno.
Nel convegno di venerdì 30 ottobre presso la Sala Zavattini (Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico), saranno affrontati i seguenti temi per approfondire aspetti dell’attività di Zavattini meno noti di altri:
·         Produttività del pensiero di Zavattini per l’audiovisivo contemporaneo (G. De Vincenti);
·         Una sperimentazione permanente (S. Parigi);
·         Innovazioni produttive (M. Piperno);
·         Il lungo viaggio verso l’“altro cinema”: i film inchiesta (P. Isaja);
·         La proposta dei cinegiornali (M. Argentieri);
·         Zavattini e le nuove tecnologie (A. Medici);
·         Il lavoro culturale (P. Scarnati)
L’iniziativa è realizzata con il sostegno della Direzione Generale Cinema – Mibac, con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Provincia di Roma e Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma, e coordinata da Ansano Giannarelli in collaborazione con Aurora Palandrani.
Da lunedì 26 presso la Sala Zavattini (AAMOD)via Ostiense 106  e da martedì 27 presso il cinema Trevi, vicolo del puttarello 25- Roma

Programma del Cinema Trevi
martedì 27
ore 17.00
Chi è Dio? (1945)
Regia: Mario Soldati; soggetto e sceneggiatura: Diego Fabbri, M. Soldati, Cesare Zavattini; interpreti: Giacinto Molteni, Lauro Gazzolo, Laura Gore, Amerigo Martufi, Vito Annichiarico; origine: Italia; produzione: Centro Cattolico Cinematografico, Orbis Film; durata: 11’
«12 luglio 1945. Con Mario Soldati e Diego Fabbri dai salesiani verso Forte Boccea. Si dovrebbero fare dei cortometraggi catechistici su testo di Fratel Leone. Dicono che Fratel Leone sia un grande catechista, viaggia il mondo a insegnare il catechismo. Soldati mi dà una manata sulle spalle e dice che faremo una cosa nuova. Soldati e io non ci siamo mai scambiati troppe cortesie. Soldati nacque e cresce nel clan di Camerini delle cui grazie di certo non godo […]. Fratel Leone è un piemontese come Soldati, asciutto, dalla voce affettuosa. Guardo indiscretamente nel cassetto semiaperto della sua cattedra. C’è un libro; lungo armeggio per leggere il titolo del libro: Solitudine di Riccardo Gualino. Ci sediamo nei banchi insieme a una ventina di bambini. Fratel Leone scrive alla lavagna la parola Dio, grandissima» (Zavattini). «Il cortometraggio […], pur essendo stato realizzato tre anni avanti, non era mai stato distribuito, e solo nel 1948 il nuovo staff dirigenziale della produzione (ora Universalia, prima Orbis) decise di inviarlo, in una copia in 16mm, al Terzo Festival del Passo Ridotto, dove vinse il Gran premio. Apprezzamenti, entusiasmo per il nuovo metodo catechistico, poi… di nuovo oblio, finché nei primi anni ’50 la San Paolo Film lo inserì tra i propri cortometraggi senza alcun rilievo di sorta. Dai magazzini delle suore Paoline è poi finito negli archivi dell’Istituto Luce, dove finalmente l’abbiamo scovato nel 2003, restaurato e riproposto al pubblico e agli studiosi di Soldati» (Marco Vanelli).
Copia proveniente da Cinit (Cineforum Italiano)

a seguire
Guerra alla guerra (1948)
Regia: Romolo Marcellini, Giorgio Simonelli; soggetto e sceneggiatura: Diego Fabbri, Cesare Zavattini, Carlo Musso, G. Simonelli; fotografia: Marcello Baldi; scenografia: Franco Lolli; musica: Enzo Masetti; montaggio: M. Baldi; origine: Italia; produzione: Orbis Film, Aci; durata: 67’
«È un’accurata per quanto rapida rassegna del triste periodo che il mondo in generale e l’Italia in particolare hanno attraversato dal 1940 […]. Costituiscono il documentario riprese dal vero abilmente collegate e integrate da scene appositamente girate. Come pellicola di propaganda antibellica merita ogni considerazione» (Albertazzi). «L’egoismo degli uomini conduce alla guerra; il mondo è apparentemente in pace ma si preparano terribili strumenti di distruzione. Inutilmente il papa interviene cercando di prevenire il disastro, e il conflitto esplode in tutta la sua drammaticità. È sempre la Chiesa a recare conforto all’umanità» (Farinotti).
Copia restaurata a cura di Cineteca Nazionale e Filmoteca Vaticana

ore 18.30
I bambini ci giuocano (1950)
Regia: Nicolò Ferrari; fotografia: Pier Ludovico Pavoni; musica: Armando Trovajoli; origine: Italia; produzione: Fondazione Projuventute di don Carlo Gnocchi, con la collaborazione di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini; durata: 10’
In Italia, nel dopoguerra, un sacerdote, don Carlo Gnocchi, si dedica alla causa dell’infanzia mutilata dagli ordigni di guerra disseminati sul territorio italiano, che colpiscono soprattutto i bambini (come del resto accade nelle guerre contemporanee). Per promuovere la partecipazione popolare alla sua “impresa”, don Gnocchi pensa al cinema (la televisione deve ancora arrivare) e riesce a ottenere l’appoggio di Cesare Zavattini (sempre sensibilissimo ai temi riguardanti la pace e la guerra) e Vittorio De Sica, che appoggiano la realizzazione del film, diretto da Nicolò Ferrari. Zavattini dette anche preziose indicazioni tematiche. I protagonisti del film (si noti il singolare inserimento della lettera “U” nella parola “giuocano” del titolo: un’idea di Zavattini?) sono i bambini, abituati a giocare e toccare ogni cosa che trovano, e quindi anche quegli strani oggetti disseminati allora nei luoghi della loro vita. La voce narrante, un po’ stentorea, non toglie tensione alle immagini, dall’avvicinamento dei piccoli agli ordigni ai disegni che loro stessi ne fanno, alle loro testimonianze fuori campo.
Copia proveniente da Cinit (Cineforum Italiano)

a seguire
Incontro con Francesco Maselli

a seguire
L’amore in città (Lo Spettatore – Rivista Cinematografica, anno 1953, n. 1)
Regia: Carlo Lizzani, Michelangelo Antonioni, Dino Risi, Federico Fellini, Francesco Maselli, Alberto Lattuada; origine: Italia; produzione: Faro Film; durata: 114’
«Troviamo nel film la ricostruzione di sei storie “vere”: in Tentato suicidio (Antonioni), diverse persone dicono e mostrano come hanno voluto uccidersi; in Agenzia Matrimoniale (Fellini), si svolge l’incontro tra un giornalista e una ragazza che sta per sposare un ricco e ripugnante ammalato; Gli italiani si voltano (Lattuada) mostra come si comportano gli uomini quando passa una donna per strada; L’amore che si paga (Lizzani) è un’inchiesta sulla prostituzione; Storia di Caterina (Maselli e Zavattini) racconta la storia d’una ragazza madre senza mezzi che abbandona il proprio bambino; in Paradiso per quattro ore (Dino Risi), vediamo come le coppie si formano e si sciolgono in una balera. Cesare Zavattini fu l’anima di questo film importante in cui il neorealismo evolve verso quello che, dopo il 1960, venne chiamato il “cinema-verità”. Il “film-inchiesta” (tipo Ladri di biciclette) vi diventava o una registrazione di fatti (Paradiso per quattro ore) o la loro ricostruzione coi protagonisti d’un dramma vero (Caterina, Tentato suicidio). Questi due ultimi sono senz’altro gli episodi migliori e con Caterina “la realtà supera tutta la prudenza dell’arte” (André Bazin). Nel film erano concentrate le principali speranze italiane del 1950. Ma la crisi del 1954-60 e l’incomprensione dei produttori impedirono che si sviluppasse secondo le sue possibilità la carriera di Maselli, mentre Fellini e Antonioni (allora sconosciuti) riuscivano a imporsi ma non senza fatica. Il film è visto oggi come il punto estremo cui la poetica neorealistica (zavattiniana) ha potuto spingersi» (Sadoul).

ore 21.00
Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana (1953)
Regia: Fausto Fornari; soggetto e sceneggiatura: Cesare Zavattini, Piero Malvezzi, Giovanni Pirelli, F. Fornari; fotografia: Oberdan Troiani; musica: Mario Zafred; montaggio: Rinaldo Ricci; origine: Italia; durata: 10’
Il film fa riferimento all’omonimo libro pubblicato nel ’52 da Einaudi, contenente le lettere che i partigiani e gli antifascisti condannati a morte dai nazifascisti riuscirono a far pervenire alle proprie famiglie, prima dell’esecuzione. Attraverso il riferimento ad alcune lettere emblematiche di donne e uomini diversi per età, condizione sociale, mestiere, luoghi delle lotte partigiane, delle carceri, delle strade percorse fino alle uccisioni – da Vercelli alle montagne senesi, da Savona a Roma, da Valle Susa a una vallata toscana – sono riesplorati in una rievocazione che si articola anche con materiali di archivio filmico, fotografie e brani di scrittura. La riscoperta ambientale ha come guida sonora voci che leggono frasi estratte dalle lettere. Ferruccio Parri  scrisse che si trattava del primo documentario antifascista, dopo Giorni di gloria, del 1945: per molti anni, infatti, dal 1947 al 1953, la Resistenza fu un tema tabù per tutto il cinema italiano. Di particolare interesse la storia produttiva del film, raccontata dallo stesso Fornari, che aveva da giovane utilizzato una cinepresa Paillard per riprese amatoriali, e di cui questo film resta l’unico che ha realizzato: «Siccome mi ero occupato, sia pur modestamente, di cinema, e volevo fare cinema, era col cinema che dovevo tentare […]. Non mi fu facile, in un primo tempo, convincere Pirelli e Malvezzi a concedermi i diritti. Non riuscivano a capire come si potesse realizzare un documentario sulla base di sole lettere e mi chiesero se intendevo filmare i manoscritti […]. Poi, dovetti convincere l’editore Giulio Einaudi, intelligente, coraggioso industriale, ma freddo come il più freddo dei piemontesi. Finì col cedermi i diritti solo dopo aver posto severe condizioni, non ultima l’imprimatur di Cesare Zavattini sull’opera completata, musica compresa. Un no di Zavattini ed io avrei dovuto distruggere, per impegno sottoscritto, copia campione e negativi. Convincere Zavattini fu più facile, perché possedeva un fiuto particolare per le idee di cinema. E poi, mi conosceva da tempo e mi stimava. A lavoro terminato Zavattini era talmente entusiasta che accettò di apparire col suo nome, nei titoli, come sceneggiatore, anche se la sua partecipazione era stata quella di censore, fortunatamente col pollice rivolto in su» .
Copia proveniente da Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza

a seguire
Chi legge? Viaggio lungo le rive del Tirreno (1960)
Ideazione, regia e interpretazione: Mario Soldati; con la collaborazione di: Cesare Zavattini, Carlo Musso, Tino Richelmy; origine: Italia; produzione: Rai; durata: 15’
«Inchiesta “culturale” di Mario Soldati e Cesare Zavattini sulle letture degli italiani: un viaggio a ritroso sulle orme di quello compiuto dai garibaldini, da Marsala a Quarto. Il progetto zavattiniano – il reportage vagamente sociologico – viene via via stravolto da Soldati: la domanda “Che cosa legge?” è un puro pretesto per un “viaggio in Italia”, un grand tour un po’ anomalo, alla testa di una nutrita troupe televisiva» (Grasso).
Copia proveniente da Rai Teche

a seguire
I sette contadini (1958)
Regia: Elio Petri; sceneggiatura Cesare Zavattini, Luigi Chiarini, Renato Nicolai; testo: R. Nicolai; fotografia: Roberto Gerardi; musica: Claudia Nizza; montaggio: Gabriele Varriale; origine: Italia; produzione: A.B. Cinematografica; durata: 20’
Il 28 dicembre 1943, a Reggio Emilia, cadevano assassinati – sotto i colpi di un plotone di esecuzione di militi fascisti della Repubblica sociale di Mussolini – sette fratelli. Giovani contadini, antifascisti e comunisti, cresciuti dal padre in una educazione laica e progressista, che li aveva portati anche ad introdurre – già durante il fascismo – innovazioni importanti nella conduzione dei lavori agricoli, erano stati poi tra i primi ad entrare nella Resistenza armata contro i nazisti e i fascisti loro alleati. Il 25 novembre del 1943 la casa dei Cervi – in cui avevano trovato rifugio anche molti ex prigionieri inglesi, australiani, russi – fu circondata dai fascisti, che un mese dopo decisero l’orrenda strage. Il documentario contiene immagini della campagna emiliana, del paese natale dei fratelli Cervi, della loro vecchia casa colonica, delle loro mogli e dei figli che hanno lasciato, del luogo dove vennero trucidati e del cimitero in cui sono sepolti. Il filo conduttore del film è costituito da un’intervista ad Alcide Cervi, il padre, che rievoca, in una sintesi affettuosa e commossa, la storia dei suoi sette figli. Il film è stato restaurato nel 1995 a cura di Cinecittà s.p.a. per conto della Associazione Philip Morris Progetto Cinema.
Copia proveniente da Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico

a seguire
La lunga calza verde (1961)
Regia: Roberto Gavioli; soggetto: da Buongiorno Italia di Cesare Zavattini; sceneggiatura: C. Zavattini, G. Cingoli, G. Gavioli, P. Piffarerio; testo: Alfredo Danti; fotografia: Luigi Colombo; scenografia: Giancarlo Carloni, Nicola Falcioni, Giulio Cingoli, Maria Luisa Gioia; animazione: A.Del Bianco, Paolo Di Girolamo, Giorgio Michelini, Franco Cristofani; musica: Giampiero Boneschi; origine: Italia; produzione: Gamma Film, Incom; durata: 22’
Cortometraggio di animazione nel centenario dell’unità d’Italia. Le vicende del Risorgimento italiano – le imprese di Garibaldi, l’amor patrio dei “carbonari”, la nascita del corpo dei bersaglieri, le frivolezze della corte austriaca di Francesco Giuseppe – sono “lavorate a maglia”, come una calza, da Cavour, visto come un “tessitore”. Gavioli e Zavattini avevano da tempo cominciato a lavorare sul soggetto Buongiorno Italia, per un film lungometraggio a disegni animati che aveva come tema una giornata dell’Italia: «Un commentatore, che sarà un  attore di fama, ci introdurrà in queste 24 ore italiane, che, rappresentate con uno stile satirico favolistico, daranno i caratteri più tipici del nostro paese, alternando elogi, critiche, ironie, sempre su un piano spettacolare e cordiale». La preparazione dei disegni era già avanzata quando Sandro Pallavicini, della Settimana Incom, propose un film di animazione per il centenario dell’unità d’Italia. Il progetto Buongiorno Italia fu accantonato, anche se rimase una fonte di ispirazione per il nuovo progetto. «Ne uscì un film che si segnalò […] per l’originalità della concezione e dell’impostazione grafica. […] Una storia d’Italia visiva, senza commento parlato […], con una colonna sonora costituita interamente da brani di opere liriche, da valzer e motivi popolari» (M. Zane).
Copia proveniente da Fondazione Luigi Micheletti

a seguire
Documento mensile n. 1 – Ambiente e personaggi (1951)
Regia: Vittorio De Sica; soggetto e sceneggiatura: Cesare Zavattini; fotografia: Carlo Montuori; origine: Italia; produzione Marco Ferreri per Documento mensile; durata: 10’
Il film mostra la ricerca degli interpreti per un film (Ladri di biciclette). Documento Mensile fu il tentativo di un nuovo “genere” cinematografico. Esso, come una rivista di cultura, intendeva riunire in ogni numero appunti di critica, documentazioni, racconti brevi, notazioni poetiche. Si prevedeva la collaborazione non solo dei più noti registi, ma anche di insigni personalità della cultura italiana e straniera, che si fossero espressi col mezzo cinematografico in via del tutto eccezionale. Ebbe una vita breve, ne furono realizzati due numeri. Il breve film di De Sica è stato restaurato nell’ambito del “Philip Morris Progetto Cinema” ed è conservato presso la Cineteca Italiana.
Copia proveniente dalla Cineteca Italiana

mercoledì 28
ore 17.00
Le italiane e l’amore (1961)
Regia: Nelo Risi, Lorenza Mazzetti, Piero Nelli, Francesco Maselli, Giulio Questi, Gianfranco Mingozzi, Marco Ferreri, Carlo Musso, Giulio Macchi, Gian Vittorio Baldi, Piero Nelli, Florestano Vancini; origine: Italia/Francia; produzione: Magic Film, S.N. Pathé Cinéma; 109’
«Dalle lettere al direttore dei settimanali femminili la scrittrice Gabriella Parca trasse un libro che dimostrò come negli anni Sessanta, in pieno boom economico, la condizione femminile fosse ancora, per la maggior parte della popolazione italiana, ferma a vecchi pregiudizi» (Farinotti).  «Ispirato al libro Le italiane si confessano di Gabriella Parca e supervisionato da Cesare Zavattini, è un film-inchiesta in 11 episodi con attori non professionisti sulla situazione della donna di fronte all’amore. I vari temi sono enunciati più che approfonditi; troppo dissonante la varietà di stili, toni, approcci. Gli episodi più riusciti: La tarantolata (G. Mingozzi), L’infedeltà coniugale-Gli adulteri (M. Ferreri), La separazione legale (F. Vancini)» (Morandini).

ore 19.00
Incontro con Virgilio Tosi

a seguire
Un quarto d’Italia (1961)
Regia: Virgilio Tosi; soggetto e sceneggiatura: Egisto Cappellini, V. Tosi, Lucio Battistrada; fotografia: Libio Bartoli; musica: Fausto Ferri; montaggio: Enzo Alfonsi;  origine: Italia; produzione: Urbinum Cineproduzione; durata: 75’
Con i 2.500 miliardi di capitali amministrati, le casse di risparmio italiane rappresentano un quarto di risparmio nazionale. Questo film vuole essere una  testimonianza, per quanto parziale, di questa presenza attiva delle casse di risparmio in tutti i settori della vita nazionale.

ore 20.40
I misteri di Roma (1963)
Regia: Libero Bizzarri, Mario Carbone, Angelo D’Alessandro, Lino Del Fra, Luigi Di Gianni, Giuseppe Ferrara, Ansano Giannarelli, Giulio Macchi, Lorenza Mazzetti, Enzo Muzii, Piero Nelli, Paolo Nuzzi, Dino B. Partesano, Massimo Mida, Giovanni Vento, Gianni Bisiach; soggetto e supervisione alla regia: Cesare Zavattini; collaborazione al commento: Braccio Agnoletti, Mino Argentieri, Ivano Cipriani, Callisto Cosulich, Giorgio Krimer, Luigi De Marchi, Luciano Malaspina, Lino Miccichè; origine: Italia; produzione: produzione: SPA Cinematografica; durata: 98’
«Documentario-inchiesta sulla capitale, ideato e coordinato da Zavattini; come il precedente Le italiane e l’amore, anche se in questo caso l’apporto dei singoli registi non è riconoscibile. dall’alba alla notte, si alternano bassifondi e (più raramente) quartieri alti: prostitute, papponi, spogliarelliste, barboni, operai e impiegati sfruttati, preti, consiglieri comunali missini, neofascisti. Zavattini voleva ricostruire l’anima di una città, dalle fogne alle borgate […]. Esce […] il quadro di una società già incattivita, nella quale prima di tutto conta il denaro. E la polemica è aperta (come negli episodi dei contraccettivi distribuiti nelle borgate, o nelle dichiarazioni di voto estorte alle prostitute, tutte di destra)» (Mereghetti).

giovedì 29
ore 17.00
Incontro con Marcello Gatti

a seguire
Ein Arbeitstag (1964)
Regia: Piero Nelli; ideazione: Cesare Zavattini; soggetto e sceneggiatura: P. Nelli, Enzo Muzii; dialoghi: Horst Monnich; origine: Germania; produzione: BASF – Badische Aniline und Soda Fabrik; durata: 59’
È un film che appartiene alla categoria del “cinema industriale”, ambientato nella fabbrica tedesca BASF presso Ludwigshafen Am Rhein, nel cuore di uno dei più grandi poli chimici del mondo. L’idea del film, suggerita da Cesare Zavattini, è quella di una simbolica giornata di lavoro, nella quale s’intrecciano le storie di due operai: il primo giorno di lavoro in fabbrica di un giovane operaio e l’ultimo di uno anziano. Il film è interpretato dalle stesse persone che hanno vissuto l’esperienza raccontata
Copia proveniente da Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico

ore 18.20
Con il cuore fermo, Sicilia (1965)
Regia: Gianfranco Mingozzi; sceneggiatura: G. Mingozzi; testo: Leonardo Sciascia; consulenza: Cesare Zavattini; musica: Egisto Macchi; montaggio: Domenico Gorgolini; origine: Italia; produzione: Clodio Cinematografica; durata: 30’
«Le immagini sconvolgenti di una realtà sottosviluppata si organizzano in una sorta di poema visuale, molto denso, senza deviazione, senza concessioni naturalistiche. Il film è diviso in tre parti, distinte come i tre canti di un poema: la terra, la zolfara, la mafia. […] Interviste, commento (di Leonardo Sciascia), foto fisse (una insostenibile sequenza di “morti di mafia”) sono integrati da Mingozzi in un’opera che è più di un documentario di denuncia, malgrado la sua forza in questo campo: una riflessione “di un cuore fermo”, un poema civico che ci scopre una Sicilia senza folclore, quella di una disperazione quotidiana di una società arcaica e chiusa» (Fofi). «Non so da cosa nascesse questo amore per il sud, probabilmente dai tanti viaggi fatti, nei quali mi sono sempre sentito a mio agio, al contrario che al nord. Il sud mi si è subito aperto come un libro appassionante e ancora poco letto, e poi c’erano i contenuti, i drammi, il divario tra nord e sud. Ogni volta che ci tornavo, era come se io stesso mi sentissi colpevole di questo divario» (Mingozzi). Leone d’oro al Festival di Venezia (sezione documentari).

a seguire
L’ultimo pugno di terra (1966)
Regia: Fiorenzo Serra; testo: Giuseppe Pisanu, Emilio Lussu, Giuseppe Dessì; fotografia: F. Serra, Mario Vulpiani; musica: Franco Potenza ; montaggio: F. Serra; origine: Italia; durata: 97’
Nato da un progetto della Regione intenzionata a produrre un film che testimoniasse gli effetti “miracolosi” del piano di Rinascita in Sardegna, fu concepito, invece, dal regista come una pellicola che mostrava la nostra isola ancora “ferma nel tempo”, intaccata appena dagli inevitabili mutamenti in corso, e faceva il punto su problematiche sociali che erano ancora drammaticamente aperte nell’isola. Le riprese durarono quasi due anni. Il titolo è ripreso da una leggenda sull’origine della Sardegna, secondo la quale, dopo aver creato terre ferme e mari, a Dio era restato un pugno di terra, che gettò nel Mediterraneo e lo calpestò. Gli argomenti trattati, suddivisi in macrosequenze e ognuna con il proprio titolo, sono I pastori, quasi una preistoria; Cabras: un feudo d’acqua; Carbonia, una storia moderna; Alle radici dell’isola; Nell’attesa del domani. Serra, considerato uno dei migliori documentaristi della Sardegna, affronta quindi la materia utilizzando il linguaggio filmico per raccogliere immagini tra la documentazione sociale e lo studio antropologico ed etnografico. Il film ebbe anche la supervisione di Cesare Zavattini, che nel suo Straparole (1967) dedicò un piccolo paragrafo alla sequenza della “danza degli agnelli”, scrivendo come in quelle immagini, le pecore «si spostano tutte insieme di colpo da un punto del prato a un altro, leggere, leggerissime, come avessero aria sotto i piedi, richiamano i mutamenti repentini dei voli degli uccelli». Il progetto originale aveva l’ambizione di una diffusione nelle sale cinematografiche di un lungometraggio documentario. Ma la committenza regionale accolse negativamente il film, in quanto privo del carattere di propaganda che avrebbe dovuto avere, ma che anzi risultava molto critico nei confronti della realtà sarda. Questa reazione negativa danneggiò la diffusione del film, malgrado un premio al Festival dei popoli; da esso furono poi estratti alcuni film documentari.
Il film è stato restaurato dalla Cineteca sarda – Società Umanitaria presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata di Bologna.
Copia proveniente da Cineteca Sarda – Società Umanitaria

a seguire
Documento n. 1 – Conoscere per fare: campi di sterminio-Hiroshima (1972)
A cura di Cesare Zavattini; testo e commento: Danilo Dolci; origine: Italia; produzione: Unitelefilm per Comitato permanente per la difesa antifascista dell’ordine repubblicano; durata: 18’
Interamente composto da documenti filmici di archivio, il film si propone di offrire un materiale di riflessione affinché si conosca e si ricordi sempre uno degli aspetti più drammatici e angosciosi del mondo contemporaneo: il genocidio di massa. Il documentario ripropone quindi due aspetti spaventosi di questo fenomeno: i campi di sterminio nazisti, ben 11.500 in tutta l’Europa, in cui trovarono la morte oltre 10 milioni di uomini, donne e bambini di tutti i paesi, di tutte le razze, religioni e ideologie; la distruzione atomica che in due giorni dell’agosto 1945 distrusse le città di Hiroshima e Nagasaki e annientò in un attimo centinaia di migliaia di abitanti, lasciando un’eredità atroce e devastante per i corpi degli esseri umani.
Copia proveniente da Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico

a seguire
Io e… – Zavattini e… il “campo di grano con corvi” di Van Gogh (1972)
Regia: Luciano Emmer; origine: Italia; produzione: Rai; durata: 14’
Io e… – Zavattini e… il “campo di grano con corvi” di Van Gogh appartiene a una serie di cortometraggi dedicati a un personaggio illustre e al suo rapporto con luoghi e opere o artisti celebri. Il programma era costituito da 14 episodi Rai, di cui 7 firmati da Emmer.

a seguire
Le statue non parlano più (1980)
Regia: Stefano Masi, Stephen Natanson; origine: Italia; produzione: CSC; durata: 30’
«L’opera di restauro dei beni architettonici di Roma non deve essere disgiunta dalla riduzione delle cause inquinanti e dalla ristrutturazione degli spazi urbani. Il documentario è il saggio di diploma del biennio 1979-80. Nei titoli di testa: “effetti speciali Dino Galiano, modellini De Angelis; si ringraziano il prof. Giulio Carlo Argan, ex sindaco di Roma, che ha seguito la realizzazione del film, la soprintendenza archeologica di Roma, l’Istituto Centrale per il Restauro, la Direzione dei Musei Capitolini, Cesare Zavattini, Roberto Perpignani» (Marco Grossi).

ore 22.00
La veritàaaa (1983)
Regia: Cesare Zavattini; soggetto e sceneggiatura: C. Zavattini; fotografia: Arturo Zavattini; scenografia: Romano Coddetta; musica: Z. [C. Zavattini]; montaggio: Gino Bartolini; interpreti: C. Zavattini, Pietro Barreca, Vittorio Amandola, Pietro Zardini, Giovanni Albanese, Domenico Albergo; origine: Italia; produzione: Realizzazioni Indipendenti Autori Cinematografici – R.E.I.A.C. Film, Rai; durata: 60’
«Scritto, diretto e interpretato da Zavattini, prodotto dalla divisione “ricerche e studi” della Rai-Tv insieme alla Reiac, La veritàaaa […] è un apologo di un’ora molto “sui generis”, dettato da un gusto provocatore e sarcastico, lo stesso che ha dato a Zavattini la fama di “enfant terrible ”, ma oggi percorso da una passione anche civile di entusiasmante vitalità. […] Il film si apre con un’invocazione, “Uomo, vieni fuori”, che subito lo colloca fra i “minima moralia” del cinema contemporaneo, inteso a restituire all’umanità il senso della propria intelligenza, da gran tempo smarrita per il cattivo uso che è stato fatto del pensiero. Siamo in un manicomio. Ribattezzatosi Antonio, Zavattini sproloquia sull’uomo occasione perduta, e si compiace delle belle frasi ad effetto che gli procurano l’applauso dei matti come lui. Salta un muro alto tre metri, e si aggira per le strade di Roma nel suo camicione bianco. […] Dire che La veritàaaa sia di lucidità cartesiana sarebbe magnanimo, ma dire che è intelligente e spassoso dev’essere lecito. Esagitato, pirotecnico e irriverente come un ragazzaccio, profeta da comizio, vecchio arrabbiato e candido fanciullo, col suo faccione straordinario che lo rivela attore senza uguali, Zavattini ci ha dato un paradosso di grazia neo-illuminista in abito surreale. Fatto con poco (sui duecento milioni), e girato in studio con attori improvvisati, semmai un po’ troppo lungo, ma dal quale emerge con violenza il bisogno di riacquistare fiducia nell’uomo. Voltaire diceva che la parola è stata data all’uomo per nascondere il pensiero. Zavattini invece si augura che cessi ogni sorta di mistificazione, la doppia amministrazione del pensare e del fare; il predicare bene e il razzolare malissimo. Rompiscatole come ogni utopista, Zavattini vuole trasformare in energia umanitaria il muscolo del cervello, senza farci entrare per nulla la bontà. Importa poco che nel suo film s’intreccino illuminazioni messianiche e lunari freddure. Importa che Zavattini non si rassegni alla vecchiaia dei conformisti, e fra tutte le follie di questo mondo conservi la pazzia della ragione» (Grazzini).

dott.ssa Susanna Zirizzotti
susanna.zirizzotti@fondazionecsc.it

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