Vita Vissuta nel Cinema Italiano 11

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Capitolo 11.

A fine giugno ricevo una telefonata. È la Cameretta. Anzi, è il suo segretario: la Cameretta vorrebbe incontrarmi, in ufficio. E anche con una certa urgenza, pare. Chiamo Alberto:
– Sicuramente vorrà chiederti di finire il film.
– Ma no, secondo si sono persi qualcosa nei passaggi tra l’Avid che avevo sul set e quello con cui hanno finito il film, non ci capiscono più niente e vogliono che li aiuti a uscirne.
– Vedrai che invece ti chiede di montare. Oggettivamente chi ci ha provato s’è trovato una bella rogna tra le mani. Sicuramente la versione del signor regista non è piaciuta, quindi va rifatto daccapo e lo chiedono a te.
Del film non avevo saputo più nulla. Da alcune voci, però, avevo intuito che alla fine, con Aroña c’era andata Dolores, una giovane montatrice molto amica di Meri.
L’indomani vado a incontrare la Cameretta. Ci vado in bici, grosso errore: ormai è estate, e quando arrivo davanti al portone sono completamente sudato, la maglietta ha cambiato colore. Mi guardo. Ho pure i pantaloncini. Forse sono impresentabile. Cerco rifugio in un bar, mi riposerò un poco. Mentre tento di arrestare l’esondazione di sudore con un fazzolettino di carta, entra il segretario della Cameretta, mi lancia uno sguardo disgustato.
– Vieni così?
– Non ho portato un ricambio.
– Guarda, così non puoi venire, è meglio se ti asciughi, prima.
Mi piazzo davanti al bocchettone dell’aria condizionata. Una polmonite per non turbare la Cameretta. Dopo un po’ decido che ne ho abbastanza, mi avvio.
L’ufficio è al piano terra di un elegante palazzo del centro. La Cameretta abita all’ultimo piano. Lei è in casa, quando arrivo la chiamano e scende.
Eccola. Tutta sorrisi e gentilezze, mi stringe la mano, mi bacia. Ci sediamo a un tavolo da riunione. Non mi chiede niente, dice solo:
– Mi dispiace per come è finita l’altra volta. Lo so che avevi un buon motivo per non partire.
– Già.
– In questo film mi sono circondata di incompetenti, hanno messo insieme la troupe peggiore di tutti, cioè. A cominciare dal regista, che se non era per Enzo che mi portava all’ospedale ero morta.
Annuisco.
– Tutti hanno voluto fare i registi. Pure il maestro Stocasto, dico io, quattro premi Oscar! E invece c’aveva da ridire su tutto. E infatti il risultato si vede, Pantaloni ha detto “facciamo finta che non ho visto niente”.
Inizio a non capire, provo a intromettermi.
– Pantaloni ha visto il film?
– Mi ha detto: “Mariatere’, facciamo finta che non ho visto niente, però a settembre lo voglio vedere finito”. Quindi ora bisogna finirlo, questo film, ed è per questo che ho chiamato te.
– E scusa, ma la persona che lo ha montato in Sud America?
– Dolores? Dolores è una brava ragazza, però non conosce il film come te, tu lo sai a memoria, cioè sai cosa abbiamo passato insieme. Bisogna sbrigarsi, perché Pantaloni lo vuole finito a settembre.
– Ma cosa vuole a settembre? Vuole vedere un dvd? O vuole una copia in pellicola?
– Eh, sì.
– “Eh, sì” cosa? Io credo che voglia chiudere il montaggio, e poi iniziano le lavorazioni successive, gli effetti speciali, la correzione colore eccetera.
Mi guarda come se parlassi arabo al contrario:
– Lo vuole finito finito! Per questo abbiamo due settimane per montarlo, e io devo pure rigirare alcune scene. Insomma, cioè, il tempo è pochissimo.
– Ma che due settimane? In due settimane non si fa niente. E cos’è che dovresti rigirare?
– Due settimane al massimo, bisogna finirlo.
Mi propone di vedere il dvd, la versione montata da Dolores. Ci accomodiamo nella stanza accanto, lei chiama a raccolta le sue socie: scopro che divide l’ufficio con un’altra produzione, che però è la stessa della Cameretta e però sono diverse. Insomma, non è molto chiaro, fatto sta che ci sono queste due, Telma e Selma, due cinquantenni travestite da ventenni, inseparabili, una biondiccia e l’altra rossiccia, “le donne di produzione”, che sono socie ma no però sì.
Il film è orrendo. Mi spiace ammetterlo, ma è veramente brutto. Montato applicando in modo assolutamente cieco le regole di Aroña. Avrei fatto lo stesso anche io, temo. Sono riusciti a distruggere completamente quei minuscoli, scarsi, risicati momenti di emozione che pure si potevano ritagliare tra una stronzata e l’altra. Io ci ho lavorato per quattro mesi, e loro l’hanno fatto diventare questa porcheria. Mi sento offeso, quasi ferito nell’orgoglio.
Non aiuta il fatto che accanto a me ci siano Telma, Selma e la Cameretta. Sembrano le tre signore che vanno al cinema sotto casa il sabato pomeriggio. Commentano ad alta voce ogni battuta, ogni vestito, ogni espressione, ogni oggetto di scena. E ridono, parlano, si lamentano. Mi verrebbe da voltarmi e interrogarle:
– Bè, che avete capito?
Una si alza, Telma o Selma, va a prendere dei crackers, sgranocchia, li offre, telefona al figlio, poi chiama la segretaria, quel fax l’hai mandato? Intanto la Cameretta racconta tutti i momenti in cui è stata vittima di qualche sopruso da parte di qualcuno:
– Ecco, qui io volevo fare così, e invece Aroña, niente, ha deciso di fare cosà. Mi sa che questa scena la giro di nuovo… Qui, poi, io avevo chiesto a Settimio Parmigiani di dire la battuta in un modo, e lui invece ha voluto dirla così. Lo faccio doppiare…. Questa fotografia qui l’ha voluta Stocasto, e io la volevo in un altro modo, mi sa che faccio rigirare anche questa scena…. Qui, poi…
Mi alzo, spengo il televisore, guardo la Cameretta:
– È brutto, vero?
– Sì, decisamente, rispondo.
Torniamo in riunione. Non la lascio parlare:
– Bisogna montarlo daccapo. Ci vogliono sei settimane almeno.
– Dobbiamo finirlo entro settembre, anche perché io devo rigirare delle scene, cioè.
– Si può sapere cos’è che vorresti rigirare?
– Hai presente la scena della rivolta?
– La scena finale, quella con tutte quelle comparse e le fiamme e il palazzo che brucia?
– Eh, quella. Non mi piace, ha voluto fare la rivolta dei sudamericani, invece qua siamo in Italia, bisogna rifarla.
– Ma come fai? E quando?
– Non ti preoccupare, devo solo trovare i soldi.
– Se mi permetti, è una scena un po’ difficile da girare, ci sono decine di comparse, gli effetti speciali, c’erano praticamente tutti gli attori. Come fai a coordinare tutto quanto? Poi devi convincere Aroña e Stocasto a tornare.
– No, Aroña e Stocasto non li voglio.
– E come fai?
– E che ci vuole? Che sono, gli unici che sanno fare un film, quei due?
Ci rinuncio. Lei riprende, come se niente fosse:
– Dobbiamo finirlo entro settembre. Chiedimi tutto quello che vuoi, ma devi accettare.
Ho capito, stavolta me la devo giocare bene. Non sono impreparato: la telefonata con Alberto mi aveva insospettito, ho considerato l’eventualità.
– In effetti ho delle cose da chiederti.
– Non c’è problema, scrivi tutto su un foglio e dallo a Enzo, cioè lui ti compra tutto. Quando cominci? Domani?
– No, che domani? Io te le devo dire, perché se non le accetti non posso montarlo, ‘sto film. Primo: voglio un Avid vero e funzionante.
– E lo troviamo, ora ne cerchiamo uno.
– Secondo: voglio un contratto fino alla fine del film.
– E certo, che ci vuole? Dopo ti faccio chiamare dall’amministrazione.
– Terzo: voglio un assistente fino alla fine del film.
– Un assistente? E a che ti serve?
– Innanzitutto ci vuole, e poi questo è un film difficile, e se lo vuoi finire in fretta serve un assistente che si occupi di tutto, effetti speciali, i laboratori eccetera, così io posso lavorare in pace.
– E va bene, l’assistente. Poi?
– Finito.
– Va bene, allora ti preparo un angolo nel mio salotto, così puoi montare lì, tanto non c’è nessuno a casa mia, solo la donna delle pulizie e mia figlia che tra poco finisce la scuola.
Stacco. Con un lento carrello entriamo nel salotto di un appartamento borghese. Da sinistra, attraverso una tenda sottile filtra un pallido raggio di sole. Illumina i vasi bianchi dentro i quali crescono ficus e papiri, la massiccia credenza piena di piatti e bicchieri: i servizi buoni. Al centro della stanza, sotto un lampadario di cristallo, un tavolo di mogano, lucido come se qualcuno vi avesse appena passato la cera. Seduto al tavolo un uomo sta lavorando davanti a un computer. La luce dei due monitor illumina i pelosi tratti del viso. Accanto a lui una bambina: sta colorando un album di figure in bianco e nero, davanti a lei una distesa di pennarelli. Da una porta sul fondo entra una donna. È alta, ha lunghi capelli neri, indossa una vestaglia che di certo non nasconde le forme molto generose. Tenendosi a debita distanza dall’uomo, gli dice:
– Scusa, potresti mettere via? È arrivato Luigi, cioè dovremmo cenare.
Entra una ragazza filippina, porta una tovaglia ricamata, piatti e posate, inizia ad apparecchiare. L’uomo spegne il computer, stacca i collegamenti, poggia tutto a terra, in un angolo della stanza. Quando ha finito si volta: la donna sta cenando, roast beef e insalata, con lei la bambina e Luigi, in giacca, cravatta e camicia azzurra.
– Allora io vado.
La donna gli risponde senza sollevare lo sguardo dal piatto. Luigi sta bevendo del vino rosso.
– Sì. Ah, domani vieni un po’ più tardi, vorrei dormire.
L’uomo si volta ed esce. Quando si richiude la porta alle spalle, si accorge di aver lasciato dentro il telefono. Non importa, lo prenderà domani. Dissolvenza a nero.
– Nel tuo salotto? No, guarda, preferisco stare in un ufficio.
– Come vuoi, ma non ti fare problemi, eh! Non dai fastidio assolutamente.
È una faticosa contrattazione, ma alla fine ci accordiamo. Riesco ad ottenere una stanza nell’ufficio, la stanza della contabile, che non ci sarà fino a settembre. Riesco ad ottenere la promessa di un contratto regolare per me e per il mio assistente. Riesco ad ottenere di lavorare su tutti i ciak del film, e non solo quelli già montati. Riesco ad ottenere un Avid vero, preso in affitto (qui ho dovuto lottare con Telma o Selma, che “c’ho ‘n’amico che mo’o dà co’o sconto”, ma questo sconto aveva un che di truffaldino, il prezzo era comunque molto alto).
Qualcosa ancora non mi convince, ma ci diamo appuntamento per la settimana seguente, quando inizierò a lavorare.

Gianni, un amico, si propone di farmi da assistente. Accetto, sia perché so che con lui la situazione sarà molto meno stressante, sia perché così mi tolgo dall’imbarazzo di dover cercare assistenti più grandi e con maggiore esperienza di me.
Prendiamo possesso della stanza, il lunedì successivo. Ma subito facciamo una spiacevole scoperta: dobbiamo dividerla con il figlio di Telma o Selma, un ragazzone alto un paio di metri, che credo abbia appena finito il liceo e per guadagnare qualche euro passa l’estate nell’ufficio della mamma a sostituire la contabile. Cosa che, ovviamente, non sa fare, per cui la sua giornata consiste nel lottare contro di noi per l’aria condizionata, che lui vorrebbe a -20°, e guardare video su Youtube. Gianni e io sospettiamo sia tutta una scusa, che quello sia stato messo lì per controllarci, per controllare che non passiamo le ore raccontandoci barzellette.
Ogni mattina è già in ufficio, arriva sempre prima di noi, lo troviamo immerso in un clima da Antartide, guarda video di incidenti d’auto su internet, l’espressione annoiata. Noi alziamo la temperatura, o spegniamo del tutto. Lui allora esce per qualche istante, torna e dice:
– Posso accendere?
– No, guarda, ci arriva dritta nella schiena, meglio di no.
Se ci allontaniamo per fumare, al nostro ritorno la temperatura nella stanza sfiora i -15°.

Prima cosa: decido di controllare il materiale, voglio che ci sia tutto, non voglio lavorare solo sui ciak scelti dal regista. Con Gianni facciamo un elenco di ciò che manca e lo mandiamo al laboratorio, entro qualche giorno dovremmo riuscire ad avere tutto.
Secondo: prepariamo il tabellone. Lo so che non servirà a niente in questo caso, ma voglio farlo lo stesso. Compriamo un grosso cartoncino blu e scriviamo su dei post-it gialli il numero della scena e un breve riassunto. Li incolliamo al tabellone, e lo guardiamo compiaciuti.
Terzo: iniziamo a montare, partendo da zero.
Quarto: ormai è venerdì, nessuno ci ha ancora fatto firmare nessun contratto. Chiamo la Cameretta e le chiedo. Mi dà il numero del suo studio commerciale, sono loro che si occupano di queste cose.
– Studio Graff, buongiorno, sono Maria.
– Buongiorno, sono il montatore del film “La fregatura”, telefono per il contratto, avremmo dovuto firmare lunedì ma ancora non abbiamo avuto notizie.
– Ah, sì, buongiorno. Guardi, oggi è una giornataccia, il venerdì è sempre un problema. Mi potrebbe richiamare lunedì?
– Non si preoccupi, a lunedì.
Lunedì.
– Studio Graff, buongiorno, sono Maria.
– Buongiorno, sono il montatore del film “La fregatura”, telefono per il contratto, ho già chiamato venerdì, mi avete detto di richiamare oggi.
– Ah, sì, buongiorno. Guardi, il dottor Graff adesso non c’è, appena torna la faccio chiamare, tanto lei è in ufficio, vero?
– Sì, mi trova in ufficio.
– Bene, allora la faccio chiamare al più presto.
Martedì.
– Studio Graff, buongiorno, sono Maria.
– Buongiorno, sono il montatore del film “La fregatura”, telefono per il contratto, ho già chiamato ieri.
– Ah, sì, buongiorno. Il suo contratto è pronto, venga a firmarlo quando vuole.
– Ottimo, allora arrivo tra dieci minuti.
– Ah, no, guardi, adesso no, stiamo entrando in riunione. Chiami nel tardo pomeriggio.
Mercoledì.
– Studio Graff, buongiorno, sono Maria.
– Buongiorno, sono il montatore del film “La fregatura”, telefono per il contratto, dovrebbe essere pronto da ieri, ma poi ho chiamato e non mi ha risposto nessuno.
– Contratto? Non so niente. Controllo, la richiamo appena trovo qualcosa.
Giovedì.
– Studio Graff, buongiorno, sono Maria.
– Buongiorno, sono il montatore del film “La fregatura”, telefono per il contratto.
– Ah, sì, buongiorno. Guardi, il titolare ora non c’è, appena torna la faccio chiamare.
E così via. Tutti i giorni, per due settimane. Comincio a innervosirmi. Il terzo lunedì telefono mentre sono per strada, sto andando in ufficio.
– Studio Graff, buongiorno, sono Paola.
– Buongiorno, sono il montatore del film “La fregatura”, telefono per il contratto.
– Contratto? Non so niente, mi spiace.
– Guardi, ho sempre parlato con Maria, me la potrebbe passare?
– Un attimo.
Attendo con la musichetta. Ma è la voce di un uomo, quella che sento qualche istante dopo.
– Buongiorno, sono il Dottor Graff.
– Buongiorno, io vorrei….
– Lei deve mettersi in testa che Maria non è una sua dipendente, ma una mia dipendente, e non può pretendere che faccia ciò che vuole lei quando vuole lei, ha capito?
Va bene, mi incazzo.
– Sono due settimane che la tua dipendente mi prende in giro! Ora chiamo la signora Cameretta, e le dico che a causa della vostra incompetenza dovrà trovarsi un altro montatore.
Riattacco.
Un’ora dopo stiamo firmando.
Il contratto è strano. Non prevede obblighi da parte loro, ma solo da parte mia: mi impedisce di divulgare questo e quello, di parlare con chicchessia di questo e di quello. Sollevo obiezioni a Maria, che è tutta zucchero e servilismo:
– Guardi, è il contratto standard, è quello che facciamo firmare ai montatori che lavorano con noi.
– Sarà, ma perché è settimanale? Io avevo chiesto un contratto a fine film.
– Guardi, è il contratto standard, è quello che facciamo firmare ai montatori che lavorano con noi.
– Sarà, ma io un contratto così non l’ho mai visto.
– Guardi, è il contratto standard, è quello che facciamo firmare ai montatori che lavorano con noi.
Lascio perdere, sono sfinito.

Nelle prime settimane di montaggio la Cameretta non si fa vedere: sta girando l’ultimo film dei fratelli Branzini, in qualche amena località turistica. A volte ci fa mandare tè freddo e ciambellone dalla sua cuoca. Quando è a Roma viene a trovarci: si siede, guarda mezzo ciak e si lamenta.
– Vedi? Cioè, è possibile dico io girare una scena così? Ma se uno sta parlando perché non lo inquadri, cioè? E poi ti fai pure chiamare Maestro.
– In verità si fa così, questo è il piano d’ascolto, poi c’è il ciak sull’attore che parla.
– Sì, e secondo te è un sistema furbo? De Gaudentiis non lavora così. Vaglielo a dire a De Gaudentiis, se un direttore della fotografia ha il coraggio di fare così con lui. Ma di me, guarda, di me si sono approfittati tutti perché sono una che sono buona e sensibile.
Ci dice anche che è inutile che montiamo tutto, vuole rigirare molte cose.
– Anche questa la voglio rigirare.
– Allora monto questa.
– No, tanto rigiro anche questa.
– Allora questa.
– No, tanto rigiro anche questa.
– Scusa, ma io monterei lo stesso, così, intanto mi porto avanti.
– Ma no, rigiro tutto.
– E chi dirige, se non vuoi più Aroña?
– Io, no?
– Tu?
– E chi meglio di me?
– E chi la fa la fotografia?
– Uno lo trovo, tanto, cioè, che sarà mai, mica c’è solo Stocasto.
– E gli attori?
– Eh, gli attori non possono più, li ho sentiti, sono tutti impegnati.
– E quindi?
– Uso controfigure, tanto è la magia del cinema, chi se ne accorge? Comunque, guardate che dobbiamo finire tra due settimane, che Pantaloni vuole vedere qualcosa.
– Come due settimane? Quando lo vuole vedere?
– A ottobre.
– Ottobre? Avevi detto settembre! E comunque mancano tre mesi.
– Sì, sì, è uguale: non c’è tempo.

Aspettiamo che il laboratorio mandi i ciak che abbiamo chiesto. Non è un’operazione rapida, qualche giorno ci vuole. Ma non ci preoccupiamo: c’è tutto un film davanti a noi.
Passa la Cameretta:
– Mi fate vedere quella scena del treno?
Le mostriamo la scena del treno.
– Ma io mi ricordo che abbiamo girato anche un pezzo del treno visto da così, tu non ti ricordi? C’eri?
– C’ero, rispondo, me la ricordo, e infatti ho chiesto al laboratorio di mandarcela.
Fa la faccia di una che ha beccato suo marito a letto con un cavallo.
– Coooosa? Mi vuoi dire che non ci sono tutti i ciak?
– Non tutti, perché il laboratorio ha mandato solo le buone, ora però io ho chiesto gli altri.
– E chi gli ha detto di non mandarli tutti?
– Bè, si fa così, è una prassi.
– E chi gliel’ha detto?
– È una prassi….
Parte, in due falcate è nell’altra stanza, in altre due di nuovo davanti a me, un telefono in mano. Guardo Gianni, che non batte ciglio.
– Eh, no, eh, questo no. Anche loro, adesso. Ora li chiamo, questi. Incompetenti, cioè, sono tutti incompetenti. E dicono che è il miglior laboratorio di Roma.
– Maria Teresa, aspetta, li abbiamo già chiamati noi, ci mandano tutto, non ti preoccupare.
Si ferma.
– Oggi? Mandano tutto oggi? Dico a Enzo di andare a prendere i ciak. Cosa sono, cassette?
– Sì, sono cassette, ma non mandare Enzo, non sono pronti per oggi, ci vorranno un paio di giorni.
– Un paio di giorni? Ma scherziamo, cioè? Io qui devo finire un film! Ora mi sentono. Con tutto quello che ho fatto per loro, questo è il ringraziamento!
Gianni è paralizzato.
– In che senso?
Ci guarda, il cellulare in mano.
– È grazie a me che hanno aperto lo stabilimento nuovo!
– Cioè? Li hai aiutati con le pratiche?
– Ma che dici! Gli ho fatto da madrina all’inaugurazione!
Compone il numero:
– Ora mi sentono, cioè. Di chi devo chiedere?
– Davvero, lascia stare….
Troppo tardi.
– Pronto? Sono Maria Teresa Cameretta, vorrei parlare con il direttore.
Va nell’altra stanza, la sentiamo urlare. Chino la testa, non ho il coraggio di guardare Gianni.
Quando torna ha il sorriso della vittoria.
– Bene, Enzo sta andando. Ci danno la prima cassetta tra un’ora. Visto, come si fa? Questo me l’ha insegnato De Gaudentiis.
La prima cassetta contiene in verità solo un paio di ciak, e non quelli del treno. Ma alla Cameretta non diciamo niente.

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