Vita Vissuta nel Cinema Italiano 8

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Intermezzo – Il set

A Palermo arrivano gli stagisti, una ventina di ragazzi mandati dalla Sicilia Film Commission. Viene deciso che sarà la Cameretta ad accoglierli, con un discorso di benvenuto e di incoraggiamento. Luogo deputato alla cerimonia: la sala montaggio.
Quando entro li trovo già seduti, in cerchio. Non sembrano nervosi, hanno quaderni in mano, come se fossero a scuola, chiedono al vicino “Dove vorresti essere mandato?”, “Ah, io al reparto fotografia”, “No, io in produzione”, “Produzione, scherzi, quelli ti fanno portare i caffè, non l’hai visto Boris?”. Silenzio, entra la Cameretta.
Saluta, allegra. Non si siede. Inizia un discorso su ciò che per lei è il cinema.
– Vedete, cioè questa è una società che è fatta di immagini. E le immagini sono potenti, cioè. Uno con le immagini può dire quello che vuole. E se non sei preparato, cioè ti fanno credere quello che vogliono. Infatti il cinema non è mai piaciuto alle dittature, il cinema è scomodo. E perché? Perché distrae. Perciò noi abbiamo una grande responsabilità. Noi dobbiamo far ridere, dobbiamo rilassare. Non è che uno torna a casa dal lavoro e c’ha voglia di vedere un film pesante, quei film tutti intellettuali che devi stare lì a capire che cosa hai visto e ti ci vuole un libro. No, il cinema deve far ridere, deve far sognare, sennò la gente non lo guarda. A teatro non ci va più nessuno perché devi stare lì e non capisci cosa stai vedendo. Invece col cinema uno non deve pensare, si deve sedere e si deve rilassare per due ore. Il mondo è già brutto, che se gli facciamo vedere cose brutte poi si suicidano.
Risate. Esce.
Era partita bene, però.

Vado sul set tutte le sere, a Palermo. Mi piace guardare gli altri lavorare. Mi piace essere salutato da tutti. Passeggio, tra un ciak e l’altro, in mezzo alle comparse che si scattano foto a vicenda, che fermano la Cameretta e fanno foto con lei, che guardano lo schermo della macchina digitale e commentano, passeggio tra gli attori che ripassano le battute bevendo tè freddo, saluto Aroña che mi fa un cenno con la mano, passo accanto a Meri, che commenta:
– Che cazzo fai qua, invece de sta’ a lavora’?
– Rena’, è mezzanotte.
– Siccome oggi ti sei ammazzato…. Ma tanto che ce frega, mò parti.

E poi ci sono alcuni personaggi che vale la pena osservare con cura.
Uno di questi è il signor Pigna.
La sua presenza mi viene segnalata dagli stagisti, che subito mi chiedono:
– Ma quello è proprio Pigna?
Per non svelare la mia ignoranza, rispondo:
– Eh, bè, certo che è lui, e chi se no?
In realtà non l’ho mai sentito nominare, non ho nemmeno ben capito chi stiano indicando, se quello grasso o quello con l’auricolare. Chiedo ad Alain.
Pigna è il proprietario di una agenzia di servizi cinematografici che gestisce tutti gli eventi, i concerti, i film in questa parte della Sicilia. È il protagonista di un documentario di Piripì e Moresco. Appena un paio d’anni fa ha finito di scontare una lunga condanna per rapina, e si dice abbia strettissimi contatti con Cosa Nostra. Si dice anche che sia impensabile fare un film a Palermo senza ingaggiarlo: lui si occupa di tutto, procura le comparse, offre il servizio d’ordine, gestisce gli spostamenti. Chi ha provato a farne a meno, si dice sia stato vittima di curiosi incidenti. Mi raccontano che Wim Wenders, a Palermo per le riprese di un suo film, dopo aver visto il documentario di Piripì e Moresco pare si sia rifiutato categoricamente di assumerlo, ma, giunto in città da Roma, sembra abbia trovato ad attenderlo all’aeroporto proprio Pigna, in Mercedes. Inutile aggiungere chi si sia occupato del suo film, dopo.
Una sera le riprese vanno a rilento. Il protagonista, Settimio Parmigiani, un belloccio da fiction che si comporta come se fosse Gene Hackman, ha un aereo che lo aspetta, deve tornare a Roma e non può assolutamente tardare. Però non c’è verso: ad Aroña non frega niente, e Settimio rischia di perdere il volo. La Cameretta si precipita da Pigna, gli chiede aiuto e lui, tranquillissimo, si rivolge a uno dei suoi uomini:
– Save’, chiama Salvo, all’aeroporto, dicci che l’attore fa tardi.
E così Settimio riesce a tornare a Roma.
Al Giardino Botanico stiamo girando la scena finale, quella della rivolta, ci sono effetti speciali e tantissime comparse. È una scena difficile, sono previsti quattro giorni di riprese. La prima sera io mi trovo accanto a Pigna. Alla nostra destra, dietro alcuni cespugli, due gatti si azzuffano, miagolano, fanno rumore. Pigna è in piedi, le braccia incrociate sulla pancia sporgente.
I gatti si azzuffano. Lui guarda dritto davanti a sè. I gatti si azzuffano. Lui guarda dritto davanti a sè. I gatti si azzuffano. Pigna fa un cenno impercettibile, muove leggermente la testa verso destra. Saverio, il suo luogotenente, capisce al volo. Parte, in due falcate è nascosto dalle frasche. Ne esce poco dopo. I gatti non si sentono più.

Un altro personaggio interessante è Antonio.
Si materializza sul set il primo giorno. Indossa un cappellino dei New York Yankees, una polo grigia e un paio di jeans. Saluta Saverio, fa per entrare ma quello lo ferma con la mano.
– Sono un amico del regista, mi ha detto lui di venire.
Saverio pensa un attimo. E mò che gli dico al regista, quello parla solo inglese!?
– Prego, passate pure. Fate passare!
E avverte, al walkie-talkie:
– C’è l’amico del regista!
E così Antonio entra sul set.
Credo sia lombardo. Ha una quarantina d’anni. Alto, guarda tutti con superiorità, si aggira tra gli attori e le comparse, ma più spesso è in piedi accanto al gazebo di Aroña. A volte aiuta a spostare uno stativo, una sedia, un oggetto di scena. Lo fa come se stesse facendo un favore, ha sempre l’espressione di uno che pensa “ti faccio vedere io, lo so che non sei pratico, guardami e impara”.
Ogni sera passa dal nostro hotel, copia su un foglietto l’ordine del giorno appeso nella hall, quindi si presenta sul set, puntualissimo, arriva addirittura prima delle maestranze. Quando non giriamo, nei fine settimana, passa la giornata sdraiato su un divano della hall, guarda tutti, ma senza salutare, sembra pensare “non disturbatemi, mi sto rilassando dopo una dura settimana di lavoro”.
Nelle pause viene a mangiare con noi. È sempre lì, seduto solitario a un tavolo, guarda nel vuoto, fa il bis, prende pure il caffè. Tutti si incuriosiscono, cercano di fargli domande. E lui, con aria serafica, dà a tutti risposte diverse.
A Saverio dice, appunto, di essere un amico intimo di Aroña, di trovarsi a Palermo su esplicito invito del regista. Al regista, invece, dice di essere un suo grande ammiratore, nonché compagno di scuola della Cameretta, di essere venuto lì apposta per vederlo lavorare. A Meri dice di essere un assistente volontario, mandato sul set dalla Sicilia Film Commission. Ai veri assistenti volontari dice di essere un docente della Los Angeles Film School, l’anno prossimo Aroña dovrà tenere un seminario, e lui è qui per prendere accordi.
Lo odio. Lo so, ho l’odio facile, ma non sopporto la sua espressione di superiorità del cazzo.
Una sera, a cena, come sempre è seduto da solo, decido di unirmi a lui. Mangia a quattro palmenti. Non mi degna di uno sguardo. Dopo un po’ ci provo:
– Buon appetito.
Mi guarda, come se non mi vedesse:
– Sì, altrettanto.
– È buono?
– Più o meno.
– Eh, hai fame, eh?
Sospira, si ferma, mi guarda:
– Tu saresti?
Mi sta profondamente sul cazzo.
– Io SONO il montatore.
In genere alla parola “montatore” tutti reagiscono: chi sa che genere di lavoro sia, fa un sacco di domande: ah, che bello, che scelta interessante, com’è lavorare con i registi, com’è questo, com’è quello. Chi non lo sa, chiede comunque: che significa?, monti mobili?, palchi per i concerti?, una volta ho conosciuto uno che faceva il montatore a teatro, montava le scenografie.
Antonio no. Indifferente. Alza appena un sopracciglio.
– Ah.
Senza nemmeno l’esclamativo.
– E TU chi saresti? Non ti ho mai visto prima.
Posa la forchetta che stava portando alla bocca. La posa con un gesto stanco, di chi non ne può più della celebrità, e vorrebbe tornare alla semplice vita di una volta.
– Se sei un montatore avrai sentito nominare Pietro Scalia.
Scalia? Certo che l’ho sentito: giovane siciliano emigrato negli Stati Uniti, vincitore di due premi Oscar, uno per “JFK” di Oliver Stone, e uno per “Black Hawk Down” di Ridely Scott. Una specie di divinità dei montatori.
– Certo che l’ho sentito.
– Bè, è un mio caro amico, gli ho dato una mano quando ha montato “Black Hawk Down”, non so se l’hai visto, il film di Rid.
– Sì, mi pare di averlo visto, il film di Rid.
– Ecco, l’altro giorno mi ha detto “Ehi, Tony, perché non ti dai alla regia, invece di perdere tempo con il montaggio? Vai in Italia, vai a vedere come gira Alonzo, che sta facendo un nuovo film. Vai, di’ che ti mando io”.

Sul set, tutti i venerdì arriva l’Uomo delle Paghe.
Arriva con un librone sotto il braccio. Dentro, gli assegni e le ricevute da firmare. La sua presenza viene registrata non appena egli mette piede nel perimetro del set. Da quel momento, tutti sono improvvisamente indaffaratissimi, impegnatissimi. Si muovono velocissimi da una parte all’altra, sui loro volti espressioni felici ma nello stesso tempo assorte. Come piccioni nella stagione dell’amore, in un modo o nell’altro riescono a capitare per caso nei pressi dell’Uomo delle Paghe. E lo salutano, con gioia, con partecipazione, lo chiamano per nome e agitano la mano destra. Qualcuno gli rivolge un saluto, altri addirittura provano ad allungargli una pacca sulla spalla. E gli girano attorno, agitano le piume, come se solo facendosi vedere impegnati, attivi, felici, lui si ricordi di consegnare i meritati assegni. Deve essere una reminiscenza del servizio militare.
L’Uomo delle Paghe è conscio del proprio potere. Espressione severa, saluta tutti con un freddo “Ciao”, non stringe mani e non dà confidenza. Si sistema su un piano che qualcuno alacremente si preoccupa di sgomberare, apre il librone e inizia a sfogliarne le pagine e a guardarsi attorno. A quel punto la tensione è massima, il corteggiamento raggiunge il suo apice, le piume vengono sventolate come code di pavone.
Con flemma estrema, quasi a voler prolungare la suspense del momento, l’Uomo delle Paghe inizia a chiamare lentamente, una per una, le persone che vede attorno a sé. Non fa l’appello: guarda qualcuno negli occhi, e fa cenno con la mano di avvicinarsi. Chi viene chiamato ha un momento di estasi, con un paio di balzi arriva al fianco dell’Uomo delle Paghe. Nemmeno lo guarda negli occhi, dice il proprio nome, come per evitare che l’Uomo delle Paghe possa incorrere in un errore e consegnare l’assegno sbagliato, ma lui sa tutto, e fa un sì annoiato con la testa. Allora chi sta per intascare lo stipendio, con la massima gentilezza gli chiede notizie, come va, come stai, caldo oggi, eh? L’Uomo delle Paghe non risponde, scartabella ancora un po’, trova la busta paga e l’assegno, e conclude con un:
– Ci vediamo venerdì prossimo.
A questo punto un sorriso innamorato si pianta sul volto di chi sente la frase, allunga la mano per stringere quella dell’Uomo delle Paghe e lui solo ora, ora che la sua virtù non è più in pericolo, la stringe di rimando, ma sempre senza alcuna emozione.
Lo spettacolo dura fino a che l’ultimo assegno non è stato consegnato, l’ultima busta paga firmata. A questo punto l’Uomo delle Paghe rimette insieme il librone, lo chiude con l’elastico o lo infila nel raccoglitore, e sparisce. Pochi salutano la sua partenza, quasi tutti sono già tornati alle espressioni e alle attività di sempre.

Passeggio tra un ciak e l’altro. Guardo Stocasto, seduto sotto il suo Stetson, su una sedia dietro alla quale c’è scritto “cinematografia”. Guardo Meri che cammina in cerchio parlando al cellulare. Guardo la Cameretta che indossa giganteschi occhiali scuri a mo’ di cerchietto per capelli. Osservo il fonico fumare a gambe incrociate, come uno che aspetta l’autobus. Guardo la truccatrice partire di scatto verso Anne, ogni volta che l’aiuto regista dà lo “STOOOP!”. E guardo le maestranze ridacchiare, sedute su un muretto. Gli passo accanto, sento qualcuno dire:
– Ahò, si tte ‘nfilo du’ monete ner culo, me canti ‘na canzone?

vvci@inventati.org

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