Vita Vissuta nel Cinema Italiano 7

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Capitolo 7.

Ora siamo a Palermo, non vedevo l’ora di arrivarci, una delle città che amo di più. Già sull’aereo sogno i pezzi di rosticceria, le colazioni con le iris, la pasta con le sarde. Ho intenzione di non rinunciare a niente: mi aspettano due settimane di intensa attività enogastronomica. Farò gli straordinari, se necessario.
Il nostro hotel è uno storico palazzo del centro, un palazzo appartenuto a una nobile famiglia inglese. È un hotel extra lusso, molto famoso perché fino a non molti anni fa, ogni qual volta si dovevano prendere importanti decisioni riguardo all’assetto democratico del Paese, qui si riuniva la commissione di Cosa Nostra. Albergo molto frequentato da politici (collusi e apparentemente no) e celebrità in visita. Gli stucchi, le colonne, i marmi mi nauseano, non sopporto questo tipo di hotel, dove i receptionist ti (o mi) fanno sentire come se fossi lì a chiedere un prestito. Stanza di lusso, luci soffuse, internet a pagamento, indecente colazione servita nella “elegante Sala degli specchi”.

Quando entro noto una lunga fila di persone davanti al bancone della Concierge (qui, oltre alla reception c’è la concierge). Mi avvicino, li riconosco tutti: sono membri della troupe, ci sono autisti, macchinisti, elettricisti. Uno alla volta si rivolgono al portiere che ascolta le loro lamentele sfoggiando una truce espressione di antipatia:
– Ma che stanza m’avete dato, è troppo vecchia!
– Ahò, è umida la mia stanza!
– Ne vojo n’antra, nun c’ha l’idromassaggio!
– È piccola!
– È grande!
– S’affaccia sulla strada!
– S’affaccia sul cortile, mortacci vostri!

La cosa va avanti per un bel po’. Tutti riescono a cambiare camera. Mentre osservo la scena, mi avvicino al fonico del film, Umberto, che mi sussurra:
– Vorrei sape’ ‘ndo cazzo vivono questi, che ‘st’hotel nu’ je sta bbene!

Incontro Alain, un mio vecchio amico, un ragazzo francese che come me ha la passione per il cibo. Anche lui lavora a questo film, non lo sapevo, lo scopro solo adesso. Come me, Alain ha una missione: mangiare il più possibile. Insieme scopriamo “da Maria”, alla Vucciria: un garage arredato con un piano cottura, una griglia e alcuni tavolini. Molto frequentata dalla gente che lavora al mercato. Ogni giorno veniamo a pranzo qui, antipasti, scegliamo il pesce che Maria frigge o arrostisce sul momento, vino bianco, poi mangiamo un cannolo in piazza Marina. Porto Alain all’Antica Focacceria: voglio fargli assaggiare il pani ca’ meuza, ma non gli piace, me ne accorgo, lui però è troppo educato per ammetterlo, non lo finisce e lo nasconde nel tovagliolo. Un giorno procuro una cassata da mezzo chilo, telefono ad Alain correndo per strada:
– Alain! Tra dieci minuti al bar dell’hotel, presto!
– Ma scertò, arivo siubitò.

Il cameriere del bar ci guarda e ride, mentre ci tuffiamo sul dolce come se non mangiassimo da giorni. Non gliene offriamo nemmeno un cucchiaino.
Alain è proprio il “bravo ragazzo”: è gentile, educatissimo, premuroso. E, soprattutto, vede solo il lato buono delle cose. Tutto è bello, tutto è buffo. Io sono esattamente l’opposto, e mi diverte questa nostra lontananza. Certo, alcune volte il suo atteggiamento sembra proprio una deformazione. Un giorno, per esempio, passeggiamo per Ballarò. Ci passa accanto un motorino su cui viaggiano due ragazzini, uno ci urla:
– Arrusi!
E Alain:
– Sciaooo! Buffò, no? Sci ha dettò “Sciao, bellì!”

Non dico nulla, non voglio rompere l’incanto.
Fatti pochi metri, quello stesso giorno, finiamo in una piazza non molto grande, gli edifici distrutti, senza infissi, i muri scrostati pieni di scritte contro la polizia. La piazza è deserta, è quasi ora di pranzo, saranno tutti a tavola o a fare le ultime compere al mercato. Ballarò è un labirinto e noi ci siamo persi, ma non ci preoccupiamo, prima o poi sbucheremo da qualche parte.

Una macchina frena davanti a noi, bloccandoci il passaggio. Dentro, una ragazza: si sporge dal finestrino e ci chiede:
– Sapete dov’è la biblioteca?
– No, le rispondo, non siamo di qui.
– Sì, si vede che non siete di qui.
– In che senso?
Il rintocco di una campana.
L’aria immobile.
L’auto riparte.

Alla sinistra del mio campo visivo colgo un movimento, mi volto. Quattro, cinque ragazzini, avranno al massimo quindici anni, vengono verso di noi. Ridono. Uno di loro estrae una pistola dalla giacca.
Afferro il polso di Alain, lo trascino via.
Di corsa.
Da lontano mi arrivano risate, uno grida:
– Ah ah ah! Si scantaru!

Corriamo come pazzi, svoltiamo angoli, entriamo dentro vicoli sempre più stretti. Non so dove stiamo andando, spero di non peggiorare la situazione. Non mi chiedo se la pistola fosse finta o no: corro. Giro a destra, a sinistra, nella mano ho sempre il polso di Alain. Davanti a me vedo dei colori, accelero. Il mercato! Ci fermiamo al centro della strada, tra le bancarelle, la gente ci urta passando con le buste della spesa. Tiro il fiato.
– Cos’hai vistò di così büffò da correrè?

Ogni sera Alain e io tentiamo di andare a cena da soli, ma ogni volta veniamo fermati dalla Cameretta, che ci intercetta nella hall dell’albergo.
– Venite con noi?
– Veramente volevamo andare….
– Venite con noi, cioè così riusciamo a parlare senza che Aroña ci vede.
Guardo Alain, lui fa spallucce.
– Io comincio ad andare, voi venite tra poco, che se esce Aroña cioè non ci vede insieme. Fatevi spiegare la strada dal portiere.
– Va bene.
– Poi un giorno ti porto a fare un giro, cioè così parliamo.
Con lei c’è sempre Enzo, il suo segretario/bodyguard. Sorride in continuazione, ha una fastidiosa erre moscia, le narici talmente grandi che mi viene voglia di metterci un dito per sentire quanto sono profonde. Enzo ha un cellulare grosso come quello di Meri, è sempre chino sulla tastiera, non ho mai capito se scriva centinaia di sms, o se come me sia dipendente da qualche giochino.
Andiamo a cena in ristoranti con i piatti quadrati, nei quali vengono serviti cibi in crosta di questo con restrizioni di quello su un letto di quest’altro. Alain e io siamo gli unici a bere.

La prima sera il menu mi terrorizza. Ordino linguine al nero di seppia, Alain fa lo stesso. La cosa suscita un dibattito a tavola.
– Ma come fate? Io proprio non lo sopporto, il nero di seppia!
– Cos’hai ordinato, tu?
– Cruditè de mer su letto di roquette con mousse alla restrizione di porto.
– Anche a me proprio non piace, il nero di seppia, una volta l’ho preso, la pasta era scotta.
– E tu che hai chiesto?
– Quiche di mais con gelée di pesce azzurro del mar baltico.
Quando ci portano il cibo, Alain e io ci fiondiamo sui piatti. Mi sento osservato, mi fermo, due linguine mi penzolano dalle labbra. Mi guardo attorno.
– Come sono, buoni?
– Però, non sembrano male.
– Anche la cottura sembra giusta, così a vedere.

Io parlo poco, ascolto i pettegolezzi su quell’attore, sul marito di quell’attrice.
– Ah, Castelnuovo e la sua compagna sono due persone eccezionali, una mia amica manda i figli nella stessa scuola dove li mandano loro, e mi dice sempre che sono due persone eccezionali, disponibili, piene di iniziativa.
Osservo con ammirazione la Cameretta che per antipasto ordina pane e olio, mentre Anne mangia grissini e burro.

Una sera, finalmente, riesco a divincolarmi, individuo Anne e le propongo la famosa cena che ci eravamo promessi a Pozzuoli. A Palermo la situazione è molto diversa, c’è più attività mondana, non riusciamo a evadere da certi meccanismi. Anne accetta, arruoliamo anche Lorenza e Alain e ci facciamo consigliare un ristorante con piatti rotondi e cucina casereccia.
Lorenza è terrorizzata, durante il tragitto mi si avvicina e mi sussurra:
– Sei sicuro? Tu l’hai vista mangiare solo a Pozzuoli, non sai di cosa è capace!
– Che sarà mai!, minimizzo.
Che sarà mai!

Quando le portano la caprese, Anne la fa immediatamente riportare in cucina perché la mozzarella non è di bufala. Ne portano un’altra, Anne chiama il cameriere e la restituisce perché è condita, mentre lei la voleva senza niente. Gliene portano una terza, lei ne mangia metà, i pomodori non sono buoni. Ordina grissini e burro come antipasto, non hanno i grissini, le portano crackers salati in superficie, non vanno bene, si fa portare del pane, ma è solo col sesamo. Allora al posto del pane chiede del riso bianco, glielo portano condito con olio. Lo rimanda in cucina e chiede degli spaghetti senza niente, ripeto: niente, ha capito, stavolta: niente! Il cameriere esasperato porta gli spaghetti, scotti e scolati malissimo: nuotano nell’acqua di cottura. Sospettiamo ci abbiano sputato dentro, consigliamo ad Anne di lasciar perdere.
Quando usciamo dal locale Lorenza mi prende per un braccio:
– Te l’avevo detto: è terribile o no?
– …
– Ehi, mi ascolti?
– …
– Oh, mi senti? Ehilà?
– …
– Ah, ma allora è una cosa seria, tu sei proprio partito!

La sala montaggio è in una stanzetta al piano terra, accanto alla reception. Devo dividerla con il reparto di fotografia, che qui ha sistemato l’immenso monitor del Maestro Stocasto. È chiusa a chiave, la chiave è in mia custodia, ma questo a Stocasto non piace. Un paio di volte prova a portarmela via, anche con l’inganno. Una mattina, per esempio, mi incontra nella hall, e mi chiede di poter entrare nella stanza per vedere alcuni ciak con il suo reparto. Gli consegno la chiave, dopo mezz’ora torno per vedere se hanno finito, ma la stanza è chiusa e le luci spente. Cerco qualcuno cui domandare cosa sia successo, un assistente di fotografia mi dice:
– No, oggi non abbiamo in programma di vedere giornalieri.
– E le chiavi quindi chi le ha?
– Penso il Maestro.
Vado alla ricerca del Maestro, lo trovo al bar dell’hotel, seduto sotto il suo Stetson.
– Mi scusi, mi servirebbero le chiavi.
– Le chiavi di cosa, scusi?
– Le chiavi della sala montaggio.
– Io ho solo le chiavi della sala di fotografia.
– È lo stesso, quella là.
– E a cosa le servono le chiavi?
– Mah, veramente io dovrei lavorarci, là dentro.
– Quella stanza è riservata al reparto fotografia, ci serve per vedere i giornalieri.
– Quella stanza non è riservata al reparto fotografia, c’è anche il mio computer, io devo montare con Aroña, le chiavi servono a me.
– Le chiavi servono a noi, dobbiamo avere la possibilità di guardare i giornalieri, senza chiedere il permesso a nessuno.
– Le chiavi le tengo io, voi state tutto il giorno sul set, quando vi serve la stanza basta che bussiate, mi trovate lì.
– Io devo poter accedere a quella stanza ogni volta che ne ho bisogno.
Gioco l’asso:
– Vado a parlarne al regista?
Mi consegna le chiavi.

Passano alcuni giorni, e noto un cambiamento. Improvviso, come se durante la notte fosse successo qualcosa.
Una mattina scendo a fare colazione nella “elegante Sala degli Specchi”. C’è Renato Meri, beve un caffè fissando il vuoto. Gli passo accanto, alza lo sguardo:
– Ahò, anvedi chi c’è: Hudsucker Proxi! Bbongiorno, Hudsucker Proxi!
– Che?
– Hudsucker Proxi.
– E che è?
– Nun l’hai visto, er film de li fratelli Cohen? Quello de quer tipo che fa er fattorino e poi diventa presidente? Tu sei proprio come lui. Sei partito da fa’ l’assistente, e mò sta tutto in mano tua. Ma com’hai fatto? Eh, ma tu sei furbo, zitto zitto, nun parli mai. Mò te prendi pure er posto der regista. Ma il mio no: il mio nun to ‘o lasso.

È una specie di segnale. Da questo momento, cambia tutto. Tutti iniziano a salutarmi, mi chiedono giudizi, opinioni. Il responsabile di post-produzione mi ferma per prendere accordi sui tempi di lavorazione, attori domandano il mio parere sulle loro performances. Alle istituzioni vengo presentato come “il montatore”.
La mia presenza sul set è, apparentemente, molto gradita. Mi trattano con tutti gli onori. Persino il Maestro Stocasto inizia a guardarmi con occhi diversi. Sembra mi corteggino, non si capisce bene per cosa, ma un vago sospetto ce l’ho.
Aroña non vuole nessuno accanto a sé, quando si gira. Però, se arrivo io, si fa largo tra le comparse, mi prende per mano, mi fa accomodare su una sedia alle sue spalle, mi dà le sue cuffie perché possa sentire meglio le battute degli attori. E mi chiede cosa penso del ciak che sta girando.
A volte la Cameretta mi chiama in disparte, mi porta in un luogo appartato del set, e mi sussurra:
– Cioè, ma questo ciak in sceneggiatura non era diverso?
– Mah, non saprei proprio.
– Nella sceneggiatura non era così, cioè. Digli al regista di cambiarlo. Vai tu che a te ti ascolta.

Io vado da Aroña e gli sottopongo la questione:
– Tu hai razon, ma cuesto es un cambiamento que yo ho piensato. Ora vedemos si se pò rifar.
Oppure è lui a chiedermi:
– Ho deciso de metter el actor lì invece que là. Pienses que possiamo montar? Resta aquì, que ora giriamo un ciak muy bonito!

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