Vita Vissuta nel Cinema Italiano 5

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Capitolo 5.

Il mio primo giorno a Pozzuoli è un giorno di vacanza: colazione al bar, lettura dei quotidiani sul terrazzino, telefonate con Michela e Alberto, pranzo nella trattoria accanto all’hotel. La sera, terminate le riprese, Aroña bussa alla mia porta, accompagnato dal fido Miguel. Sembrano il gatto e la volpe. Ho sistemato il computer su una lunga scrivania, Aroña lo osserva compiaciuto e mi chiede subito di lavorare. Gli spiego che non possiamo, questioni tecniche, mi tengo sul vago. Il regista si arrabbia, mi avverte:
– Non ti fare ingannare, yo sé que stanno cercando de risparmiar dinero, ma lo fanno in un modo stupido. Yo non soy abituato a trabajar in esta manera. Insisti con Meri perché te porti esta cosa, non appena possibile. Lo necessitamos por completar esto trabajo insieme con le riprese, poi yo hay que partir.
Federico viaggia tra Roma e Pozzuoli due volte alla settimana: porta informazioni, buste paga, materiale vario. E gli hard-disk su cui Michela copia di volta in volta il girato del film. Insieme a tutto questo, tra un paio di giorni dovrebbe arrivare la mia scheda audio, la tanto attesa scheda audio, che il misterioso amico di Meri ci fornirà. Non riesco a dare un volto a questo enigmatico personaggio, ma lo immagino chiuso in uno stanzino seminterrato, alla luce di una lampada da tavolo, circondato da pezzi di ricambio, fili elettrici, circuiti stampati, ogni tanto si alza e va alla porta di metallo, ha sentito bussare, apre lo spioncino e chiede la parola d’ordine.

La troupe alloggia in un hotel a qualche chilometro di distanza dal mio. Con me, invece, c’è l’élite: il regista, Meri, la Cameretta, Miguel e signora, qualche attore, tra cui Anne Espadrillas, che presto conoscerò. Chiedo perché io mi trovi proprio qui, e non con gli altri esseri umani, come invece mi sarei aspettato. Mi viene risposto che è una esplicita richiesta di Aroña: il regista vuole avermi vicino per sfruttare tutto il tempo a nostra disposizione.

Finalmente Federico mi porta la scheda. Però, dopo un consulto telefonico con Alberto, decido che non sarò io a montarla nel computer: probabilmente sarei in grado di farlo, ma non è mia competenza e non voglio responsabilità: lo so come vanno queste cose, fai una cazzata e ti viene rinfacciata fino alla morte. Faccio chiamare due tecnici del luogo. Arrivano due ragazzetti con i capelli a spazzola. Parlando continuamente al telefono, aprono il computer, trafficano, richiudono, schiacciano dei tasti eseguendo arcane combinazioni, con la mano mi fanno segno che è tutto a posto e mi salutano. Non ci siamo rivolti la parola. Li fermo, chiedo loro di restare, voglio verificare che veramente funzioni tutto.
E infatti non è così.
Stavolta si tratta della scheda video. Stesso problema: l’amico ne ha montata una molto potente, ma Avid funziona solo con pochissimi modelli, tutti abbastanza costosi. Telefono a Meri, bisogna sbloccare questa ridicola situazione. Se non avesse voluto fare le cose a modo suo, ora sarei già al lavoro.
Ma lui stavolta se la prende con me.
– Mò glielo dici tu ad Aroña.
– E io che c’entro?
– Nun te va bbene la scheda che c’è? Cazzi tua. Quello t’ha messo er mejo c’ha trovato!
– Ho capito, ma non è colpa mia, Avid non parte.
– Vedi che Aroña mò s’incazza.
– E che ci posso fare?
– E che voi da me? So’ passati tre ggiorni, e ancora nun hai lavorato. Che volemo fa’? ‘A voi risolve’ ‘sta situazzione, o no? Me stai a ffa’ spenne un sacco de sordi.
Lo so che non avrei mai dovuto accettare di partire senza un computer funzionante. Lo so che non avrei mai dovuto accettare di partire. Non è il mio film, non me ne frega niente che produzione e regia litighino. Però ormai sono qui.
Michela mi dice di contattare l’assistenza dell’Avid, chiedere consiglio a loro, ovviamente tenendomi sul vago per quanto riguarda la provenienza del software. Lo faccio, e la diagnosi è proprio quella: la scheda video è incompatibile. Il tecnico aggiunge:
– Te lo dico così, per dire, ma guarda che se l’Avid non è originale non c’è verso di farlo funzionare bene. Lo so che non è il tuo caso, lo dico tanto per fartelo sapere, caso mai un giorno ti trovassi a lavorare con un Avid pirata.
Richiamo i due ragazzetti di prima, chiedo se possono procurare questa scheda. Sì, ma ci vuole qualche giorno, bisogna comunque farla arrivare da Roma, in Campania di quel modello non se ne trovano. Non ho alternative, devo affidarmi a loro, per forza. Stasera tenterò di spiegarlo ad Aroña.
Nel frattempo telefono ad Alberto per sfogarmi.
– Questo ha montato un computer con pezzi a caso, non è possibile. Ora non so che fare. Cioè: non c’è niente da fare. Avevi ragione, Meri è uno che risparmia sugli spiccioli, non si fa un film così.
– E mò che c’entra Meri?
– In che senso?
– Nel senso che mò la situazione è a tuo svantaggio, oggettivamente sei nella merda.
– Ma…
– Ma che? Al regista non frega niente se il computer non funziona per colpa di Meri, tua o della Cameretta. Quello cerca scuse per litigare, e oggettivamente noi gliele stiamo fornendo.
– E che devo fare?
– Devi uscire da questa situazione, senza trascinare la Cameretta nella merda.
M’hai detto un prospero, come dice quel tale.

Quella sera vado a consolarmi davanti a un’insalata di polipo, nella solita trattoria. Un solo tavolo libero. Quando mi siedo, guardo i miei vicini. Merda: Anne Espadrillas e Lorenza, la sua dialogue coach! Faccio finta di niente, ma mi biasimo per non aver indossato l’altra maglietta, quella blu, è un po’ più nuova, chissà se mi sono fatto la doccia, ora non ricordo. Quando arriva Peppe, il proprietario, decido di dovermi dare un tono: ordino due foglie di lattuga scondite, mezzo bicchiere di vino e un’espressione pensierosa e artisticamente sofferente.
La Moleskine! Ho bisogno di scrivere delle cose a matita sulla Moleskine! Mi osservano. Parlottano. Io guardo in giro, mi fisso su un calendario del Napoli, un quadro del golfo di Pozzuoli. Tò, c’è pure un elenco telefonico! Ma tu guarda, alle volte!
Lorenza allunga il collo verso di me:
– Tu lavori al film, vero?
– Chi, io? Eh, sì. Eh, eh…
– Perché non ti siedi con noi?
Guardo Anne. Mi sorride, indica la sedia. Mi teletrasporto al loro tavolo.
Anne è ancora molto carina, davvero affascinante. Una ragazzina nonostante abbia quasi cinquant’anni, e nonostante i due figli. Più che magra: sottile, mangia solo mozzarella di bufala e pomodori. Io la guardo, e ripenso a quel film, “Chiquita”, quello in cui lei interpretava la spietata killer ingaggiata dal governo, quello grazie al quale si è sposata col regista, quel ciccione di Jean-Luc Grasson, per finire poi a recitare in filmetti pseudo-erotici. Lui l’ha lasciata per una fotomodella ancora più magra e giovane, e lei ora è sposata con un musicista, uno che a capodanno fa i concerti alle Piramidi.
Sono bellissime le rughe attorno ai suoi occhi blu, il neo sullo zigomo destro è ipnotico, la magrezza del suo viso è senza dubbio scheletrica. Ma quando ride guardandoti fisso negli occhi, quando cerca di fare conversazione in italiano, e ti tempesta di domande incomprensibili, che però sembrano questioni di importanza nazionale…
Tutte le sere lei e Lorenza vengono a magiare in questa trattoria. Peppe, un simpatico signore napoletano di sessant’anni, si è affezionato ad Anne. Lei parla solo francese e inglese, lui solo dialetto. Le prepara minuscole insalate di pomodori (come vuole lei), freschissime mozzarelle di bufala. Ogni volta che lei cerca di ordinare, lui la interrompe dicendo:
– No, Annare’, tu devi lasciare fare a me, non ti devi preoccupare di niente!
Guardo Anne, mi fingo brillante, cerco di fare battute, e ripenso a “Chiquita”. Parliamo di me, di lei, di noi. A dire la verità non lo so se abbiamo parlato, mi sembra di sì.
Mentre torniamo in albergo, Anne si allontana per telefonare, e Lorenza mi dice:
– Ah, ah, abbiamo fatto colpo, eh?!
Balbetto, mi fingo indifferente.
– Ah, sì? Chi?
– Bene, allora ti tocca.
– Tocca che?
– Me la devo sorbire sempre io? Simpatica, è simpatica, per carità! Però è proprio una diva. Nella troupe non la sopporta nessuno, e mi lasciano sempre sola con lei. Ora, però, tu non scappi. Ora facciamo un po’ per uno, io e te.
Mi sfrego le mani.
Mi volto verso la macchina da presa e guardo in camera, alzando un sopracciglio.

I giorni seguenti sono tutti molto tranquilli, prosegue la mia vacanza pagata. Renato mi viene a trovare, mi chiede “come stamo coll’Avid?”. Aroña telefona tutte le sere, si arrabbia quando gli dico che ancora non possiamo lavorare, ma sa che io non c’entro, dà la colpa alla produzione.
Leggo, scrivo, tengo un diario di questa storia. Nutro mente ma soprattutto pancia: ho scoperto un ristorante sul lago d’Averno, a qualche minuto a piedi dall’albergo. Qualche volta vado a mangiare lì. Fanno un’ottima frittura di pesce, e come contorno servono la parmigiana di melanzane. Vista sul lago, mangio, bevo vino bianco e leggo.
Un giorno entro in ufficio all’ora di pranzo, propongo a tutti quest’alternativa a Peppe. Non mi accorgo che c’è Renato:
    – Dove voi anna’ tu? Ma quale ristorante, tu devi lavora’, tu devi salva’ ‘sto film. Mò questo se sceglie pure er ristorante!
– Ti ricordo che l’Avid non funziona, per via dell’amico tuo.
– E mò che vorresti di’?
– Se mi cercano, sono al lago.
Quel giorno mangio spaghetti “a vongole”, fritto misto e parmigiana. Bevo pure un litro di bianco, e al pomeriggio mi stendo sul divano, stacco i telefoni e digerisco guardando un film.

Il venerdì arriva la scheda video, i due tecnici la montano e proviamo ad avviare Avid. Funziona! Incredibile! Chiamo subito Renato.
– Aho, mò finarmente te poi mette’ a lavora’. Me raccomanno, non capitasse più gnente a ‘sto computer.
La sera si presenta Aroña accompagnato dal fido Miguel. Mi chiede di vedere qualche ciak, per iniziare a scegliere insieme i migliori. Quando faccio partire il filmato, si guarda attorno alla ricerca del monitor secondario. Gli spiego che avevamo pensato di farne a meno, così da poter spostare il computer più facilmente, ma se vuole….
– Chi ha pensato, tu o Renato Meri?
– Ecco, veramente….
– Devi essere mas furbo: questi aquì cercano de risparmiar in modo stupido. Allora, se te sierve una cossa, preguntala a mi, e yo faccio pesar su de loro il mi ruolo de director. Perché recuerda: la palabra mas cerca de director es dictator. Yo voglio il monitor, e domani lo fai comperar.
Continuiamo a guardare i ciak. Mentre li passiamo in rassegna, Aroña li commenta con Miguel, fischiettando dei motivetti per ispirare il compositore. Si complimenta, il regista, per certi movimenti, certi gesti degli attori, si lamenta di alcune attrici. Ad un certo punto mi chiede di fermare, si volta verso di me e dice:
– Visto che da mañana monteremo insieme, è giusto che tu sappia las reglas del montaje che yo voglio.
Mi ripete le regole che aveva già detto ad Alberto a Sant’Agata, ma ne aggiunge un’altra:
– La mas importante: ninguno, proprio ninguno, hay da veder quello che montiamo, né la Cameretta, né Meri, solo yo y Miguel. Si te preguntano de veder qualcosa, inventati una escusa e non fargli veder nada. Ci sono domande?
– Nossignore.
– Muy bien. E recuerda: la palabra mas cerca de director es dictator.

Il mattino seguente vado a cercare questo televisore. Meri mi consegna centocinquanta euro, in contanti.
– Comprane uno piatto, de quelli bboni, grandi, che nun te vojo senti’ ppiù. Compralo bbono, ché poi so’o tenemo.
Un ragazzo della troupe mi accompagna in un piccolo centro commerciale della zona. Mi guardo attorno, televisori LCD a quella cifra non ce n’è. E nemmeno a tubo catodico, a dire la verità.
– Ma non ci sono altri negozi, qui?
– No, bisogna andare fino a Napoli.
Chiamo Renato.
– Renato?
– Chi lo vuole sapere?
– Con quella cifra non c’è niente, nemmeno a tubo catodico. Ce n’è solo uno, ma mi sembra una baracca.
– De che marca?
– Aspetta… E-x-p-o-r-t. Export? Non l’ho mai sentita.
– Compralo. E porta er resto!
Lo compro. Si presenta veramente male. Mentre esco dal negozio con lo scatolone in braccio, mi sembra di sentire la voce del commesso:
– Guagliò! Avimm’ vendut’ ‘o Ecspòrt! Si ‘llè accattat’ chill’uommine llà!

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