Vita Vissuta nel Cinema Italiano 4

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Capitolo 4.

Lunedì, il giorno dopo la nostra gita a Sant’Agata dei Goti, ricevo una telefonata da Renato Meri.
– Vedi che Aroña te vo’ sur set.
– Sono appena tornato!
– Nun hai capito: te vo’ sur set! Devi parti’, e devi sta’ sur set fin’a’a fine. Vedi che devi fa’, organizzete, parti domani.
– Domani? Ma che dici?


– Ahò, quello vo’ fini’ er film, dice che Arberto nu’ spiccica ‘na parola de inglese. Vo’ monta’ cco’ te. Quindi mò devi parti’, sennò quello se ne va. Si nun stai qua entro venerdì, quello torna ar paese suo.
– Ma che è ‘sta storia? Alberto lo sa? È a lui che lo dovete dire!
– Mò lo chiamo, ma intanto tu fatte ‘e valigie.
– Dammi tempo per pensarci.
– Sì, te chiamo domani.
Telefono ad Alberto: sa già tutto. Ma sembra tranquillo, mi dice di non preoccuparmi.
– Sì, io non mi preoccupo. Però non voglio andarci.
– Non è questione di voglia. Oggettivamente ti hanno messo alle strette. Devi andare, sennò succede un casino.

Piagnucolo:

– Però io sono il secondo assistente, non sono io a dover decidere certe cose.
– Nun te preoccupa’. Vai, tieni buono il signor regista fino a che non parte, poi ce la vediamo noi.
Decidiamo di parlarne davanti a un tagliere di formaggi, ci diamo appuntamento all’Oasi della Birra. Io vorrei dire di no, la situazione è sempre più pesante, e poi di stare sul set non ho proprio voglia. Troppo nervosismo, troppi giochetti. Voglio evitare di essere invischiato in una di queste faccende di intrighi e invidie, mai vorrei essere accusato di fare il doppio gioco, di rubare il lavoro ad altri. Io voglio restare in ufficio, fumare tante sigarette, tornare a casa alle otto e spalmarmi sul divano.
Dico tutto questo ad Alberto mentre beviamo una Baladin.

– Non mi va proprio di partire.
– Sta oggettivamente a te decidere. Però se decidi di non andare metti me e la Cameretta in una posizione spiacevole.
– Ma che vuol dire? Io sono sono qui praticamente per caso! Se lo chiedessero a te cosa diresti?
– E che c’entra? L’hanno chiesto a te!
– E se Aroña con te non vuole lavorare per niente? Per adesso possiamo pure tamponare, ma dopo? Come si fa a finire un film in questo modo?
– Ma non scherzare! Oggettivamente quello che dici è una stronzata. Si tratta soltanto di arrivare alla fine delle riprese, dopo saremo oggettivamente soli e ce la vediamo noi.
– Ascolta: io non voglio partire. Se ho una scelta scelgo di non andare. Se invece è un ordine, allora parto. Però solo se è un ordine che viene da te, devi essere tu a chiedermelo.
– Parti. La riuscita del film è la cosa più importante. Oggettivamente la Cameretta è in difficoltà, e dobbiamo aiutarla a uscirne. Chiaramente Aroña la sta ricattando. Quello ce sta a prova’, sono tutte provocazioni, ma oggettivamente non dobbiamo cedere. Tu vai lì, fai tutto quello che ti dice, non parli mai, che tanto ti viene facile, e non fai casini. Poi, quando finiscono le riprese, torni qua e cominciamo a giocare veramente.

Fa una pausa per bere un sorso di birra, poi, come se parlasse tra sé e sé:
– Alla mia età! Alla mia età devo sentire queste storie incredibili. Bisognerebbe annotarsele, queste cose, sai che bella sceneggiatura viene fuori!
Alt!
Però…
Niente male, come idea…. Decido che d’ora in poi terrò un diario accurato di tutto ciò che capita, dialoghi, impressioni, voci di corridoio. Chissà che non riesca a scriverci un racconto….
Parliamo fino a tardi. Quando l’Oasi della Birra chiude, continuiamo a casa mia. Alla fine arriviamo a una proposta, una soluzione salomonica, o per meglio dire paracula.

Il piano è questo: io parto, ma voglio che tutti, Meri e Aroña specialmente, sappiano che sono e resto il secondo assistente al montaggio. Vale a dire che sarò lì, sul set, per aiutare il regista a montare la propria versione del film. Quotidianamente spedirò le sequenze montate a Roma, dove Alberto le guarderà, farà la sua proposta, le sue osservazioni e me le rimanderà, e così via. Faccio presente che non agirò in alcun modo se non in qualità di “tecnico Avid”: schiaccerò i pulsanti sulla tastiera senza mai esprimere opinione, masticherò a bocca chiusa e riderò alle battute stronze. Così il regista è contento, salviamo la faccia e il film può andare avanti. La precisazione viene accettata, o meglio: viene accettata da Meri.
– Mi raccomando: lo deve sapere pure Aroña.
– Nun te preoccupa’, ce penso io.
Organizziamo la mia partenza per il set, che nel frattempo si è spostato a Pozzuoli.
Mi chiama Renato:
– Come famo coll’Avid?
– In che senso?
– Eh, ner senso che nun posso paga’ ddu Avid ppe’ un film. Te devi porta’ quello che sta a Roma.
– Che? E Michela?
– E Michela deve anna’ a casa ppe’ ‘ste settimane, poi vedemo.
– Ma non scherzare! E chi acquisisce il materiale? Dove lavora Alberto?
– M’hanno detto che a Sant’Agata c’aveva er computer suo.
– E che c’entra? Erano due giorni, un’emergenza. Non si può mica fare tutto un film così, col portatile. Ma poi no, Michela non può andare a casa.
– Vabbè, mo vedo che ffa’. Però pure tu me devi veni’ incontro.
– Io ti vengo incontro, ma una cosa così non si può fare.

Mi richiama il giorno dopo:

– C’ho ‘n’amico che me deve ‘n favore. Je devi scrive’ ‘e caratteristiche der computer che te serve, lui te lo assembla come vuoi.
La cosa mi sembra sospetta, però non posso fare altrimenti. Vado sul sito dell’Avid, copio i requisiti richiesti, ma aggiungo anche il modello di computer consigliato. Li mando a questo amico. Non ricevo risposta.

Meri continua a telefonarmi nei giorni successivi, dicendo che “coll’Avid ce semo, eh? T’o sta a ffa’ ‘st’amico mio, te ce sta a mette’ ‘e mejo cose”. Ma tutte le volte tira fuori anche la questione Michela:
– Vabbè, mò ‘sto favore t’o faccio, Michela la tengo. Ma nun me fa’ penti’, sto film ‘o dovemo fini’.
– Non è mica una favore che fai a me!
Intanto, però, della sua intenzione di licenziare o sospendere Michela non ne parlerà mai né con l’interessata, né tanto meno con Alberto.
Io provo ad avvertirli, provo a spiegare che qualcosa non mi convince. Michela si arrabbia, giustamente, mentre Alberto aspetta.
– Ci devono solo provare a mandarmi via, dice lei. – Non sai che casino gli scateno addosso.
– Sono solo provocazioni, minimizza Alberto. – Oggettivamente non lo possono fare, non possono mandare via nessuno. Meri il suo lavoro non lo sa fare, non sa nemmeno che sta a ddi’.

Il giorno della partenza aspetto con Alberto e Michela in sala montaggio. Federico, un ragazzo che lavora in produzione, mi deve portare l’Avid, io ho una decina di minuti per provarlo, poi dobbiamo partire: l’ultimatum di Aroña è scaduto, e non posso tardare, non devo mettere in difficoltà la Cameretta.
Insieme a Federico arriva una telefonata di Meri:
– L’Avid te l’ha assemblato ‘st’amico mio. T’ha messo er mejo, tutte le cose più potenti che ha trovato.
Mentre apro gli scatoloni Federico mi dice:
– Ma chi è questo amico tuo che ti ha dato ‘sto computer? Non sai che ho fatto per andarlo a prendere, ci siamo trovati in un posto loschissimo, gli ho dovuto pure dare cento euro di tasca mia, se no il computer non me lo dava.
Mi blocco con un angolo di polistirolo in mano.
– Veramente io non lo conosco, è un amico di Meri.
– Lui mi ha detto che era amico tuo.
L’Avid, in verità, è un semplice computer su cui è stato installato un software, diciamo, non proprio originale. Lo avvio, non parte. Un vento gelido attraversa la stanza.
Alberto è in piedi, dietro di me:
– Riesci a risolvere?
– Non so, ci provo.
– Risolvi, ché hai poco tempo.
Non sono un tecnico, ma provo. Guardo su internet, telefono a qualcuno, consulto il manuale dell’Avid. Dopo qualche sigaretta giungo a una conclusione: la scheda audio non va bene, non è supportata, quindi Avid non funziona. Chiamo Meri.
– È strano, quello t’ha messo er mejo c’ha trovato.
– Lo so, ma è troppo potente, e non va bene. Ne ha messa una perfetta per giocare, ma Avid richiede una cosa più specifica.
– Ma tu gliele avevi mandate le caratteristiche?
– Gli ho mandato un’email che ho spedito anche a te.
– Questo mò lo chiamo, m’ha fatto un casino, nun se po’ lavora’ così, però, eh?
Gli spiego anche che manca il monitor esterno, di sicuro il regista non vorrà guardare per tutto il tempo il solo schermo del computer.
– Ce n’è proprio bisogno, nun poi fa’ senza?

E riattacca.

Alberto inizia a impacchettare tutto, fa spazio negli scatoloni spostando il polistirolo:
– Guarda, oggettivamente devi partire. Cerchiamo di non fare innervosire il regista. Meri lo saprà bene cosa sta facendo. Tu vai, e risolvi il problema da lì.
Obbedisco. Saluto tutti, abbraccio Alberto promettendogli di chiamarlo ogni giorno, bacio Michela, la quale mi consegna un piccolo portafortuna.
Sulla porta Alberto mi urla ancora:
– Ricordati di non fare incazzare il regista! Mi raccomando!
Salgo in macchina con Federico e partiamo.

Arriviamo a Pozzuoli in serata, nel bel mezzo di quel mese in cui non si parlava d’altro che di emergenza rifiuti. Bisogna pur tenere occupata la mente degli italiani con un’emergenza.
L’albergo non è proprio a Pozzuoli, ma in una località poco distante, lungo la statale. Davanti all’hotel c’è una stazione della Circumvesuviana, quindi il mare. La stazione si vede, il mare no: la vista è preclusa da un enorme mucchio di immondizia. Una cosa spaventosa, gigantesca. Sacchi neri, buste rosse, scatoloni, ma soprattutto sacchetti bianchi con il nome del supermercato d’origine. Qualcuno si è aperto o squarciato, versando il contenuto sugli strati sottostanti come lava sulle rocce. Si intravedono lattine, tetrapack, bottiglie, residui di cibo, pannolini. La montagna emana un terribile odore, ma ci si abitua presto.
Eppure, a un certo punto della nostra permanenza, in albergo arriverà la Cameretta, la quale protesterà per quell’oscenità. Uno dei portieri mi farà notare la pagina di un quotidiano locale:
“LA CAMERETTA RISOVE IL PROBLEMA DEI RIFIUTI A POZZUOLI”
E infatti, il giorno dopo le proteste della famosa attrice, quella montagna di immondizia sarà fatta sparire. Incredibile: finalmente dall’albergo si vede il mare! Un panorama splendido, il golfo toglie il fiato ancor più della spazzatura. Peccato, e questo il giornale non lo dice, che non appena la Cameretta tornerà a Roma, quel cumulo di immondizia magicamente riapparirà, esattamente dov’era e soprattutto com’era: la busta verde nella stessa posizione di prima, la scatola di cartone proprio accanto al sacco nero, il torsolo di mela precisamente sopra quel pannolino usato. Avrei voluto fare una foto, ma forse ci ha pensato chi ha ricomposto il puzzle con così grande maestria.

L’albergo è molto carino, tutti sono estremamente gentili.
Meri mi accoglie sulla porta, mi accompagna personalmente nella mia stanza, che più che una stanza è un piccolo appartamento: c’è un salotto, una cucina, la camera da letto, due balconi, uno dei quali è abbastanza grande, il giorno dopo lo arrederò con il tavolino da caffè che c’è in sala e con una comoda sedia di vimini.
– Questa era la mia stanza, ma l’ho lasciata a te, ce semo capiti?, mi dice Meri. – L’ho fatto ppe’ fatte ‘stà comodo. ‘O vedi? Mo te faccio porta’ un tavolo lungo, così ce metti er computer. Che ffamo cco’ ‘st’Avid?
– Eh, finché non trovo una scheda audio non posso farlo funzionare.
– Vabbè, mò chiamo quell’amico mio e t’a faccio manna’, che m’ha combinato un casino, vatte a fida’.
Poi aggiunge, col tono di chi accetta di farti un favore, ma solo per stavolta, poi te la devi cavare da solo:
– A Aroña lo dico io che stasera nun potete lavora’.
E sparisce.
Il balcone grande si affaccia sul cortile dell’albergo. Sotto di me vedo l’ingresso della sala riunioni, ora adibita a ufficio produzione. Scendo per salutare, manifestare la mia presenza. Chiedo di internet, che mi serve per lavorare con Alberto: la potrò avere, ma solo lì, nell’ufficio. L’ansia mi assale se guardo quella ventina di persone che si affannano sui portatili, la stampante ad aghi che sputa fogli come fossero insulti, i telefoni che non smettono di squillare.
In camera, più tardi, ricevo una telefonata da Aroña:
– Hola! Soy Alonzo. Sono contento che finalmente sei aquì! Ci vediamo mañana, abbiamo mucho da far, e non vedo l’ora de iniciar!
Delicatamente metto giù la cornetta, e in punta di piedi vado a cercare un ristorante.

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