Vita Vissuta nel Cinema Italiano 2

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Capitolo 2.
Ogni giorno Alberto reca inquietanti notizie. Alcune gli vengono riferite direttamente da Meri o dalla Cameretta, ma la maggior parte sono sue complesse interpretazioni del modo in cui tizio o caio lo hanno salutato il giorno prima, agitando la mano destra o l’indice sinistro, sorridendo a denti più o meno stretti, pronunciando la parola “automobile” più o meno volte rispetto al verbo “piovere”.

– Ti ho detto che ho incontrato Pantaloni?, mi domanda.
– Sì, me l’hai detto.
– E ti ho detto che quando mi ha salutato mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha chiesto ‘come va’?
– No, questo non me l’hai detto. E che gli hai risposto?
– Gli ho detto ‘ce la caviamo’.
– E lui?
– Lui mi ha stretto la spalla e mi ha detto ‘coraggio’. È chiaramente un segnale del fatto che oggettivamente voleva farmi sapere che tutti sanno che personaggio è il signor regista, e nessuno è oggettivamente contento.
E inizia una conferenza di filologia ed esegesi cinematografara.

Non è un bel rapporto, quello che si sta creando tra Aroña e Alberto. C’è reciproca antipatia. Il regista non sopporta l’idea che il montatore sia stato indicato, se non imposto, dalla produzione. In più sono due persone dalla forte personalità, per non dire molto testarde, e nessuno è disposto a concedere niente all’altro. Sarà dura.
Aroña, poi, non è uno facile: si impunta su qualunque cosa, non fa altro che litigare con tutti, dalla Cameretta in giù, avanzando assurde pretese sotto forma di ultimatum: o fate così o prendo il primo aereo e torno a casa. Del resto, sembra ami ripetere che “la palabra mas cerca de director es dictator”. Ogni giorno una nuova richiesta, ogni giorno una nuova minaccia.

– Il nostro compito, dice Alberto, è quello di tenere duro. Aspettiamo che il signor regista se ne vada, poi avremo oggettivamente il campo libero per finire questo film. Nel frattempo non dobbiamo fornire al signor regista nessun motivo oggettivo perché si arrabbi ulteriormente con la signora produttrice.
Questa è la sua strategia. Aspettiamo.

Da Aroña arriva la richiesta, anzi l’ordine, di andare sul set: vuole avere il montatore a disposizione, per lavorare durante le pause e a fine giornata. La cosa non piace ad Alberto, che però, fedele alla linea, decide di abbozzare.
– Aspettiamo. Il signor regista ce sta a prova’. Noi aspettiamo, prima o poi Meri farà qualcosa.
Nell’attesa, andiamo ogni giorno sul set, alla villa. Lui e io, perché Michela resta in sala montaggio a continuare il lavoro vero.
Sgarbatamente (che poi è l’atteggiamento previsto, per ogni occasione, dal “Manuale del buon cinematografaro”) ci fanno sistemare in una grande stanza dal soffitto affrescato e gli stucchi alle pareti, un tavolo coperto da un telo verde su cui troneggia il gigantesco monitor in cui il Maestro Stocasto guarda i giornalieri. Alberto e io ci piazziamo a pochi centimetri dalla stufa a gas. Aspettiamo. Dopo la lettura dei quotidiani, io inizio la mia giornata da Snake-dipendente, mentre Alberto tira fuori il suo taccuino, la penna e si mette a scrivere. Ogni tanto si spazientisce, si alza, spalanca la porta, afferra il primo che passa e gli urla:
– Si faccia sapere al signor regista che non posso aspettarlo tutto il giorno, e che se non si degna di farsi vedere, io e il mio assistente ce ne andiamo!
A queste parole il malcapitato si dilegua, Alberto torna a sedersi e ricominciamo ad aspettare.
A volte, invece, qualche anima pia opportunamente istruita passa a darci informazioni. In genere si tratta di una frase tipo:
– Il regista dice di prepararvi, finisce di girare questa inquadratura ed è subito da voi.

Alberto a questo punto ringrazia l’ambasciator, e ricomincia con gli improperi: con chi crede di avere a che fare questo, oggettivamente non ci si comporta così, ci ha detto lui di venire, ora gliene dico quattro, se Meri non riesce a fargli capire le cose ci penso io eccetera. Improperi che vengono interrotti a intervalli regolari dal fatidico urlo:
– È “motore”, silenzio per piacere! Silenzio per cortesia, stiamo per girare!

Quando si sente questo richiamo, tutti si bloccano all’istante, il tempo si ferma: all’improvviso si procede al rallentatore, qualcuno cammina come se stesse calpestando il suolo lunare, il volto deformato dallo sforzo di sostenere ogni particella del proprio corpo. Pochi respirano e se qualcuno, inavvertitamente, fa scricchiolare il pavimento di legno, viene investito da un’ondata di insulti muti e occhiatacce. E poi, allo “STOOOOP!” (anzi, è più del genere “STUOOOOP!”), tutto riprende a velocità normale: la cenere della sigaretta cade a terra, i passi ridiventano pesanti, chi correva ricomincia a farlo, torna la voce a chi stava mandando affanculo.

Nei primi giorni di set non ci uniamo alla troupe per il pranzo: Alberto è sicuro che Aroña si farà finalmente vedere, come promesso. E invece niente. Presto scopriamo che il regista dopo la comida fa la siesta: tutto il film si blocca perché lui riposa nel camper, e dopo un’oretta di sonno è pronto a ricominciare, e noi ad aspettare.
Allora si farà vedere a fine giornata, pensa Alberto. Alle sei, però, concluso l’ultimo ciak, Aroña, accompagnato dalla sua segretaria, salta sulla Mercedes e sparisce. Alberto un paio di volte tenta di stargli dietro, cerca di intercettarlo, prova a tendergli un agguato davanti al portone, ma sempre senza successo. Meri ci spiega che al mattino si sveglia presto, quindi a fine giornata è stanco, bisogna capirlo e avere pazienza.

Una mattina riceviamo la visita del Maestro Stocasto. Nonostante sia il direttore della fotografia, pardon: l’autore della cinematografia di alcuni dei miei film preferiti, non sono per niente emozionato. Arriva camminando sotto il suo Stetson, seguito dal suo reparto al completo. Un primario in visita in corsia. Abbraccia Alberto:
– Sono stato suo assistente!, dice, guardando tutti i suoi fedelissimi, che intanto si sono disposti a cerchio attorno a noi.
– Ah, ti ricordi, davanti a quella moviola…
– Senti, ma com’è ‘sto signor regista?
– E che vuoi che ti dica? Comunque, in natura non esiste il 16:9.
Forse non ho capito bene, mi sarò distratto un attimo. Raccolgo il cervello, scuoto la testa, e cerco di stare attento.
E invece ho capito benissimo:
– Vedete, in natura esiste solo il 2:1. Anche il Cenacolo è in 2:1.
Alberto non si scompone:
– E che, l’hai misurato?
Nemmeno il Maestro si scompone:
– Certo, ci sono andato proprio io, con il metro. 2:1 pre-ci-so.

E inizia una conferenza sul 2:1, sul fatto che i televisori 16:9 sono un’enorme bufala, che sarebbe più giusto avere televisori 18:9, o forse 20:10, o al massimo 16:8, e infatti lui ha avviato trattative a livello internazionale per cambiare lo standard, e comunque sul suo sito troviamo tutte le informazioni che ci servono, e servirci ci servono, anche perché il film lui lo gira con queste proporzioni, utilizzando una pellicola modificata eccetera.
– E quando finirete di montare io inizierò la correzione del colore. La faccio in tre passaggi. Montaggio e regia possono intervenire solo dopo il terzo. Ciao, ci vediamo.
E sparisce. Squilli di tromba e giovani specializzandi.

È venerdì, Alberto e io siamo in postazione, abbracciati alla stufa, il gigantesco monitor imperante sul panno verde. Percepiamo un po’ di nervosismo, quest’oggi. Niente di visibile, solo un sottile alito di vento che attraversa la villa, una serie di piccole stranezze: Meri non c’è, sono tutti molto silenziosi e concentrati, qualcuno è addirittura gentile. Alberto dopo un po’ si allontana per indagare, io sono a un punto cruciale di Snake e non posso muovermi.
Mentre schivo un pezzo della coda, infilandomi tra la parete di destra e un ostacolo, percepisco una presenza nella stanza. Metto via il telefono, e guardo un po’ scocciato la figura che si siede accanto a me. È il videoassist, e sembra uscito da un film sulla frontiera americana: capelli lunghi, camicia a quadrettoni, stivali. Puro stile lumberjack. Gli manca solo una sputacchiera di fianco.
– Hai sentito la novità?, mi domanda, con fare da cospiratore.
– Che novità?
– Sembra che sospendono il film. E io ho rinunciato a Salvatores, per questo. Oh, mi raccomando: acqua in bocca perché ancora non è certo!
E se ne va.

Subito penso che questa storia della rinuncia al film di Salvatores l’ho già sentita varie volte, come se fosse un modo di dire; poi immagino la scena che si deve essere svolta pochi istanti prima, nell’altra stanza: qualcuno si avvicina al videoassist e gli sussurra all’orecchio:
– Sembra sospendano il film. Ho rinunciato a quello di Salvatores. Mi raccomando, acqua in bocca!
E lui, dopo aver fatto cenno di sì con la testa, parte alla ricerca di qualcuno con cui condividere il tremendo fardello, troppo pesante per riuscire a reggerlo da solo.
Mentre cerco di ricostruire a ritroso la catena di custodi, entra Alberto, latore di notizie fresche: pare che la sera prima ci sia stato l’ennesimo litigio tra Aroña e la Cameretta, un litigio molto più intenso del solito, al termine del quale la Cameretta ha avuto un malore. Ora è in ospedale, e si attende una parola dai medici. Alla ovvia preoccupazione per la salute della giovane produttrice si aggiunge l’incertezza nei confronti del film: dovesse essere qualcosa di grave, la lavorazione verrebbe necessariamente sospesa.

E pochi minuti dopo, il verdetto: la Cameretta sta bene, si è trattato solo di stress, ha bisogno di un paio di settimane di riposo. Essendo lei produttrice, nonché una delle protagoniste, il film deve essere sospeso, almeno per queste due settimane: al momento non è in condizioni di  affrontare la trasferta a Napoli.
– Oggettivamente, questo mi pare un trucco, mi sussurra Alberto.
– In che senso?
– Te lo dicevo che stavano preparando qualcosa, no? Il signor regista ha teso troppo la corda, e mò s’è spezzata. Questi lo vonno ffa’ fori. Avranno trovato un altro regista al posto suo, e stanno prendendo tempo.
– E quindi che dobbiamo fare?
– Aspettiamo, tanto oggettivamente da lavorare ce n’è per noi, in queste settimane. Meri a noi non ci lascia a casa.

Infatti, pochi minuti dopo, come se io fossi l’unica sua preoccupazione su questo film, ricevo una telefonata da Meri:
– È ovvio che durante ‘ste due settimane de sospensione, tu stai a casa.
– Certo, come tutti.
– No, il reparto montaggio ho deciso di continuare a fallo lavora’, tanto c’è ‘n zacco de robba da fa’. Tu però stai a casa.
– In che senso?
– Ahò! Nel senso che nun te posso paga’, nun c’ho mica tutti ‘sti sordi, io! Stai a casa, senza settimanale, poi vedemo.
Alberto, che devo fare?
– E che voi ffa’? Aspettiamo.

Da un lato sono contento, due settimane di lavoro a questo film mi hanno già stressato, dall’altro inizio a provare un certo malessere. Sto a casa, senza stipendio, e nessuno dice niente.
Ogni sera chiamo Alberto, che mi fa un riassunto della situazione.
– Oggettivamente non è una bella faccenda, per nessuno. Oggi ho incontrato uno che mi ha detto ‘forza’: è chiaro che si riferiva al film, tutti sanno che persona sia il signor regista. Non ci resta che aspettare, e vedere che piega prenderanno gli eventi.

Eccola, la piega degli eventi:
Passate le due settimane di sospensione, il film riparte e io vengo richiamato. Anzi, mi viene ordinato di tornare: il set si è spostato a Sant’Agata dei Goti, e Aroña richiede montatore e assistente lì, con sé, per lavorare nel fine settimana. Chiede inoltre di vedere ciò che il reparto montaggio ha prodotto finora, per proseguire insieme il lavoro.
Michela ed io siamo assaliti da una terribile angoscia fin dal lunedì. La quantità di materiale montato equivale sì e no a cinque sequenze, pochi minuti, e Alberto continua a dirci che queste sono solo provocazioni, che si aspetta una presa di posizione da parte di Meri, che in un modo o nell’altro ce la caveremo, l’importante è non creare ulteriori motivi d’attrito tra Aroña e la Cameretta. Per questo io devo controllare che la nostra postazione mobile di montaggio sia perfettamente funzionante, al resto ci pensa lui.

Ci prepariamo al fine settimana come se dovessimo andare alla guerra.

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