Vita Vissuta nel Cinema Italiano

insider

[inizia col primo Capitolo una prestigiosa collaborazione con un professionista del Cinema Italiano che, novella gola profonda, ci regala tra riso e amarezza un suo spassoso spaccato]

“La palabra mas cerca de director
Es dictator”
A. Aroña

Capitolo 1

È lui, non ho dubbi. È lì, davanti al portone della villa, sta parlando al telefono, con la mano fa cenni di saluto alle persone che gli passano accanto. Parto a passo di marcia. Lascio le mie cose sul muretto, le recupererò più tardi. Lo guardo fisso perché si accorga che è a lui che sto puntando. Mi vede con la coda dell’occhio, lentamente allontana il telefono dall’orecchio. Si volta verso di me, ben saldo sulle gambe. Mi viene in mente la posizione di difesa che mi insegnavano a basket. Indossa sul volto un’espressione per niente amichevole. È lui a fare la prima mossa.
– Chi sei?, mi domanda.
Glielo spiego.
Gli spiego anche che nelle ultime sei ore ci siamo parlati al telefono una decina di volte. Aggiungo che lo aspetto da questa mattina alle dieci, e che ora sono le cinque del pomeriggio.
– Non avevamo nessun appuntamento, mi dice.

Mi fa cenno con la mano di seguirlo. Mi porta al centro esatto del giardino, lontano da orecchie indiscrete. Due spie sovietiche nel pieno della guerra fredda. Si volta, in modo da dare le spalle alla villa. Immagino abbia paura che qualcuno possa leggergli il labiale.
Mi fissa attraverso le lenti degli occhiali con la montatura spessa, a metà tra il cinematografaro e lo sportivo. Gambe divaricate, mani sui fianchi. I radi capelli castani sono spettinati ad arte. Il vento di gennaio fa sventolare il colletto del suo giubbotto sintetico.
Si chiama Renato Meri. È l’organizzatore del film. Il film si intitola “La Fregatura”, e mentre io e lui ci affrontiamo in questo parco, la villa che fa da scenografia alla mia visione di Meri fa anche da scenografia al film. È una villa secentesca, fuori Roma. Ogni tanto dal set ci arriva un “Silenzio, stiamo per girare” o uno “STOOP!”.
E, sì, un appuntamento ce l’avevamo: l’ha preso per noi Alberto, il montatore del film. Io sono qui in qualità di secondo assistente al montaggio, e questo dovrebbe essere il mio primo giorno di lavoro, nonostante le riprese siano iniziate già da una settimana.

Il secondo assistente al montaggio, soprattutto con i tempi che corrono, equivale praticamente a un assistente volontario. Pochissimi film, oggi, hanno un secondo assistente al montaggio, figura resa inutile dall’Avid. Inutile, ma sarebbe meglio dire “ingiustificabile agli occhi dei produttori”. Però Alberto è il mio maestro e si è battuto con la produzione perché io potessi avere un ruolo all’interno di questo film. Anche in qualità di penultima ruota del carro. E il carro è un grosso carro: film in costume, produzione internazionale con MAI Cinema. La produttrice italiana è Maria Teresa Cameretta, che non credo necessiti di presentazioni (fino a poco tempo fa su Wikipedia di lei si leggeva – ora è stato cancellato: “si è definita -da sola- una sex-symbol”); il direttore della fotografia è il Maestro Stocasto, quattro premi Oscar sulla mensola del camino; il regista è Alonzo Aroña, un sudamericano che da giovane ha interpretato il cattivo in numerose pellicole western e che nella maturità ha realizzato un paio di filmetti di successo; tra gli attori ci sono Anne Espadrillas, Enrico Maiè, Settimio Parmigiani, e, ovviamente, la stessa Cameretta.
Questa mattina Alberto mi ha accompagnato in macchina alla villa, poi è scomparso. Mi ha ordinato di aspettare Renato Meri e accordarmi con lui sulla mia assunzione.

Ho aspettato nel giardino, tra le auto parcheggiate. Ogni ora ho chiamato Renato al telefono, per chiedergli novità sul suo arrivo. Ogni telefonata è iniziata allo stesso modo:
– Renato?
– Chi lo vuole sapere?
È l’inizio di gennaio e fa freddo. Ma nella villa non posso stare: è vietatissimo gironzolare nei pressi di un set. Quindi aspetto fuori, seduto su un muretto, giocando a Snake col telefono. Tra un ciak e l’altro passeggio avanti e indietro per scaldarmi i piedi. Fuori, oltre a me, ci sono tre autisti, uno dei quali passa tutto il tempo a descrivere agli altri le zinne di tutte le attrici che sono entrate nella sua macchina. E per ognuna conclude, passando improvvisamente dal romanesco all’italiano:
– Una donna straordinaria, elegante e bellissima.
Mi spazientisco presto, ma non posso andare via. Snake diventa poco a poco una droga, e lo resterà per tutta la durata del film. Aspetto con ansia il pranzo, ma purtroppo non riesco a provare l’ebbrezza del cestino: c’è un catering. Mi siedo a un tavolo con il fonico, per tutto il tempo chiede a chiunque gli si avvicini:
– Che è, sei comunista?

Nessuno mi conosce, mi guardano tutti con sospetto. Mi convinco che pensino di me che sia venuto qui perché c’è da mangiare e da bere. Ma non mi si avvicina nessuno, nessuno mi chiede niente. Solo una ragazza a un certo punto mi dice, indicando la mia sigaretta, che ha smesso di fumare grazie a un libro.
Alle cinque finalmente arriva Renato. Nemmeno lo vedo scendere dall’auto: appare improvvisamente. Guardo lo spiazzo antistante la villa, e non c’è. Sposto un attimo lo sguardo, e quando fisso nuovamente l’ingresso, eccolo lì, al telefono, come se niente fosse.

Lui e io, in mezzo al giardino. Lui dà le spalle alla villa, nella mano destra regge il suo inseparabile cellulare-con-un-sacco-di-funzioni. Mi fissa da dietro gli occhiali, mi studia.
Alberto mi ha avvertito di certe sue, chiamiamole attenzioni, nei confronti del denaro. “È uno che risparmia sugli spiccioli”, così lo ha definito. Uno che, dopo aver fatto un paio di film “colli americani”, crede di essere un grande produttore. Ma è e resta un organizzatore, dice Alberto. È uno che crede che per fare un film si debba risparmiare sulla cancelleria. Uno di quelli che ripetono in continuazione “nun te preccupa’”, che in genere equivale al contrario. E Alberto, da parte sua, interpreta la frase come “preoccupati, ché sto studiando un modo per fregarti”.
Per evitarmi discussioni fin dall’inizio, è lui a chiedere a Renato il mio compenso. E mi avverte: non farti fregare, lui giocherà al ribasso, ma tu non cedere, già ho chiesto il minimo, non scendere sotto il minimo per nessun motivo. Il minimo sono cinquecento euro settimanali, che con le detrazioni si riducono a circa trecento cinquanta.

Una cifra onorevole, certo, ma non in un ambiente in cui lavori un mese e poi rischi di non fare niente per altri due.
Se non avete mai avuto a che fare con un produttore, di sicuro non riuscirete a immaginare l’espressione di amichevole freddezza con cui dice, ogni volta che si parla di denaro:

– Lo sai com’è, i sordi nun ce stanno, so’ finiti, me devi veni’ ‘ncontro.
Che ti stiano ingaggiando per un cortometraggio autoprodotto o per l’ultimo film di Spielberg, la frase è sempre questa, l’espressione sempre quella. Meri è un po’ diverso.

– Bè, quanto voi?
Le spalle alla villa, il cellulare nella mano destra. Mi guarda fisso, è più basso di me ma tenta di guardarmi dall’alto.
– Cinquecento a settimana, come t’ha detto Alberto.
– Ah, c’hai già parlato, cco’ Arberto?
Sembra seccato. E infatti, subito dopo sbotta:
– Vabbene, cinquecento. Ma nun vojio senti’ storie, poi, eh? Nun vojio senti’ che lavori il sabbato, la domenica, orari eccetera, vabbene?
– Cinquecento, ripeto.
– Vai dentro e lascia i tuoi dati ad Alessandra, che ti collocasse da domani.
Si volta e mi lascia solo, in mezzo al prato.

Al piano terra della villa c’è l’ufficio di produzione. Una stanza riscaldata da quattro stufe a gas, una per angolo. Al centro, quattro lunghi tavoli bianchi, sui quali conto una decina di postazioni da lavoro: computer portatili, stampanti, fax, telefoni. C’è anche una gigantesca fotocopiatrice, lungo la parete. Le postazioni sono tutte occupate, tutti parlano al telefono, lanciano ordini perentori, fanno cose importantissime a una velocità pazzesca. Una sola donna: deve essere Alessandra.
È la solita ragazza che lavora in produzione, quella che indossa il gilet imbottito pieno di tasche e che non dorme da giorni e che presumibilmente non dormirà per tutta la durata delle riprese, e che poi alla festa di fine film improvvisamente indossa una gonna e tutti rimangono sbalorditi perché si accorgono che non era un uomo. Già la vedo, la sera, che accarezza il suo enorme cane nero che ha una macchia bianca sotto il muso.
– Mi ha detto Renato che devo lasciarti i miei dati per il collocamento…

Lei smette per un attimo di telefonare, fotocopiare una sceneggiatura, dare ordini al walkie-talkie e cercare dei fogli sulla scrivania, ma non di scrivere un’email.
– In qualità di?
– Assistente al montaggio.
– Bene. E da quando?
– Da domani.
Ora smette pure di scrivere al computer, si rivolge a tutta la stanza e dice:
– Mo’ pure quelli d‘a trupp me vengono a di’ quanno vonno esse’ collocati!
Risata generale. E subitanea apparizione di Renato, seduto ad una scrivania, che alza lo sguardo come se fosse stato lì da tutto il giorno:
– Gliel’ho detto io: da domani.
– Va bene, dice lei, senza cambiare tono, poi rivolta a me:
– Non è per te, ma sai….

Una serie di manovre diplomatiche fanno sì che la sala montaggio venga allestita in un appartamento all’interno di un triste quartiere residenziale fuori dal Gra. Al piano terra di una villetta con giardino abbiamo due camere e cucina, cucina che non usiamo se non per fare il caffè. Io mi propongo come cuoco ufficiale del reparto montaggio, ma la mia offerta è subito bocciata, in maniera inappellabile.
La prima assistente è Michela. Michela è molto dolce e materna con me, mi insegna tutto quello che può. Mi parla spesso del suo fidanzato, così che in pochi giorni, senza nemmeno conoscerlo, gli voglio bene anche io. Nella prima settimana di lavoro non c’è molto da fare: dal laboratorio arrivano i primi ciak, dobbiamo acquisirli, sincronizzare, controllare che sia tutto a posto, sistemare il progetto in modo che Alberto non abbia nessun tipo di problema. A metà mattina andiamo a fare un giro al mercato rionale. Compriamo della pizza bianca, e c’è una bancarella che vende dvd a pochi euro. Michela compra un paio di film, e nel pomeriggio li guardiamo.
Verso sera arriva Alberto.
Alberto, prima di essere un montatore, è uno stratega. Le giornate con lui sembrano lunghissime riunioni di stato maggiore, noi piegati sul tavolo, a studiare le mappe del territorio, per prevedere gli spostamenti delle truppe nemiche.
Alberto non accetta un lavoro, accetta una missione. In tutti i sensi: si butta sul montaggio come fosse una questione di vita o di morte, ma lo fa proprio come se dovesse affrontare la guerriglia nella giungla. Ogni frase, ogni battito di ciglia, ogni sorriso è analizzato, girato e rivoltato per studiare tutti i significati che potrebbe nascondere. Anzi, si parte dal presupposto che niente significhi ciò che sembra, che tutto nasconda qualcosa.
Quando arriva, ci saluta con affetto, si siede davanti all’Avid, le dita della mano destra sulle lettere J, K e L della tastiera. Va avanti un fotogramma alla volta, studia ogni dettaglio dell’immagine, ogni sfumatura di colore, ogni piccolo movimento della macchina da presa. E lancia improperi tra un fotogramma e l’altro.
Ce n’è per tutti: per la produzione (“Non ci si può improvvisare: questo mestiere bisogna saperlo fare. La signora Cameretta, che a me è tanto simpatica, non può pensare di fare un film di questo tipo, da sola. Il signor Meri deve ricordare che non è un produttore, ma solo l’organizzatore. Produttori non ci si diventa”), per il direttore della fotografia (“Ma ti pare una luce, questa, di sguincio, che roba è?”), per l’operatore (“E che movimento sarebbe questo? Ci deve essere un motivo, non si possono fare le cose così”), per i costumisti (“Senti che rumore fanno questi costumi! Che stoffe hanno usato?”), per gli scenografi (“Sarebbe questa una villa dei primi del Novecento? E che ci fa uno scheletro in salotto?”), per i truccatori (“Questa attrice era bella, guarda come l’hanno rovinata!”). Va avanti, guarda un movimento di macchina, ascolta una battuta, si ferma, si volta verso di noi, sbuffa e ricomincia.

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