VINCERE

vincere

Italia 2009
Regia: Marco Bellocchio.
Sceneggiatura: Marco Bellocchio, Daniela Caselli.
Direttore della fotografia: Daniele Ciprì.
Montaggio: Francesca Calvelli.
Scenografia: Marco Dentici.
Musica: Riccardo Giagni.
Cast: Filippo Timi, Giovanna Mezzogiorno, Michela Cescon, Corrado Invernizzi, Fausto Russo Alesi.
Durata: 128′.

Film sull’immagine, sul cinema, e sul potere dell’ “immaginazione” al potere.
Carne, sangue, linfa vitale che diventa CINEMA.
Pugni chiusi negli occhi visionanti.
Nel 1965 Bellocchio esordisce con I pugni in tasca.
C’è tutto: la Chiesa, la fede, il fosco destino della borghesia ( recitava un adagio rivoluzionario: I borghesi, sono come i maiali, più invecchiano più diventano stupidi…), il potere, ed il potere affabulatore e magicamente etico dell’immagine, del cinema.

Tutto questo si ripeterà in alcune opere essenziali: Nel nome del padre, La cina è vicina, Diavolo in corpo, La condanna, La balia, e l’immagine che diventa commovente icona in L’ora di religione (Il sorriso di mia madre), per continuare con Buongiorno Notte, Il regista di matrimoni e Sorelle.
Questo VINCERE è un film “futurista” nell’essenza ( ci mancherebbe il punto esclamativo) come futurista è sempre stato lo stile di Bellocchio in fondo, se per futurista si può intendere una lucidissima, irata sensazione, voglia bruciante, irrefrenabile, attonita fede nello squarciare il velo della cecità, di vedere, capire, raccontare il potere.

Un film che viene proiettato su un enorme telo che giganteggia, come la divina provvidenza, sopra le teste di feriti in un ospedale militare ricavato da un palazzo con absidi e statue della Madonna, come in una vera e propria chiesa sconsacrata, il titolo della pellicola in bianco e nero è Christus del 1916 per la regia di Giulio Antamoro, mentre si vede la crocifissione di Cristo.
Inserire spezzoni di cinema nel suo cinema non è pratica nuova per Bellocchio, tutt’altro, fa parte integrante della sua poetica e modo di pensare la pellicola.
Questa inquadratura, questa immagine, è Tutto (Dio).

In un fotogramma c’è tutto il cinema, lo spettacolo del mondo, quello più “futurista”, la vittoria del potere, il sacrificio estremo, la visione mitica di quel momento che rimarrà impressa per sempre.
In sovraimpressione, come in un montaggio deciso e duro da soldati imperiali in marcia, compaiono scritte derivanti dal futurismo italiano (questo si) e dal nascente fascismo che dal futurismo si lascerà affascinare come sintassi grammaticale dura, durissima, metallica, inumana, meccanica.
Il montaggio del film, è altrettanto duro, ma miracolo della fede visionante e cinematografica, mai agiografico o, peggio, oleografico.

Etica del cinema che si fa qualcosa che è storia, è mito, è un film, è VISIONE purissima e bruciante.
La carne che si fa immagine, irresistibile ascesa di Mussolini, da uomo, a Immagine, essenza del cinema.

L’immagine che Timi e la Mezzogiorno restituiscono di due fantasmi visivi, il primo, Mussolini, quello conosciuto, quello visionato da tutti, il secondo, Ida Dalser, la prima moglie ripudiata dal duce, internata dal sistema fascista, scomparsa, visione cancellata, visione da non vedere.
Immagini prese da un intero trentennio, visioni anch’esse, pubblicità fasciste dove donne disegnate con il dito sulla bocca intimano il silenzio alle donne fasciste, perché come recita lo stesso cartellone “TACETE! Anche il vostro silenzio affretterà la Vittoria!”.

Immagine indimenticabile di un Timi (figlio riconosciuto e poi disconosciuto del duce) che imita il padre, selvaggiamente, per folle scherno, sputacchiante per la febbricitante passione che ci mette, per il corpo che sta sacrificando, per diventare immagine attonita, stupenda, puro CINEMA.
Immagine meravigliosa degli occhi verdi oltraggiati, calpestati, indomabili della Mezzogiorno (Ida Dalser) che guarda, osserva, ghermisce con lo sguardo, testimone presente, novella maddalena piena di colpe (per condividere le idee, l’essenza del duce?) e di Grazia, immagine sacrificata, in una inquadratura, lei rinchiusa nell’ospedale psichiatrico dove verrà sbattuta dal potere, a mezz’aria, abbracciata alle inferriate dell’enorme finestra, da fuori dove nevica e c’è un pallore luminoso quasi divino, in un controluce quasi oltremondano la sua silohuette si staglia dominante per tutta la pellicola, inquadratura poetica ed essenza di un certo tipo di cinema dell’apparizione 1.

1 Il cinema dell’ “apparizione”  è stato teorizzato da registi quali Alain Bergala e Jean Luc Godard, e si contrappone al cinema cosiddetto della “identificazione” (quello classico).
Nel cinema dell’ Apparizione, è importante l’immagine, non tanto come freddo ed asettico design, ma l’immagine come incarnazione di un corpo, un corpo che ci fa ricordare che esiste un altrove della visione, al quale un certo tipo di cinema, inesorabilmente, tende.

Davide Tarò

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