Gran Torino

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L’ultima fatica di Clint Eastwood, che oltre ad essere regista e ora anche protagonista, prende il nome da un auto della Ford del 1972 la cui notorietà la fece diventare anche la macchina degli agenti  Starsky e Hutch nell’omonima serie televisa. Il nome Torino è invece un omaggio alla città Piemontese che, per il suo essere sede della FIAT, era vista dagli americani come una sorta di Detroit italiana.

Walter Kowalski (nome non scelto a caso e che dimostra la cultura cinematografica del regista in quanto ricorda Stanley Kowalski, violento protagonista dell’opera di Tennesse Williams interpretato da Marlon Brando nel film “Un treno che si chiama desiderio”) è un veterano di guerra che, reduce del Viet-Nam, nutre un odio profondo nei confronti dei coreani.
Purtroppo per lui il quartiere in cui vive è però in gran parte popolato dalla comunità asiatica Hmong che, con risvolti del tutto imprevisti, lo porterà ad affrontare i propri limiti e a rivoluzionare il suo universo cognitivo.

La grandezza di Clint Eastwood, già dimostrata nei precedenti capolavori come “Lettere da Iwo Jima” o “Million Dollar Baby”, sta nel sapere raccontare, con un equilibrio perfetto di sentimenti ed azione, storie in apparenza semplici, ma ricche in realtà di sottotesti e significati.
Gran Torino ha infatti il merito di non cedere alle lusinghe del cinema d’azione e, laddove la scena lo permetterebbe, lo sviluppo narrativo s’interrompe cambiando direzione e svelando le intenzioni più profonde del regista.

Son quindi totalmente vane le accuse e critiche di razzismo che la pellicola ha ricevuto, in quanto le iniziali paure ed ostilità che il protagonista ha verso lo straniero gli mostreranno il loro fianco debole, con un finale ed esiti imprevedibili che suggeriscono una riflessione critica allo spettatore e molto attuale.

Degne di note sono le scene in cui Eastwood, volendo fare il verso a se stesso, beve litri di birri e si mostra come un duro con tanto di grugnito e gesto della pistola con pollice ed indice alzati verso i suoi “nemici”.

La cura dei particolari insieme alla scelta molto originale del titolo dimostrano come nulla nella storia sia casuale e anche i personaggi che talvolta possono anche sembrare stereotipati, come la nipote o il figlio di Kowalski, nell’economia del film sono fondamentali per creare quell’equilibrio perfetto che è ormai caratteristica del cinema di Eastwood, ibrido unico tra dramma, azione e commedia.

di Stefano Mifsud

VOTO: 9

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