WATCHMEN

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La graphic novel che comparve come uno dei migliori 100 “romanzi” del secolo in una classifica ormai storica del Time, che venne pubblicata per la prima volta in Italia nel 1988 in appendice all’ormai defunta storica rivista di fumetti ‘Corto Maltese’ della Rizzoli, che pubblicò sempre in allegato proprio  in quei tempi l’altro capolavoro Dark Knight Returns di Frank Miller, e il ciclo Superman Man Of Steel di Jhon Byrne,  ristampata in volume qualche anno dopo sempre per la stessa casa editrice, ristampata dalle Edizioni Play Press in pieni anni novanta, e ristampata ora, per la Planeta Deagostini in una edizione absolute con la sceneggiatura e gli schizzi preparatori del fumetto, è riuscita, finalmente ad arrivare al grande pubblico, la ribalta, “vermi vomitati” come direbbe (ed ha detto) Alan Moore sull’idea di trarre un film (hollywoodiano per giunta!!) da una delle sue idee e creazioni più conosciute e premiate.
La miniserie della Dc comics del 1985 fu un colpo schocckante al sistema dei comics che da lì a poco sarebbe stato testimone dell’avvento delle graphic novel di Miller più conosciute, e Will Eisner prima di lui, che cambieranno in modo definitivo il mondo delle cosidette maschere, dei super eroi in calzamaglia.

” CHI CONTROLLA I GUARDIANI ? ”

‘Who Watches the Watchmen’ è la frase che compare in una vetrata all’inizio del film ( e come epitaffio all’inizio della raccolta in volume del fumetto).
Questa pellicola di Zack Snyder, già adrenalinico regista del remake del Romeriano ‘Dawn of the dead’, e assurto al successo planetario con il film ‘300’ tratto dall’omonima graphic novel di Frank Miller, tenta la sua carta più pericolosa, magnificente, costosa e sinceramente sentita.
Prima di lui ci provarono Terry Gilliam (Brazil…), Darren Arofnosky (Pgreco il teorema del delirio…) e Paul Greengrass (The Bourne Ultimatum) ma nessuno ci riuscì.
Già l’esistenza della pellicola stessa è un successo, quindi.
Niente star, molte scene in interni girate a Vancouver (l’intera ricostruzione della New York di Moore), in Canada, scelta piuttosto “outsider” che dagli anni ’90 di Chris Carter ed X-files continua comunque ad essere la preferita di produzioni che non vogliono sprecare molto budget ma massimizzarne l’utilità e l’incredibile competenza delle maestranze canadesi.
La produzione è dovuta al colosso Warner Bros, con i diritti di sfruttamento però divisi con la controparte 20th Century Fox che, sembra, detenesse i diritti di trasposizione cinematografica dagli anni ’90.
Tutto questo per dire cosa?
Il film, da alcuni già definito il ‘Quarto Potere’ dei cinecomics, ha indubbiamente dalla sua una riproduzione fedele, sentita, professionale e maniacale di quel 1985 distopico ed alternativo, lo stesso disegnatore del fumetto, Dave Gibbons, si è stupito non poco a vedere e riscoprire dettagli dimenticati nel set costruito dettagliatamente ad arte dallo scenografo Alex Mcdowell, si potrebbe dire il cuore di Watchmen stesso, la fatiscenza delle strade, insegne, graffiti, tutti ricreati in grandissimi capannoni a Vancouver.
La produzione maniacalmente dettagliata, la tipologia del cast, il guru che stà dietro al soggetto originale, le difficoltà produttive ricordano, per arcane armonie, produzioni di cult movie dei primi anni ’80 quali Blade Runner di Ridley Scott, più che enormi e dispendiose produzioni hollyoodiane che odia così tanto Moore.
I costumista Michael Wilkinson, dopo il look “essenziale” e spoglio di 300, ha potuto sbizzarrirsi con questi vigilanti fuori legge degli anni ’80, i costumi fetish-retrò disegnati da Gibbons, qui diventano, in ossequio alla ormai indispensabile “moda hollyoodiana” ‘post-Matrix’ e ‘X-men Singeriani’, attillati, aderenti, in latex.
E’ uno spettacolo di eiaculazione visiva vedere Malin Akerman (Il secondo Spettro di Seta), svedese trentenne, bionda naturale che diventa per il film scura, muoversi dentro la tuta.
L’amplesso sessuale, tra il personaggio di Spettro di Seta e Gufo Notturno infatti, negato per impotenza quando i due sono nudi, viene compiuto e consumato divinamente quando si mascherano.
La scena, ovviamente, tra le più belle e significative, era presente nel fumetto, ma quello che mi preme sottolineare è la riuscita trasmissione al visionante, della pelle dei vigilantes, la fotografia, la resa cromatica, la regia, si sofferma gattonescamente, sensualmente, disperatamente, dolorosamente, indugia sui corpi nudi (anche quello in Cgi del Dottor Manhattan), sulle facce, sul sudore, sui vestiti consunti di un Rorschach (un grandissimo Jackie Earle Haley) su quello che esiste sotto la maschera, il costume.
Pelle aderente, ruvida, massacrata, flaccida, butterata, o liscia e soda al tatto come in latex, sotto la maschera.
Watchmen di Snyder riesce a fare essenzialmente questo, riesce a dare vita, ad una complessa, ricercata, trama che fino ad ora era dimorata solo sul media narrativa disegnata.
Intendiamoci, i vari sottolivelli propri di ogni opera humus di Moore (da From Hell, strutturato come i livelli della conoscenza dell’architettura esoterica, da La Lega degli straordinari gentlemen strutturata come i romanzi di appendice fantastici di fine secolo di Verniana memoria, sino a questo Watchmen strutturato su più storie di vari media in contemporanea, addirittura una storia di un pseudo comics filosofico di pirati della vecchia Ec comics! narrate non in cronologia) non riescono ad essere inseriti.
Qualche ammiccamento all’action/estetica del ‘bullet time’ di Matrixiana memoria, con ralenty ed improvvise velocizzazioni nelle scene di azione e combattimenti (come tra l’altro in 300), è ben presente, se nella scena iniziale dell’uccisione/pestaggio del Comico sono eticamente e cinematograficamente necessarie, dopo, nelle varie scene del penitenziario, non lo sono più, soprattutto non connaturate  al materiale iniziale.
Ma questa è la visione di Snyder, prendere o lasciare, per tutti i 156 minuti di durata della pellicola,  generosi e trasudanti di passione.
Visione generosa, capace e tecnica.
Ciò basta per un gran bel film che diventerà un cult movie ma che nel presente può rischiare molto come incassi (anche per la sua lunga durata).
Come tutte le migliori pellicole, quasi (forse) casualmente, questa riesce ad essere lo specchio di un periodo storico, di disperazione, di malinconia e di insicurezza profonda.
Da Nixon a Bush e ritorno.
Le musiche, tutte dagli anni ’60, creano un manto connotativo di secondo livello, vanno da ‘Times are changing’ di Bob Dylan, dei bei titoli di testa, per andare a ‘The sound of silence’ utilizzata per la scena del funerale del Comico, sino alla ironica e bellissima ‘Allelujah’ di Leonard Cohen utilizzata per la sequenza del coito tra Spettro di seta e Gufo notturno.
Una colonna sonora denotativa di un look, ma soprattutto rappresentante le istanze culturali di quegli anni in cui si sentivano per la prima volta.

Da vedere e rivedere, aspettando l’immancabile versione extended ( prossimamente in dvd), questa volta però, con sincera curiosità nei confronti della passione e della tecnica di Synder, e di questo film figlioccio di due major ma mai così intimamente diverso dalla massa hollyoodiana.

“L’ESISTENZA DELLA VITA E’ UN FENOMENO ALTAMENTE SOPPRAVVALUTATO” Dr Manhattan

“QUESTA CITTA’ HA PAURA DI ME. HO VISTO IL SUO VERO VOLTO.” Roscharch

“UN MONDO IN PACE. DOVEVA ESSERCI UN SACRIFICIO” Ozymandias

“CREDEVAMO DI POTER RENDERE IL MONDO UN POSTO MIGLIORE” Secondo Gufo Notturno

“UN UOMO VA DAL DOTTORE, E’ DEPRESSO, DICE CHE LA VITA GLI SEMBRA DURA E CRUDELE, DICE CHE SI SENTE SOLO IN UN MONDO CHE LO MINACCIA… IL DOTTORE DICE: LA CURA E’ SEMPLICE, IN CITTA’ C’E’ IL GRANDE CLOWN PAGLIACCI, VALLO A VEDERE E TI TIRERA’ SU. L’UOMO SCOPPIA IN LACRIME, DOTTORE DICE: PAGLIACCI SONO IO.” Il comico

Davide Tarò.

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