otto; or up with dead people

otto

Carne alla carne, corpi dilaniati come oggetti di un desiderio tanto profano quanto libero, il tragico virtuosismo della condizione umana scorta attraverso lo sguardo vitreo di chi umano non è più. Otto; or up with dead people (Otto; o Farsi i morti viventi) è l’ultimo lungometraggio diretto dal regista canadese Bruce Labruce: re indiscusso del cinema indipendente a tematica, LaBruce da sempre si distingue per la firma riconoscibilmente anarchica che dona ai propri lavori, esempi di una cinematografia “Queercore” tesa a destabilizzare e criticare – attraverso l’oltraggiosa violenza delle visioni rappresentate – il desolante status quo politico e culturale.

Otto è un giovane zombie riemerso alla “civiltà” di Berlino, spaesato e confuso vaga verso la città per cercare di scoprire qualche dettaglio sul proprio misterioso passato da vivo. Sulla strada sfama i propri bisogni primari nutrendosi di carcasse d’animale e accoppiandosi con altri esemplari di una nuova stirpe di zombies gay: escluso e bersagliato da una società che non vuole e non può accettarlo, trova rifugio in Medea Yarn, regista underground, e nella sua stravagante corte dei miracoli. Lei lo coinvolgerà nella realizzazione del suo “capolavoro” visionario Up with dead people, pellicola porno-horror la cui star Fritz Fritze – il divo porno gay Marcel Schlutt – riuscirà a penetrare il muro dei ricordi di Otto, facendogli riscoprire il calore dei sentimenti, oltre che quello della passione.

Un’opera apparentemente sconnessa e disorientante, Otto rappresenta uno dei punti più alti della filmografia di LaBruce: il discorso metalinguistico è estremamente stratifico attraverso l’inserzione fin dall’incipit di scene in bianco e nero tratte dal finto Up with dead people, l’opera sperimentale della cineaste lesbica Yarn, che servono al regista per costruire la tragica figura del suo giovane protagonista attraverso l’obiettivo multiplo di un film dentro al film. Otto è una sorta di macchina la cui memoria è stata resettata non accuratamente, così alcuni dettagli di vita quotidiana possono straniarlo dalla condizione di non-uomo, per riportagli alla mente i bellissimi ricordi del suo amore per l’ex ragazzo: incapace o quasi di rassegnarsi alla propria condizione –  in vita era addirittura vegetariano… – cercherà di dare una spiegazione alla nuova esistenza con la consapevolezza acquisita del limbo. “Sei sei già morto, non hai più timore della morte”. Le attraenti e orripilanti scene di sesso che colorano tutto il film sono l’esempio più lampante del fare cinema di LaBruce: uno schiaffo anarchico e sbeffeggiante ad ogni sorta di pudicizia e moralità dilagante. Non si cura, come non si è mai curato, di destare ribrezzo mostrando due zombies che si “dilettano” penetrando le reciproche cavità intestinali, o riprendendo un’orgia di morti viventi gay che affondando il proprio piacere nella carne umana, quella vera; la memoria va a quegli scatti erotico-sanguinari-eversivi che LaBruce componeva in una celebre serie di qualche anno fa, qui dilatati dal movimento e portati volutamente al parossismo.

Presentato da più di un anno in praticamente tutti i festival queer e non internazionali, la pellicola è stata accolta ovunque da un successo di pubblico quasi inaspettato: la malinconica storia dello zombie gay Otto riesce a sfiorare l’intimità di una visione tanto tormentata quanto stimolante. Il suo destino è metafora di una condizione minoritaria (quella Lgbt?) cresciuta nell’astio della società, ma pronta ad emergere per formare una nuova stirpe di spietati morti viventi, froci.

briankinney

tratto dal Blog

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