GHOST HOUND

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I venti anni di Production I.G, nel 2007, vengono festeggiati più che degnamente e a sorpresa, da questa serie che riesce ad attirare, commuovere e spaventare come poche.
Un piccolo capolavoro come non se ne vedeva da un po’ di anni.
La Production I.G, il cui guru,  (proprio come Satoshi Kon per la Madhouse) nume tutelare sarà proprio quel Mamoru Oshii di Ghost In the shell2: Innocence, Jin-roh, Tachigui Retsuden e Sky Crawlers, è stata fondata da Ishikawa Mistsuhisa, proveniente dagli studi della Tatsunoko (Hurricane Polimar, Tekkaman, Kyashan, Time Bokan), e da Goto Takayuki nel 1987.


La voglia di fare del “gotico”, e, soprattutto, prodotti ricercatissimi , ma assolutamente commerciali e commerciabili non le è mai mancata, basti citare le opere degli ultimi anni, il bel Chevalier D’eon, o ancora la serie collettiva Windy Tales, la serie Blood plus (dal bell’oav Blood the last vampire) per non parlare di Seirei no Moribito, una immersione nel giappone rurale come solo allo Studio Ghibli (per adesso) avevano fatto.
Con Ghost Hound, serie di 22 episodi (fino al 2008) ma in lavorazione con altri ancora, la I.G fa il botto.
Una immersione totale nelle campagne Giapponesi, tre ragazzi (e una ragazza) uniti da qualcosa di impercettibile, Taro figlio di un produttore di Sakè della zona, fu rapito insieme a sua sorella più grande, lui sopravvisse, la sorella morì.

Masayuki, un nuovo studente arrivato dalla grande Tokyo, si interessa a lui, uno sconvolgente segreto lo lega a quei luoghi immersi tra le montagne più verdi e la desolazione più malinconica.
Makoto, tenebroso e taciturno, essenzialmente solo, con la madre che lo ha abbandonato e  il cui padre, appena dopo la tragedia della morte della sorella di Taro, si toglie misteriosamente la vita in casa, sarà proprio un Makoto ancora bambino a trovare il cadavere riverso in camera, segnandolo per sempre.
Taro soffre di narcolessia, inoltre, nel sonno, fa strani sogni di volare sopra le montagne e le colline della zona,che potrebbero essere vere e proprie proiezioni astrali della sua anima.
Spinti da un desiderio di saperne di più, i tre ragazzi, un giorno, decidono di raggiungere il luogo dove Taro e sua sorella vennero tenuti prigionieri durante il rapimento: un vecchio ospedale abbandonato in un vecchio paese sommerso dall’acqua di una diga artificiale ora in secca…

L’idea originale fu già balenata nel 1987 al tormentoso e tormentato Masamune Shirow, autore di manga quali Ghost in the shell, Dominion, Black Magic (tutti editi dalla perugina Star Comics negli anni ’90 per l’Italia), egli voleva unire il folklore nipponico, il mondo nascosto degli spiriti, secondo la tradizione shintoista il Kakuriyo, in contrapposizione con il Utsushiriyo, il mondo visibile dei viventi con le teorie più evolute e nuove delle neuroscienze!!.
Nel Kakuriyo dimorano gli Yurei, i fantasmi, e i Kami, divinità immanenti, tra l’altro, non  caso, il kanji ‘Kakuri’ (da Kakuriyo) e il kanji Yu (di Yurei), si scrivono tutti e due nella stessa maniera, e significano entrambi “confinare”.
Inoltre, gli studi di Shirow, si inabissano sulla teoria scientifica della proiezione astrale, e soprattutto, sulle scienze neuroscientifiche, tra cui le teorie del neurologo Michael Persinger.
Il mondo degli Yurei e i problemi neurologici dissociativi dell’identità, quale “parte” ha ragione? Potrebbero essere entrambe faccie della stessa medaglia?

Questo anime prova a risponderci di questo.
L’attenta e calibrata regia è di un grande Ryutaro Nakamura, già visto nel geniale Serial Experiments Lain, e nel misterioso e bel Kino’s Journey, la regia ha l’incedere sicuro lento ed elegante del mistero e della malinconia, cosa che possono fare solo le storie più riuscite e complesse.
Le musiche sono curate da Yota Tsuroka, altro veterano di serie dalle affinità gemelle quali sempre Lain, Kino’s Journey e Boogiebop Phantom, e si sente eccome.
Proprio come soprattutto per Lain e Boogiebop, Tsuroka crea un vero e proprio velo di sonorità, agghiaccianti, liminali, anche minime, che creano un contesto “malato” “altro” ed inquietante.
Il rumore insistente della mosca che si è posata sulle labbra della sorella di Taro, è disturbante, pervasivo, a tratti insopportabile, ne sentiamo l’inconfondibile rumore dello sbattere delle ali, ad alta frequenza, rumore che viene collegato, dopo, al sogno/proiezione astrale di Taro, con lo stesso rumore, la stessa frequenza di sogno, come se fosse una “trasmissione” mandata da qualcosa o qualcuno.

Tutti i rumori del bosco, più una bella colonna sonora jazz/boogie che ricorda molto , per affinità e scelte espressive, quella di Boogiebop Phantom creano una atmosfera musicale e sonora che aiuta ad entrare nel contesto degli avvenimenti.
Il character design fine e sensuale ma nello stesso tempo ricordante il “kawai” (carino) deformed, è di Mariko Oka, superstar attuale del design della bella serie anime La ragazza dell’inferno, ancora inedito in Italia, non certo kawai e spaesante come quello di un Kyuta Sakai della notevole serie Higurashi no naku koro ni (Hinamizawa, Il villaggio maledetto) dello studio Deen, ma sottilmente inquietante, perturbante e sensuale, sicuramente.
Sensuale nel design delle ragazze e del corpo femminile in genere, nella morbida rotondità del tratto, e delle bocche appene accennate, un cuore, un nocciolo di pesca.
Basti ricordare su tutte, la soggettiva/sogno/proiezione astrale in cui Taro vede la sorella maggiore distesa sul lettino morta, l’inquadratura si sofferma sulle labbra meravigliosamente carnose, con un umido riflesso bianco, i capelli delicatamente tratteggiati sulla fronte di lei, sensualità animata allo stato puro.

Una serie da vedere, avere e comprare se mai nella (lenta) Italia riuscirà ad essere doppiata e (miracolo!) trasmessa.
In caso contrario rimane, fortunatamente, la rete.

Davide Tarò.

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