LASCIAMI ENTRARE

lasciami-entrare‘Lat den ratte komma in’
Svezia 2008
Regia: Tomas Alfredson
Soggetto (dal suo omonimo romanzo) e sceneggiatura : John Ajvide Lindqvist (autore anche di un altro romanzo edito in Italia dalla Marsilio: L’estate dei morti viventi).
Musiche: Johan Soderqvist.
Attori: Kare Hederbrant (Oskar) Lina Leandersson (Eli), Per Ragnar, Henrik Dahl.

Cinema gelido, fatto di geometrie ben precise, di cicliche simbiosi1 , rigorose, potenti, laconiche, imperscrutabili, tenere e dolci.

Cinema in divenire.
Come l’adolescenza.

Pelle bianca quasi virginea di Oskar, 12 anni, alcuni ragazzi gli tirano una stilettata a fianco del mento, si crea nel bianco più innevato del suo volto una linea rossa (geometria incontenibile), vividissima, da quella linea perfettamente retta, quasi immediatamente fuoriesce liquido rosso, potente, non altrettanto simmetrico, inonda selvaggiamente con quel rosso ocra l’intero nostro campo visivo.

Questa è l’inquadratura che riassume perfettamente tutta l’essenza di questa meravigliosa e potente pellicola.

Il rosso del sangue, è rappresentato più in maniera mimetica, sopra la faccia di Eli, piccola vampira che ha 12 anni da molto tempo, rivoli di sangue come innumerevoli cicatrici della vita, rivoli di sangue come l’esperienza maturata dell’esistere, più sangue c’è più si è vecchi in questa pellicola.
E poi, forse, si muore pure (finalmente).

Nella bellissima scena in cui Oskar non invita ad entrare Eli in casa, quest’ultima entra lo stesso per stare vicino al ragazzo, ma quasi immediatamente, dagli occhi, dalla testa, dalle orecchie, dalla bocca e da qualsiasi altro orifizio della ragazzina fuoriesce copioso del sangue, Oskar capendo subito (a differenza di noi spettatori che ci impieghiamo un po’ di più, incredibile a dirsi! Cosa più unica che rara negli ultimi decenni…) le urla “puoi entrare!!!” e la abbraccia forte.

Pellicola fatta di sangue, ma non per questo ne è inondata.
Quasi tutto viene lasciato al fuori campo, non per pudore, non per censura, ma per una precisissima concezione della vita, del mondo e dello spazio scenico.
Tutto non si può né si deve vedere o spiegare, le emozioni umane sono ben più cangianti e mutevoli, soprattutto nell’adolescenza, soprattutto tra due ragazzi in cui sta sbocciando qualcosa.

E  questa pellicola è sanguinosamente e rigorosamente adolescente, con coraggio, cuore e fede.

Quando, nella bellissima capitale penultima scena, che si svolge in una piscina, Eli ritorna per salvare Oskar dai bulli, il ragazzo è tenuto sott’acqua da un braccio di uno di essi, non vede niente, però sente qualcosa, ovattato, fuori campo, come noi.
Delle urla, dei suoni, dei rumori.
Il braccio lascia la sua presa e cade in acqua, tranciato davanti alla visuale di Oskar.
Quando tutto sta per cadere ed essere perso, quando si pensa di non avere più nulla, una mano, dal fuori campo, tira su Oskar dall’acqua, e la soggettiva che lo segue è tutta dire.
Un volto amico, una madre, una donna, Dio stesso che ti sta guardando, è lì per te.
Fede e delicata speranza non potevano essere rappresentati meglio che in questo paio di illuminanti e perfette inquadrature.

Poi, vediamo un treno, Oskar in viaggio con una valigia enorme dove riposa Eli, forse proprio come il vecchio tutore della ragazzina all’inizio del film, il dodicenne invecchierà e morirà per mano della vampira, forse andrà diversamente, ma questo nessuno può dirlo.
Neanche il regista, tantomeno gli spettatori.

Non spetta a noi deciderlo, ma al fuoricampo.
Cinema del capolavoro, cinema della vita e del sangue.

Davide Tarò.

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