TEKKON KINKREET

o il Cemento A(r)mar(t)o di città animate (perdute) giapponesi. Titolo Italiano: TEKKON KINKREET SOLI CONTRO TUTTI. Regia: Michael Arias. Character design: Nishimi Shojiro. Giappone 2006. Animazioni: Studio 4°c. Musiche: Plaid. Durata 111 minuti. Tratto dall’omonimo manga di Matsumoto Tayo. Cemento ben amaro per questo anime che segna uno stacco decisivo su tutta una produzione almeno ventennale del Sol Levante, e non solo. L’ultimo titolo di portata così “rivoluzionaria”, come film, ben inteso, fu, non a caso, l’altrettanto sottovalutato e sfortunato ‘Le Ali di Honneamise’ della Gainax, l’anno era il 1987.

Stacco decisivo come modo di raccontare e di rappresentare quello che si racconta.

Non è un caso che, prima della versione definitiva, abbiano provato a trasporre questo molto underground manga di Matsumoto, Otomo Katsuhiro prima, e Morimoto Koji dopo.

Il primo, ovviamente, non riuscendo neppure a scalfire il complesso e lunghissimo iter burocratico e tecnico di messa al lavoro del tutto.

La sua concezione di cinema, in fondo, è troppo grande, troppo magniloquentemente visiva per rappresentare, si, una storia di due ragazzini che vogliono proteggere a modo loro una città che sta forzosamente cambiando, ma, sopratutto di una città che “vive” lievemente, ma in maniera inesorabilmente diversa dalle Neo Tokyo (Akira) e dalle Londra Vittoriane (Steam Boy) a cui ci ha abituati l’abissale regista.

Takura, la Città Tesoro di Shiro e Kuro (Bianco e Nero), non è una megalopoli abissale e fagocitante di Otomiana memoria , ricorda più, per sottili malinconiche armonie di labirinti di oggetti e, soprattutto, di una babelica sovrabbondanza di cartelloni di ogni foggia e del più disparato colore, le città di Mamoru Oshii che si possono trovare in alcune sequenze di Patlabor (i due film) e di Ghost in the shell e Innocence.

Un occhio che ci osserva, tra due fiumi.

Una malinconica ed in divenire cittadina, con enormi squarci di degrado, con un passato condiviso dagli abitanti che si vuole dimenticare forzosamente, ed un futuro truffaldinamente “in costruzione” e vacuo.

Per quanto riguarda il tentativo di trasposizione di Morimoto Koji invece, il discorso risulta un po’ diverso.

Intanto il regista del segmento Magnetic Rose, nell’indimenticabile omnibus animato del 1995 Memories, e dell’omnibus del 1991 Robot Carnival, qualcosa è riuscito a spuntarlo, produttivamente e concretamente parlando.

Sei anni fa, al ‘Festival Des Nouvelles Images du Japon’ a Parigi, alcuni poterono godere della proiezione del pilot in lavorazione dell’intero film, a firma Morimoto, con le musiche di Kanno Yoko.

Non che, la soffusa ed acida, malinconica pazzia di pieno gusto underground di Matsumoto (autore per altro di un altro bellissimo manga intitolato Pin Pong, dal quale è stato tratto un film live omonimo) ben non si sposasse con l’altrettanta carica eversiva e poetica del regista.

In questo caso però, era la modalità di narrazione degli eventi che, forse, in qualche modo, non funzionava appieno per un film “commerciabile” ed “esportabile” .

Morimoto riesce a dare il meglio di sé nella dimensione del cortometraggio, perciò in un film ridotto, sperimentale nella sua essenza.

La storia di Tekkon vista in questa maniera, è sì sperimentale, ma più lunga, con molti snodi narrativi.

Anche questo progetto abortì.

Morimoto, è da notare, è stato il co-fondatore del nuovo studio a cui Tekkon deve i natali, lo studio 4°c, dove nuove tecniche di d’animazione e di messa in scena si bilanciano con il 2d ed il 3d.

Arias, già produttore esecutivo e padrino del progetto fortemente voluto Animatrix, riescie ad avere una felice sintesi tra sperimentazione e narratività in un film magnifico che regge bene i suoi (tantissimi per l’animazione) 111 minuti.

Arias è un francese trapiantato in Giappone, un autore che ha una certa sensibilità per le costruzioni e gli angoli di vie tipicamente giapponesi.

Lo studio in cui è stato realizzato l’anime si trovava in un quartiere molto popoloso e pieno di vecchi negozietti old-style, il regista ci passava davanti ogni giorno per andare a lavorare.

I sapori, gli odori, i colori multiformi e cangianti di questi megalitici mercatini diedero linfa alla pellicola che si stava lavorando.

Il regista si fermò davanti a dei fili della luce pieni di polvere, formanti strani e criptici arabeschi, in mezzo a questi dedali di viuzze strette e colorate.

Pensò come erano belli, come potevano raccontare la storia del quartiere, da quanto tempo quella polvere si accumulava, una sorta di memoria storica dei molti cambiamenti della città.

Li osservò moltissimo, per poterli poi rendere in un certo modo in animazione.

Il character design è stato affidato a Nishimi Shojiro, già visto all’opera sull’imprescindibile ‘Mind Game’ di Yuasa Masaki, delirio capolavoro del 2004, sempre dello studio 4°c, che ben riescie ad afferrare un trait d’union tra il suo stile frammentario e spigoloso con quello del mangaka Matsumoto, ricordante il tratto europeo di disegnatori quali Prado, Moebius (Jean Giraud) e l’italiano Mattotti.

La vera rivelazione è l’aspetto iconografico dell’opera, la Città Tesoro.

Le vie, i palazzi, gli interni, sono curatissimi nei minimi dettagli, e piange il cuore che, in Italia, questo titolo sia passato direttamente per l’home video, fatta eccezione per la proiezione su grande schermo al benemerito Future Film Festival 2008 di Bologna.

Malinconia di città e valori che cambiano, all’unisono, in un unico respiro tra perdita e cambio di valori morali, e la mutazione dei piani regolatori cittadini.

Ogni inquadratura è da vedere e rivedere nei minimi dettagli: murales, disegni, scarabocchi, dettagli, oggetti di vie, di arabeschi dei palazzi, cartellonistica varia.

Tutto tracima, straripa di informazioni visivo poetiche.

Per armonie, neppure troppo arcane, si possono vedere disegnati su muri di palazzi, per qualche secondo, immagini di bambini con elementi futuristici/retrò.

Questo tipo di immagini, e di iconografia, era propria dell’ ‘Esposizione Universale (Expo)’ che si tenne in Giappone negli ultimi anni 60′.

L’esposizione universale, misto di fantascienza divenuta realtà e macchinari avanguardistici, nell’immaginario collettivo e nell’iconografia, fu uno tsunami di immani proporzioni, anche sociali.

Autori consapevoli come Oshii Mamoru, con la sua saga del dopoguerra giapponese dei ‘Kerberos’ (Akai Megane, Stray Dog Panzer cop, Jin-Roh) e di ‘Patlabor’, o Urasawa Naoki con i suoi ragazzi del ventesimo secolo di ‘20°th Century Boys’, capolavoro del manga come pochi altri, ne hanno fatto proprie, sin troppo profondamente, le implicazioni socio-culturali e di forma avanguardistica.

E di iconografia di rimando “sulla epica della megalopoli giapponese” vive il film, per gli otaku e cinefili soprattutto, riferimenti a film giapponesi del dopoguerra, tra Gojira/Gozzilla di Honda Ishiiro, a yakuza movie, sino a riferimenti su serie anime cult dell’anime boom degli anni ’70 come Yamato (Star Blazers) andando verso l’universale ed il cosmico.

I colori del film della messa in scena sono vividissimi, da quelli chiari, fino agli scuri degli incubi dell’inconscio di Nero, un film fatto proprio di chiaro scuri, come i nomi dei due ragazzini protagonisti incarnano.

Una pellicola che, sarà studiata, anche come iconografia e rappresentazione della città, insieme a saggi sull’antropologia “megalopolistica” come ‘Akira’, ‘Megalopolis’, ‘Metropolis’ di Taro Rin, ‘Ghost in the shell’, ‘Jin-Roh’, ‘Macross il Film’, senza dimenticare il cinema mondiale, e quindi, su tutti tra i tantissimi, ‘Blade Runner’ di Ridley Scott , ‘Dark City’ di Alex Proyas , ‘Alphaville’ di Godard, i due ‘Batman’ di Tim Burton, ‘Metropolis’ di Fritz Lang, ‘Brazil’ di Terry Gilliam, ‘Collateral’ di Michael Mann.

Davide Tarò di neo(N)eiga.

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