IL GIARDINO DI LIMONI

Quante emozioni in questo film. Quanta verità. Perfino gli alberi soffrono in Palestina. Quando la Teodora Film mi ha chiamata per parlarmi di questo nuovo film di Eran Riklis dal titolo Il giardino di limoni, avevo pensato a un’altra storia, quella, raccontata in un libro, dell’anziano palestinese che, ammalato, aveva voluto andare a vedere la sua casa a Ramleh, da dove era stato costretto a fuggire nel 1948. Lo accompagnava suo figlio. La donna che aprì la porta della casa della sua infanzia non lo cacciò, ma lo fece entrare e lui chiese di vedere se nel giardino c’era ancora l’albero di limoni: c’era, ne chiese uno, lo tenne stretto. Era ancora nelle sue mani quando una settimana dopo morì. La donna, che esiste davvero, si chiama Dalia, e ora quella casa è stata trasformata in una scuola per ragazzi israeliani di origine palestinese e per ragazzi ebrei israeliani.

E io nel mio piccolo giardino ho piantato una pianta di limoni e una di ulivo. L’ho fatto pensando a tutti quei contadini e contadine che in questi anni ho visto piangere, chi urlando, chi in silenzio, per il dolore nel vedere i loro alberi sradicati e lasciati morire, ma anche rubati e portati, come gli ulivi sradicati nell’area di Kalkilia, a vendere al mercato di Tel Aviv. Migliaia e migliaia sono stati gli alberi sradicati per far posto al muro o a strade che attraversano i territori occupati e che possono essere usate solo da israeliani, come un vero sistema di apartheid.

Come Dalia, anche Mira de Il giardino di limoni, moglie del Ministro della Difesa, percepisce il dolore e l’ingiustizia subita da Salma, e non può più vivere in quella casa da dove non si vede più la limonaia, ma un grande muro grigio. Se ne andrà con il peso della solitudine e del dolore, ma fiera, mentre dall’altra parte Salma brucia le cose del suo passato. È la follia di quella terra. Grazie a Eran per questo film che fa vivere i sentimenti e mostra le debolezze, le ipocrisie, ma anche l’umanità degli uni e degli altri, nonché l’asimmetria di chi ha potere e forza militare e di chi subisce l’umiliazione e l’esproprio. E affida alle due donne la dignità e la resistenza.

Come quella delle donne in nero israeliane che, fin dalla prima Intifadah, in silenzio e vestite di nero, ogni Venerdì con i loro corpi in una piazza di Gerusalemme ovest, dicono “No” all’occupazione militare e insieme a tante donne palestinesi, riunite nel Jerusalem Link, si rifiutano di riconoscersi come “nemiche”, ma costruiscono insieme qualcosa nel riconoscimento dei diritti di ciascuna alla libertà e alla liberazione. È da questo movimento che anche in Italia abbiamo contribuito alla costruzione di una rete internazionale di Donne in Nero contro la guerra e la violenza, che agisce sui conflitti e costruisce relazioni e scambi tra donne nei luoghi di guerra e violenza, come in Colombia, nella Ex-Yugoslavia, in Afghanistan, India, Congo, Kurdistan e tanti altri luoghi. Ed è sempre con donne palestinesi, israeliane e internazionali che abbiamo dato vita alla prima Commissione Internazionale di Donne, per praticare la risoluzione 1325 delle Nazioni Unite per la partecipazione delle donne ai tavoli del negoziato. A formare questa commissione vi sono 20 donne palestinesi, 20 donne israeliane e 20 donne internazionali. Tra loro, anzi tra noi, vi sono donne con alte cariche istituzionali ma anche attiviste, donne che vogliono pace, ma una pace con giustizia.

Sono tanti in Palestina e Israele oltre ai movimenti delle donne, che credono nella pace e rifiutano la violenza, e l’agire di questi movimenti è speranza, è forza, è l’umanità che si rivela. Che siano ascoltati dai nostri governi, dalla Comunità Internazionale perchè pongano fine all’occupazione israeliana e che palestinesi e israeliani possano vivere indipendenti in pace e sicurezza, senza muri, senza coloni, e che gli alberi di limone, di ulivo e tutti gli altri possano fiorire e non essere oggetto-soggetto conteso.

Era anche il desiderio di Hagar, una delle fondatrici delle Donne in Nero Israeliane, morta in un’isola in Grecia. Il giorno prima che morisse, guardavamo gli ulivi, belli e rigogliosi. «È bello – disse Hagar con malinconia – vedere gli ulivi senza temere che una ruspa li estirpi per far posto ad una colonia o a una strada coloniale». Noi donne in nero abbiamo ribattezzato la piazza di Gerusalemme Ovest, dove ormai da più di venti anni si manifesta ogni Venerdì, Piazza Hagar Roublev.

Vorrei che tutti e tutte vedessero questo film.

di Luisa Morgantini Vice Presidente del Parlamento Europeo Tra le fondatrici della rete Internazionale di Donne In Nero contro la guerra e la violenza e dell’International Women Commission

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