Il regista di matrimoni

Sembra quasi, con le dovute differenze, un film alla Lynch.

La componente onirica e delirante nei film di Bellocchio c’è sempre stata, ma qui sembra proprio toccare il suo apice arrivando a porsi all’interno del racconto ad un livello assolutamente paritario con la realtà e diventando così indistinguibile. Il viaggio del protagonista-regista è un viaggio mentale, anzi un viaggio dentro alla mente, un percorso che come il sogno è fatto di immagini e di suoni che assomigliano alla realtà ma che al tempo stesso si dichiarano più o meno palesemente altri da essa. E lo fanno nel modo più semplice e più affascinate: nella forma, e di conseguenza nella percezione che di essi abbiamo.

In questo meccanismo complesso, articolato ma sempre molto emotivo e quindi toccante, anche le scelte apparentemente più semplici ritrovano la loro funzionalità: penso ad esempio al video utilizzato in night-shot che gradualmente diventa la soggettiva del protagonista, un’idea certamente non originale – se non addirittura inflazionata, ma anche ad alcuni ritrovati sonori come gli echi o le frequenze basse e costanti a sottolineare i momenti più spiccatamente interiori. Forse questo significa, molto banalmente, che la forma non è tutto e che per dire qualcosa non è sufficiente affidarsi a trovate innovative o appariscenti.

Il regista di matrimoni è un film minore rispetto a Buongiorno, notte, meno eclatante nella scelta dell’argomento e quindi più complesso da affrontare per lo spettatore, ma in ogni scena, in ogni scelta, in ogni passaggio si sente forte un pensiero personale, un’idea del mondo, e più di tutto si sente una necessità genuina di raccontare: cosa molto rara di questi tempi nel nostro cinema fatto sempre più di mestieranti o di ex maestri imprigionati nell’ipocrisia del loro ruolo.

E mi pare che di ciò si sia accorto anche lo stesso Bellocchio, che non risparmia al suo spettatore la verità su un sistema corrotto, incancrenito e sulla strada della definitiva morte: il cinema italiano delle lobby sinistrorse, degli ex-compagni che si dividono i premi e che di sinistra non hanno più niente, gelosamente custodi del loro atteggiamento radical-chic e delle loro casseforti piene d’oro. Che c’è di male allora se un regista scappa dalla ridicola freddezza di un ufficio di produzione in cui perde tempo con i provini dei Promessi sposi per finire prigioniero di un mondo magico e complicato in cui si trova suo malgrado a provare delle passioni?

E se questo mondo fosse proprio la realtà?

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