Le particelle elementari

Il merito del regista Oskar Roehler è, non solo quello di aver trasposto in pellicola il libro di Michel Houellebecq, ma soprattutto quello di aver cercato di creare una buona risoluzione grafica di alcune, tra le più audaci, pagine pubblicate negli ultimi anni. Forse saran state anche un’autocitazione del proprio coraggio registico, le parole che il personaggio dell’editore, nel film, dice a Bruno Klement riguardo alla pazzia di poter pubblicare il suo lavoro, tutto incentrato su razzismo e rabbia.

Il film narra appunto la storia di due fratelli, uno l’antitesi dell’altro: da un parte Bruno Klement, insegnante di scuola, ossessionato dal sesso e alla ricerca di una pace interiore tra campi di nudisti e orge nei privè di provincia tedeschi e Michel Djerzinski, dall’altra, biologo molecolare e introverso.

Il giovane regista tedesco, attraverso il meccanismo dei flashback, ci fa ripercorrere l’itinerario adolescenziale dei due ragazzi, con una certa insistenza sadica verso le reciproche disavventure e strizzando l’occhio ad uno humour nero (come nella scena esemplare della madre hippy, incartapecorita nel letto di morte e circondata da mille candele, come se fosse Dracula).

La chiave di lettura del film si risolve in una visione, in parte grottesca della vita, ma allo stesso tempo con un barlume di speranza. Oskar Roehler ci vuole far riflettere sulla fragilità della vita e delle belle emozioni, introducendo una sorta di nichilismo attivo e, non a caso, il personaggio di Bruno ad un certo punto, citando Nietzsche a proposito di Shakespeare, dice che “sono quelli che hanno sofferto molto in vita a far da pagliacci”.

Orso d’argento al Palast di Berlino a Moritz Bleibtreu come miglior attore.

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