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Dopo sette anni di assenza dallo schermo, Luc Besson torna con una pellicola del tutto originale.
Dopo lo scarso successo di Giovanna D’arco, l’immaginario del regista pare aver, finalmente, ritrovato la retta via. In questo caso, avvalendosi di Angela, una ragazza scultorea tutta gambe (Rie Rasmussen), il cui compito sarà quello di assistere il povero Andè (interpretato da un ottimo Jamel Debbouze).

Il bianco e nero, scelto per la risoluzione grafica finale della pellicola, pone ancora più evidenza sulle opposizioni del film, in particolare, come ha dichiarato il regista su “bene, male, alto, basso, dentro fuori. E poi perché il colore avrebbe dato troppo realismo, sarebbe stato troppo crudo, volevo staccarmi dalla realtà tramite le immagini e la musica”.

La Ville lumière fa da sfondo alle vicende di Angela attraverso movimenti di macchina incentrati sui campi lunghi, immortalando i maestosi ponti parigini
Il film ci insegna, come afferma Angela in una scena, che “bisogna amare se stessi per poter amare gli altri”

Il decimo lungometraggio del regista francese ricorda anche capolavori come “Il cielo sopra Berlino” di Wenders e lancia un messaggio forte, quello di cercare Dio nell’altro, o in maniera più laica, quello di mostrare l’ angelo che c’è dentro di noi, in una società in cui si viene accettato solo se si è ricchi e belli.

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