Manderlay

Avevo amato Dogville come quegli incontri inaspettati.

Entra una donna in un negozio e ti cambia la vita. Ne avevo amato i contorni così indefiniti, fatti con la matita per gli occhi e le scritte al posto degli oggetti come scenografie di una vita sospesa, che era poi la condizione umana intera.

Avevo pianto insieme a Dogville, e sorriso, ne avevo sentito i lunghi dialoghi quasi biblici e le splendide blasfemie, avevo imprecato contro le sequenze eccessive, mi ero perso dietro la forza dei personaggi, l’originalità dell’intreccio e dei capovolgimenti, l’atmosfera sempre in bilico tra tragedia e farsa.

All’uscita da Manderlay mi è sembrato di essere uscito da una fotocopia mal riuscita. Penso sia un film comunque da vedere, ricco di spunti, emozioni, fornito di una capacità tecnica indiscutibile e grandi professionisti come interpreti. Ma. Resta qualcosa di non risolto, sembra che le sequenze si susseguano con stanchezza, e che quel che c’era in Dogville avesse già risolto tutto.

Una voce narrante eccessivamente didascalica che tende a volte a chiudere l’interpretazione nel senso voluto dall’autore, e altre volte risulta ridondante perché la forza delle azioni non necessita commento verbale. Anche le carrellate a volo d’uccello che si innalzano dal fondale fino a che il personaggio cammina come un puntino sulla cartina degli Stati Uniti risultano al limite della trovata d’effetto.

Si dirà che la grandezza di Lars Von Trier sta sempre nell’essere all’eccesso, nel lambire il limite tra lecito e proibito, tra pacificato e fastidioso, ma sembra che in alcuni punti del film il limite venga travalicato, non tanto dal punto di vista morale, dove il cinema può spingersi senza confini, quanto dal punto di vista dell’ostensione, nel modo di presentare le cose, nel tono in cui vengono narrate.

Non ci sono limiti nel dire le cose, ma alcuni modi sono più efficaci di altri: ci sono scene che trafiggono come una pistola alla nuca, e non c’è niente da ridire. Altre scene, invece, sembrano quasi puntare a un tono melodrammatico che Von Trier ha sempre rifiutato.

Nonostante la differenza con Dogville, dove una sceneggiatura perfetta sostiene le redini di un cinema quasi astratto che in Manderlay a volte si riduce a caricatura (un po’ ridicolo il movimento delle mani che aprono porte immaginarie), anche Manderlay è un pugno nello stomaco della riflessione. Propone interrogativi storico-filosofici solo apparentemente particolari e legati alla condizione statunitense. La schiavitù è un problema esistenziale, che coinvolge tutta la storia del pensiero (basti pensare a Hegel o alle provocazioni di Nietzsche sul cristianesimo), una responsabilità morale che ci tocca in prima persona e che tendiamo a rimuovere come problema esotico e lontano, dimenticando le schiavitù di tutti i giorni. L’intento di Von Trier è chiaramente mirato a quella schiavitù storica dei neri d’America, ma credo che sarebbe limitante fermarsi a quell’aspetto, per altro a volte trattato con un po’ di superficialità dal regista.

E’ un film che dà comunque molto e tiene incollati alla sedia, strutturato quasi come una fiaba da libretto illustrata. La fotografia è sempre all’altezza, con giochi di luci che rinviano alla teatralità della messa in scena, che come in Dogville è tutta in un teatro di posa i cui confini sono soltanto il nero del fondale buio. Rimane insomma la genialità della fusione tra cinema e teatro, della confusione tra oggetti reali e metaforici, l’imprevedibilità dell’intreccio (che comunque nella struttura generale rinvia a Dogville: buoni propositi -> fallimento dei buoni propositi), ma la forza espressiva appare più smussata, come se l’eco del film precedente rendesse meno potente la forza di Manderlay. Sembra appunto di entrare in un deja-vu, e se è normale che un sequel si rifaccia al prequel è importante che non ripeta all’eccesso alcuni meccanismi del primo film, ma ne completi semmai il significato. Non sempre Manderlay ci riesce, e nonostante ciò è un film coraggioso e importante (anche se un po’ furbetto) in tempi di cinema da coda tra le gambe.

8 novembre 2005
giallomoro@yahoo.it

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