Viva Zapatero!

REGIA E SCENEGGIATURA Sabina Guzzanti
PRODUZIONE Studio Uno – Secol Superbo e Sciocco Produzioni
DITRIBUZIONE Luckky red

Un documentario importante, fondamentale, necessario. Qualcosa che tutti dovrebbero vedere per rendersi conto di come è diventata la nostra vita.
L’idea delle condizioni in cui vertono il potere e con esso la cultura e l’esistenza stessa del nostro paese non deriva tanto dall’episodio di censura in sé e per sé – gravissimo, ovviamente – quanto dal modo in cui gli intervistati lo affrontano. Quello che emerge dai tanti interventi è il ritratto di un paese completamente soggiogato da una dittatura che, come ogni buona dittatura, colpisce in primo luogo gli intellettuali, eliminandone alcuni e soggiogandone altri, togliendo loro il diritto di parola (Fo, Rossi) o semplicemente mettendoli di fronte alla scelta tra il continuare a lavorare o meno (i tanti giornalisti che hanno fatto e fanno di questo paese quello che è).

Sabina Guzzanti si guarda indietro e, non limitandosi a raccontare la storia di Raiot, cerca di capire cosa è successo e perché, intervistando compagni di sventura, giornalisti e comici stranieri, ma anche chiedendo spiegazioni senza mezzi termini ai colpevoli e ai complici di questo costante ed approfondito assassinio della cultura. Il quadro che ne deriva, come detto, è sconsolante, ma è una piccola consolazione il fatto che il lavoro della Guzzanti sia riuscito ad arrivare al grande pubblico e continui a far parlare di sé, speriamo spronando tante persone (e non parlo dei cattivi, quanto piuttosto di quelli che sembrano stare dalla parte dei buoni) a fare i conti con la propria coscienza.

Detto questo ci tengo a sottolineare che, anche se entusiasta del fatto che il cinema serva da veicolo per la diffusione di questo lavoro, ritengo che Viva Zapatero! abbia poco a che fare con il cinema: è un buon lavoro della televisione che vorremmo vedere e che speriamo un giorno di poter vedere, ma i paragoni con Michael Moore mi sembrano piuttosto azzardati. L’unica vera affinità tra i due stili documentaristici sta nella presenza non troppo celata di una personalità ingombrante e molto consapevole di sé dietro alle immagini, ma anche in questo caso stravince per ironia e capacità il concorrente americano.

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