Seven Swords

Diretto da Hark Tsui
2005

Anche i cinesi fanno film insulsi. Questo forse dovrebbe capire Marco Muller quando costruisce ad arte eventi che eventi non sarebbero se non lo avesse deciso lui, e questo dovrebbero capire i tanti mestieranti che nascondendosi dietro l’altisonante definizione di critico altro non fanno che lavorare – turandosi il naso in cambio di somme ingenti e ricchi aperitivi – per quel grande sistema di distrazione di massa che ha nome Ministero della Cultura e dello Spettacolo.

Seven Swords è un film che se fosse stato fatto ad Hollywood tutti avrebbero considerato un inutile dispendio di mezzi per l’ennesima porcheria destrorsa del nemico americano, ma visto che viene dall’Oriente e visto che ci è stato propinato da sua maestà Muller il puro, le cose vanno molto diversamente. Ecco dunque che come per magia il film viene presentato dai solerti critici nostrani come una anticipazione di come sarà il cinema del futuro, come una fucina di straordinari effetti speciali non fini a se stessi, ma traboccanti alta moralità e contenuti così profondi da essere in molti casi incomprensibili per noi occidentali. E infine, senza nessuna vergogna in una delle recensioni il film arriva addirittura a presentarci una visione del mondo che viene definita femminista.

Terminato – anzi interrotto per pudore – lo sfogo rabbioso verso un regime culturale che ha tanti, troppi colpevoli, qualche considerazione sul film.
Un storia banale (il solito gruppo di eroi che difende il solito villaggio di contadini dal solito cattivo), che affonda le sue radici in Kurosawa come nel western classico senza aggiungere nulla tranne un condimento di combattimenti orientali cui siamo ormai francamente anche troppo abituati.
Una dose di violenza che – nonostante il regista dichiari essere realistica per mostrare il vero volto del combattimento, quello del dolore fisico e morale – appare improbabile quanto fine a se stessa.
Un racconto che si svolge in 144 minuti (troppi, tanti da far diventare ripetitive persino le scene d’azione) di cui probabilmente 120 sono conditi da una colonna musicale così superficiale da non poter essere nemmeno considerata arcaica, ma soltanto sciocca, continuamente inserita nel tentativo di sostenere emozionalmente scene che altrimenti non funzionerebbero.
Scene d’azione costruite sul meccanismo contrario a quello del cinema americano: sul non vedere nulla, anziché sul mostrare: i combattimenti sono montati così velocemente e in modo così malignamente astuto (spesso con l’inserimento di fotogrammi fissi, di dettagli inutili, di brevissimi spezzoni di movimento incomprensibile) da non emozionare nemmeno. Il vecchio trucco di basare tutta la credibilità dell’azione sugli effetti sonori non è poi così semplice da mettere in pratica.

Una dimostrazione? Provate a guardare un qualsiasi combattimento di Kill Bill (la scena non è casuale) senza suono. Guardate come le immagini sono combinate, come il combattimento – per quanto assurdo e grottesco possa essere – viene costruito con una sequenza di inquadrature che di per sé costituisce un racconto perfetto, che dice tutto senza bisogno di altro.
Poi provate a guardare un combattimento di Seven Swords, anche questo senza suono.

È dura rimanere svegli, eh?

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