Voices of Iraq [LOCARNO 2005]

di Robin Russel, Martin Kunert, Stephan Marks
2004 – 33mm – Colori – 74′
Iraq/USA

Siamo in tanti in attesa davanti alla sala. Il film fa parlare di se ancora prima della prima proiezione. Voci dall’Iraq, ovvero 150 piccole telecamere digitali date in mano agli iracheni per arrivare la dove la stampa ufficiale non arriva, per svelare il lato oscuro di una storia che troppe volte è apparsa a tutti manipolata attraverso gli embedded reporters, soffocata dai proiettili dei tank sparati contro il palazzo della stampa, censurata a causa degli oltre sessanta giornalisti già morti sulle strade irachene. E allora l’idea non nuova è tuttavia buona ed in tanti, muniti dei nostri kit per l’amplificazione simultanea delle voci che da tempo desideriamo ascoltare prendiamo posto sulle sedute de ‘L’altra sala’. Una breve presentazione del regista a ribadire di un lavoro nato da un esperimento e giù il sipario: immagini mosse amatoriali ci preparano e proiettano in quel che sambra da subito una non facile visione. La mano incerta dell’improvvisatosi operatore mostra il concitato susseguirsi di immagini della devastazione del territorio iracheno. Il montaggio e abile e veloce e segue cronologicamente il passare del tempo sul territorio di guerra, che di tanto in tanto delle didascalie datate in sovraimpressione scandiscono ineluttabilmente Il tempo compattato del cinema passa velocemente nella sala mentre le videocamere corrono di mano in mano, da nord a sud del paese. E le mani incerte che avevano ripreso le prime scene proiettate, evidentemente arricchite dall’esperienza pregressa diventano più ferme e sicure, ma mentre si allineano gli orizzonte inquadrati, si allineano anche le voci degli iracheni intervistati che vanno a coincidere con un non so chè di già visto e sentito. Mentra continua il viaggio nel paese aumenta l’imbarazzo della sala ed arriviamo ad Abu Graib (triste simbolo dell’inadeguatezza dell’occidente al farsi portatore di roboanti voci democratiche) ed un sapiente intervento del regista ci porta di altre prigioni che non ci aspettavamo di vedere: documentate da immagini di repertorio, ci sono le prigioni di Saddam e del loro personale addetto di fronte al quale, i torturatori nostrani non appaiono che dei meri dilettanti.

E facile a questo punto, caduto ogni indugio interlocutorio, cambiare i toni dell’opera e ripartire con un nuovo lite motif a stelle e strisce che canti delle nefandezze del regime preesistente e della gioiosa venuta dello zio Sam. Mentre le voci orchestrate dal regista cantano all’unisono una sorta di inno americano, dentro di me si fanno spazio alcuni dubbi e tanti punti di domanda: ma non si doveva trattare di riprese non accessibili alla stampa soggetta ai controlli del tentacolare apparato propagandistico militare? Chi mai avrebbe potuto ostacolare la circolazione di uno spot a sostegno dell’intervento armato? Al contrario, un tale lavoro, se prodotto alcuni anni fa avrebbe evitato al sig. Bush di arrovellarsi tanto il cervello nell’inventare la storia sulle armi di distruzione di massa, e tutti, o quasi tutti, ci saremmo lasciati convincere del fatto che fosse giunto effettivamente il momento di imbarcarsi su questa crociata.

Esco dalla sala con un senso di nausea per il genere documentario i mi dirigo in giro per il festival in cerca di un po’ di sana fiction. God bless America.

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