CLEAN

Scritto e diretto da Olivier Assayas
Con Maggie Cheung, Nick Nolte
2004

Le immagini scorrono continue, insistenti, quasi come in un unico immenso piano sequenza che segue una vita non frenetica, ma confusa. Un unico ininterrotto movimento di macchina preso in mezzo ad un flusso, quasi trascinato ma sempre consapevole nel raccontare il flusso stesso di cui è prigioniero, quello della vita di Emily Wang.
Un flusso che sembra fermarsi, fare una pausa per tirare un respiro soltanto in due momenti: poco dopo l’inizio del film, quando Emily si sveglia nella sua macchina davanti al panorama inquietante e bellissimo delle fabbriche dall’altro lato del canale – un preludio, l’ultimo momento di quiete prima della tempesta. E poi alla fine, nell’ultima immagine, di nuovo davanti ad un panorama meno inquietante ma forse anche più misterioso del primo, davanti alla baia di San Francisco in una giornata afosa in cui Emily piange con sincerità, da sola, in una conclusione che non è e non può essere un lieto fine ma che ha il sapore, appunto, di un respiro, di un secondo momento di riflessione, di una tappa ulteriore ma non per questo scontata nella ricerca della serenità che è l’argomento stesso del film.
Una ricerca che attraversa paesi e culture diversi, ambienti e mentalità tra di loro contrapposti. Una ricerca confusa, complessa, il cui obiettivo di per sè chiaro sembra offuscato nella mente della protagonista dalla mancanza di un metodo, di un mezzo per raggiungerlo. Alla periferia di questa ricerca c’è un uomo, un uomo vecchio e profondamente ferito dalla vita ma anche, probabilmente, da se stesso. Un uomo che cerca un riscatto, un’espiazione delle proprie presunte colpe di genitore e di essere umano nel disperato tentativo di regalare ad una madre e a suo figlio il dono più grande e più difficile: quello di un rapporto.

Clean, presentato nel 2004 al festival di Toronto, è in tempi così bui il regalo che Olivier Assayas fa a chi ancora si sforza di credere al cinema rifiutandosi di accettarne la morte data ormai per certa. E’ un film sincero, che racconta senza giocare e senza prendere in giro lo spettatore, un film assolutamente genuino interpretato da due attori incredibilmente profondi che recitano dialoghi veri e non costruiti ad arte. Un film che ci regala un pò di quella fiducia e di quell’entusiasmo che soltanto qualche anno fa avevamo per il cinema, a dimostrazione che forse è ancora possibile rimboccarsi le maniche e sforzarsi davvero per cercare – se vi sembra semplice provate a farlo – di sognare.

Tricky, David Roback dei Mazzy Star ed altri nomi più o meno grossi del panorama rock fanno la loro comparsata, ma la nota forse più interessante è la presenza nel film di Don McKellar, attore cronemberghiano e regista qualche anno fa del meraviglioso e ingiustamente sconosciuto Last Night.

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