Viaggio a Misterbianco

di PAOLO POLONI
sezione: Appellations Suisse

L’Italia nella nebbia, sotto la pioggia, al freddo. L’Italia che non compare nelle cartoline che i turisti svizzeri e quelli tedeschi scrivono ai loro familiari. Un paese sporco, cupo, quello che si vede nelle zone industriali e sulle autostrade.

Poloni compie un viaggio attraverso tutta la penisola, incontrando pensionati, camionisti, disoccupati, tossicodipendenti, nel tentativo di raccontare proprio l’altra Italia, bè, un’altra Italia, sicuramente non quella delle vacanze, del sole e del mare. E traccia un ritratto del Bel Paese, dal basso. Con l’unica pecca che, essendo il regista nato e crescuito all’estero (si sente come se il passaporto italiano non gli appartenga, sia il prestito di un amico), vede gli italiani come vengono visti nel resto d’Europa: fascisti, razzisti, inaciditi, un po’ buffoni ma ospitali (siamo veramente così? Ognuno ha il governo che si merita…).
Il viaggio dura quattro mesi e si conclude a Misterbianco, un paesino a pochi km da Sigonella. Qui viene tracciato l’ultimo ritratto umano, quello del sindaco, un personaggio assai rappresentativo della nostra classe politica: dice di essersi comprato le anime dei suoi cittadini, così da avere la certezza di essere rieletto con qualunque forza politica si fosse ricandidato nel futuro. Populista alla Mussolini e alla Berlusconi, lo vediamo mentre dà il buon esempio spazzando le strade del paese, e mentre i suoi elettori si prendono gioco di lui per questi inutili atteggiamenti. Mafiosetto, lo vediamo in una involontaria citazione de “Il Padrino”, mentre, come don Vito Corleone, riceve nel suo ufficio disperati cittadini alla ricerca di favori personali (gli si saranno rivolti con rispetto?). Un triste personaggio, che tenta di stabilire, come altri in Italia, il culto della propria personalità.

Un documentario intelligente, quello di Poloni, ben realizzato, purtroppo a volte un po’ retorico, soprattutto nell’uso forzato della voce fuori campo, che potrebbe limitarsi alle descrizioni, e invece si arrampica in inutili tentativi poetici (“Sono come un gatto su un davanzale, guardo fuori, poi guardo dentro”).

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