WELCOME TO COLLINWOOD

Di Anthony e Joe Russo, con Sam Rockwell e Michael Jeter

Il ladruncolo Cosimo (Luis Guzman) è di nuovo in prigione. Quando un compagno di cella (ergastolano) gli rivela l’esistenza di un colpo tanto facile quanto fruttuoso, Cosimo chiede all’amante Rosalind (Patricia Clarkson) di trovare, nel mare di piccoli delinquenti che bazzica a Collinwood, qualcuno che si prenda la colpa per lui, in cambio della bella somma di 15 mila dollari. Rosalind inizia la ricerca, ma invece del “sostituto“, trova una serie di collaboratori disposti ad “aiutare“ Cosimo nel suo intento. Si tratta di Toto (Michael Jeter), poverissimo ladro non più nel fiore degli anni, Riley (William H. Macy), fotografo al verde con moglie in carcere e figlio da accudire, Leon (Isaiah Washington), a un passo dal sospirato matrimonio della sorella Michelle (Gabrielle Union), Basil (Andrew Davoli), italoamericano senza un dollaro in tasca, e Pero (Sam Rockwell), pugile di dubbio talento. I cinque si faranno aiutare dallo scassinatore Jerzy (Gorge Clooney), che insegnerà loro come aprire l’agognata cassaforte. Ma alla fine per loro l’unico bottino sarà un bel piatto di pasta e fagioli.
Sì, è vero, questa storia l’avete già sentita: è la stessa (identica) trama del capolavoro della commedia italiana “I soliti ignoti“, diretto con ironia e maestria nel 1958 da Mario Monicelli e interpretato da Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Renato Salvatori e Totò. I fratelli Russo, sotto l’occhio vigile dello scopritore di talenti Steven Soderbergh (la cui “mano“ è in alcuni punti molto visibile), ne hanno realizzato un remake-omaggio, trasportando le vicende nel quartiere proletario di Cleveland, Collinwood, e riprendendone totalmente personaggi e avvenimenti. Non un’opera “copia“ (e molto nostalgica) come lo “Psycho“ di Gus Van Sant, ma una riproposizione fedele di un capolavoro originale, con qualche piccola “modernizzazione“, come il personaggio di Michelle, molto più “libero“ rispetto alla Claudia Cardinale del ‘58. Tutto il resto, battute, situazioni comiche e uso della musica sono non simili ma uguali. E l’errore dei Russo è proprio questo, voler realizzare, cioè, un film italiano in America: la bellezza di quelle commedie stava anche (soprattutto) nel loro totale inserimento nel contesto sociale e cinematografico italiano, per cui forse un maggiore adattamento alla realtà degli Stati Uniti (anche se di una periferia degradata) ne avrebbe fatto un’opera migliore. E invece tutta la prima parte manca di freschezza e di originalità, e in alcuni momenti, si finisce con l’annoiarsi un po’. Le risate vere arrivano al momento dell’attuazione del colpo, con una serie di gag assolutamente indimenticabili (ma riprese in tutto e per tutto). Certo, piacerà tanto agli americani, anche perché un po’ di sano folklore affascina sempre al di là dell’Oceano. Su di noi l’effetto più immediato è la voglia di andare subito a rivedere l’originale.

Maria Rosaria Sergio

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