MONSTER’S BALL

Un agente carcerario di mezza età, afflitto da un padre malato e razzista, si occupa dell’esecuzione di un detenuto di colore e, a causa della sua insensibilità, determina il suicidio del suo unico figlio. Ormai disgustato dalla vita, abbandona il lavoro e compra una stazione di servizio, quindi inizia una relazione con la vedova (anch’essa di colore) dell’uomo che aveva provveduto a giustiziare, suscitando l’indignazione e lo scherno dell’insopportabile genitore. Alla fine riuscirà in qualche modo a rimettere a posto i pezzi della sua disgraziata vita.

Era dai tempi dello svenevole “Al di là dei sogni” (1998), con Robin Williams e Annabella Sciorra, che in un film solo non si vedeva un simile concentrato di disgrazie assortite: ma mentre in quel caso l’opera virava verso una visione rassicurante e molto new age della vita (e soprattutto della morte), nella pellicola dell’esordiente svizzero Marc Forster le sciagure sono rappresentate con un gusto iperrealista che tende al trucido quando non proprio al sordido, con un accanimento fin troppo insistito (dunque sospetto) nel cercare l’abiezione e la desolazione assoluta.

La ricerca della verità nella narrazione si riduce in questo modo ad una serie di scene ad effetto, alcune in verità molto crude, ma l’unico momento veramente sincero è una lunga scena di sesso, bellissima e disperata, tra i due protagonisti: parte improvvisa, si prolunga in maniera insolita e incontrollata, comunica autenticità, disagio e perfino sgomento.

In un film privo di baricentro e scritto tutto sommato in maniera approssimativa, brilla (anzi non brilla) il camaleontico Billy Bob Thornton, l’attore che non c’era, quello che non sarà mai un divo perché non è bello né attraente, quello che lavora di sottrazione fino quasi ad annullarsi, quello che il pubblico si chiede dove diamine lo abbia già visto, quello che forse in questo momento è il migliore attore americano sulla piazza.

Halle Berry è bravissima (oltre ad essere splendida anche in versione sciatta e no glamour), ma i membri dell’Academy, in ragione dello stramaledetto politically correct, hanno commesso quest’anno l’ennesima nefandezza ai danni della vera regina della stagione cinematografica, cioè Nicole Kidman.

Ultima osservazione: raramente negli ultimi tempi un film era stato doppiato in modo così goffo e approssimativo, con delle voci ora monocordi ora stridule degne al massimo di un porno.

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