L’ORA DI RELIGIONE

Ernesto, un pittore ateo, scopre che è stato avviato da anni e a sua completa insaputa il processo di beatificazione della madre, una donna placidamente ottusa uccisa anni prima da uno dei suoi tre fratelli, da allora rinchiuso in manicomio per infermità mentale. Disgustato dalla falsità della situazione (gli altri membri della famiglia pagano perfino un poveraccio pronto a testimoniare di essere stato guarito dalla “santa”), Ernesto si trova a vagare per grotteschi ambienti clerico-nobiliari, alla disperata ricerca di qualcuno di cui innamorarsi, aggrappato a quella coerenza che cerca con pervicacia di riversare anche sul suo piccolo bambino, Leonardo, a sua volta in crisi perché, se Dio è dovunque come gli ha spiegato la sua insegnante di religione, lui non potrà più trovare un posto per restare da solo con se stesso.

Bello, anzi bellissimo il nuovo film di Bellocchio, una di quelle opere che ti allargano il cuore dopo averti fatto soffrire, dove si tratta dei massimi sistemi (religione, coerenza, identità) in maniera problematica e sofferta, dove la fede è una questione innanzitutto morale e dove il bisogno di Dio e di aiuto può essere scandito da una terribile bestemmia, come avviene in una scena da pelle d’oca, forse uno dei momenti più alti ed emozionanti di tutto il cinema italiano e che ha spinto la commissione censura all’agghiacciante scelta di affibbiare alla pellicola il divieto ai minori di 14 anni.

Eppure perché stupirsi? Qualsiasi grande film abbia toccato temi religiosi o spirituali da una prospettiva personale e non ossequiosa al volere delle gerarchie cattoliche, ha sempre incontrato problemi infiniti, si pensi al Pasolini della “Ricotta” e del “Vangelo secondo Matteo” (accolto dagli sputi dei fascisti), all’umanissimo e tormentato Cristo rock di Scorsese de “L’ultima tentazione” (condannato ancor prima che uscisse in sala), ai Ciprì e Maresco del doloroso, apocalittico e disintegrato “Totò che visse due volte” (con tanto di processo intentato ai due autori).

Bellocchio torna ai livelli altissimi della sua opera d’esordio (“I pugni in tasca”), ma con minore livore e maggiore pietas, anche se con la stessa dimensione polemica, con una lucidità di visione integerrima e con una virulenza espressiva che spazza via in un colpo solo tutto l’ammasso di “carinerie” che il cinema italiano recente continua tristemente ad ammannirci.

Un’esperienza sconvolgente ma assolutamente necessaria, un riappropiarsi, da parte del cinema, di quella che dovrebbe essere una delle sue funzioni primarie, vale a dire quella di far riflettere lo spettatore rimettendone in discussione le certezze, anziché intorpidirlo con banalità televisive e dilemmi da rotocalco.

Ma alla riuscita di questo grande film concorrono anche tutti gli attori: Castellitto (liberatosi finalmente dalle pastoie della fiction) mostra la statura dell’attore di rango e la sua maschera di ironia sofferta e subita, di incredulità e dolorosa consapevolezza, si imprime nella memoria per restarci, mentre la breve apparizione di Donato Placido nel ruolo del fratello disturbato, semplicemente mette i brividi e fa venire le lacrime agli occhi.

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