ACQUA TIEPIDA SOTTO UN PONTE ROSSO

Dopo essere stato licenziato dalla ditta per cui lavorava, l’impiegato Yosuke abbandona la moglie e la città in cui viveva per mettersi alla ricerca di un misterioso tesoro segnalatogli, pochi giorni prima della morte, da un vecchio barbone filosofo.

Il tesoro in questione è rappresentato da una donna (che abita la casa sul “ponte rosso” del titolo) dotata di una peculiarità inaudita, quella di emanare dal corpo una sorta di incredibile getto d’acqua durante i rapporti sessuali (“l’acqua tiepida”).

In breve Yosuke capirà di non poter più tornare alla sua vita precedente e di non poter fare a meno della nuova compagna e degli strampalati personaggi che la attorniano (un pappagallo, un atleta africano dal moto perpetuo pedinato in maniera assillante dal suo allenatore in bicicletta, una vecchina che scrive oracoli).

Il decano del cinema giapponese, Shoei Imamura (classe 1926), dopo aver vinto la Palma d’Oro a Cannes con lo splendido “L’Anguilla” (sciaguratamente non ancora distribuito in Italia!!!), torna a raccontare le sue amate fiabe sospese tra un mondo incantato e ancestrale e un altro estremamente terreno e carico di pulsioni primarie, in cui il sesso e l’erotismo sono fondamentali tasselli del vivere sociale.

La sua meravigliosa, mitologica Creatura, tanto gonfia di sensualità da esplodere letteralmente in un geyser di piacere durante l’atto sessuale, è una delle invenzioni cinematografiche più generose ed esaltanti dell’intera storia del cinema, una metafora semplice ma innegabilmente suggestiva della forza primordiale che scaturisce dal bisogno di dare e ricevere Amore, e della forza eversiva che viene emanata dall’esplosione assolutamente incontrollabile della Passione.

L’inno alla vita di questo ragazzino settantaseienne, che dichiara di prediligere donne dotate di buoni genitali (!), spinge all’euforia e alla commozione e riconferma, sempre che ce ne fosse ancora bisogno, l’assoluta superiorità di idee (siano esse narrative o di messa in scena) del cinema orientale in genere, e di quello giapponese in particolare. E che Hollywood si tenga pure i suoi inutili, pallidi remake.

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