Bowling a Columbine

Un Bowling da non perdere

Quello che colpisce fin dall’inizio è l’apparente “americanità” del regista e narratore del documentario, Michael Moore: corporatura massiccia, vestiti da poco prezzo, aria alla buona, cappellino perennemente calcato sulla nuca.
Ma fin dal primo momento si capisce che i conti non tornano. Questo “americano tipo” che sembra inoffensivo e quasi pacioccone rivela una natura intelligente, lucida, poco disposta a lasciarsi illudere o facilmente convincere da parole buttate nella mischia mediatica quasi casualmente.
Indagando su quale sia il motivo per cui negli Stati Uniti muoiono annualmente più di undicimila persone per colpi di arma da fuoco laddove in altri Paesi i morti sono al massimo qualche centinaio, Moore ci porta per mano a conoscere miliziani del Michigan, uno degli indiziati per la strage di Oklahoma City, due ragazzi scampati alla carneficina scatenata qualche anno fa alla Columbine High School di Littleton e non ultimo Charlton Heston, fra i massimi esponenti della National Rifle Association, la potentissima lobby statunitense delle armi da fuoco.
Viene fotografato un Paese dove l’ossessione per la propria sicurezza è fomentata da media ansiogeni e da un’intera classe politica molto interessata a tenere occupata la middle class con il “mito dell’uomo nero” mentre spadroneggia a suo piacimento per quel che riguarda le questioni veramente importanti, gli scandali, la distribuzione del potere.
Moore intervista una maestra che ha assistito a una scena agghiacciante: una bimba di sei anni uccisa da un coetaneo durante le lezioni presso la scuola elementare di Buell, e nessuno sa perché sia successo. Ma Moore non si limita a compassione e solidarietà di circostanza e indaga su quanto sia illogico il programma Welfare che può essere considerato responsabile di alcune circostanze che hanno fatto arrivare un’arma da fuoco nelle mani di un bambino di sei anni…
Il documentario non cerca di fornire risposte gratuite e non pone domande retoriche: si basa sui fatti e illustra alcune realtà su cui sembra che nessuno si sia fermato a riflettere fino a quel momento: un Paese dove procurarsi armi e munizioni è facile; dove si spara per un nonnulla; dove la sindrome da accerchiamento raggiunge anno dopo anno livelli da isteria collettiva anche se la criminalità diminuisce; dove nonostante la presenza di armi e sistemi di sicurezza nessuno si sente al sicuro.
Dove, soprattutto, chiunque abbia delle frustrazioni da sfogare trova prima o poi sulla sua strada un’arma da fuoco e si sente autorizzato a usarla…
È un film da vedere, a ogni costo. Perderlo sarebbe un delitto.

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