WINDTALKERS

Durante la seconda guerra mondiale, per vincere la resistenza dei giapponesi nel Pacifico e conquistare Saipei, gli Stati Uniti ricorrono all’arruolamento di circa 400 soldati Navajo, utilizzati come code-talkers, comunicatori in codice, capaci di trasmettere nella loro lingua messaggi e coordinate che i giapponesi non sono mai riusciti a decifrare. Al sergente Enders, tormentato da dolori fisici e da furiosi rimorsi, viene affidata la protezione di un giovane navajo idealista, Ben Yahzee, talmente fiducioso nei valori di libertà sbandierati dal suo paese da aver battezzato il figlio George Washington. Ma Ben non sa che il razzismo dilaga anche fra i suoi compagni e, soprattutto, ignora la missione principale del sergente Enders: difendere la segretezza del codice a qualsiasi costo e uccidere il code-talker affidatogli piuttosto che lasciarlo catturare dai giapponesi.

Il film che ha spaccato in due la critica specializzata e specialmente gli ammiratori di John Woo: splendido per alcuni, patriottico, oleografico e ridicolo per altri. Io mi accodo modestamente ai primi e penso che, tolto “La sottile linea rossa” che è un capolavoro piombato da un altro pianeta, “Windtalkers” sia uno dei più bei film mai girati sulla seconda guerra mondiale, una spanna sopra il sopravvalutatissimo “Soldato Ryan” spielberghiano, quello sì scopertamente patriottico e per nulla antimilitarista.

Il film del maestro Woo parla di guerra ma riflette in maniera spesso commovente sul senso della vita, sul valore universale dell’amicizia, sul problema dell’identità personale (nella terribile sequenza in cui Ben, rinunciando al suo adorato e mai del tutto raggiunto status di cittadino americano, si finge giapponese per sottrarre al nemico una radio da campo).

Tutti temi cari al Woo-pensiero, tutti archetipi che hanno fatto grande il suo cinema e lo hanno reso uno tra i più amati Autori viventi. Perché la spudoratezza del suo sentimentalismo deve allora essere straziante in “Bullet in the head” o in “The Killer” (che rimangono comunque i suoi inarrivabili capolavori) e ridicola in “Windtalkers”?

E perché accusare John Woo di aver realizzato un’opera troppo filostatunitense quando invece non viene affatto nascosto il razzismo presente nell’esercito e anzi viene mostrata quell’agghiacciante sparatoria fratricida tra due diverse e ignare truppe americane?

E il rispetto del regista al dramma della Storia e degli Uomini si nota anche dalla rinuncia al barocchismo poetico e visionario delle sue sparatorie, sostituite in questo caso dalla secchezza di combattimenti brutali, e di reiterati scontri a fuoco, asciutti, essenziali, depurati da qualsiasi tentazione coreografica e pirotecnica.

Di gran lunga il miglior film del periodo americano del regista, un’opera commovente per chi ha ancora il coraggio di commuoversi e per chi condivide l’importanza dei valori messi dentro questo geniale calderone di sentimenti banalmente etichettabile come film di guerra e che si conclude ancora una volta con un rischio madornale, l’Ave Maria recitata in punto di morte da un catatonico Nicolas Cage.

Ancora una volta a voi la scelta: o una cinica risata o una mano sugli occhi ad asciugare una lacrima.

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