I 13 SPETTRI

Dopo aver perso la moglie nel rogo del suo appartamento, Arthur Kriticos decide di trasferirsi con i due figli e la tata in uno splendida casa costruita interamente in ferro e vetro, ereditata da un misterioso zio improvvisamente deceduto. La morale è: mai fidarsi dei regali di sconosciuti parenti, soprattutto se ti lasciano in dote una casa popolata da tredici spettri vendicativi e incazzati neri.

Remake di un vecchio film di William Castle, piccolo maestro degli horror a basso budget nonché produttore di un capolavoro del cinema dell’orrore come “Rosemary’s Baby” di Polanski, questo “13 spettri” non riesce a raggiungere i risultati del recente “Il mistero della casa sulla collina”, anch’esso un rifacimento di una vecchia pellicola di Castle e anch’esso prodotto da Joel Silver e Robert Zemeckis.

La storia e le scenografie sarebbero anche interessanti, i fantasmi, creati da quelli che sono ormai ufficialmente gli eredi di Tom Savini, cioè Kurtzman, Nicotero & Berger, sono davvero inquietanti e suggestivi, ma tutto è rovinato da una regia pacchiana ed effettistica curata da un tale Steve Beck, che sarà anche un mago degli spot ma non ha la minima idea di come si diriga un film horror e di cosa significhi creare suspense.

Beck sceglie di mostrare tutto e subito, eliminando la componente di mistero legata all’apparizione delle malefiche entità, e bombarda lo spettatore con un marasma di inquadrature che neanche Michael Bay, ottenendo come unico effetto quello di creare confusione, di irritare e, alla lunga, annoiare. Una buona occasione buttata alle ortiche e un’ulteriore dimostrazione della distanza abissale che separa il (vero) cinema dall”arte dei videoclip e degli spot pubblicitari.

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