GOSFORD PARK

D.: Robert Altman
Cast: Alan Bates, Stephen Fry, Micheal Gambon, Derek Jacoby, Maggie Smith, Kristin Scott Thomas, Emily Watson
Id.: USA 2001

Novembre 1932. Sir William McCordle e sua moglie, Lady Sylvia, radunano amici e parenti nella loro stupenda tenuta, Gosford Park, per dedicarsi alla caccia in un pigro week-end autunnale nella campagna inglese.

Il gruppo di ospiti è dei più vari: sono presenti un eroe della grande guerra, un divo hollywoodiano
col suo produttore, una vecchia zia acida e snob ed un nutrito gruppo di uomini sull’orlo del tracollo economico, accompagnati dalle loro infelici mogli.

Ma mentre i convitati passano le loro giornate a cacciare fagiani e a spettegolare gli uni degli altri, sorseggiando tè e whisky; i loro valletti e le loro cameriere (che, secondo l’usanza “british”, assumono temporaneamente il nome dei loro padroni) cucinano, cuciono, lavano e stirano e corrono per soddisfare ogni minima esigenza si possa presentare.

Presto però l’euforia ai piani alti ed il fermento di cucine e lavanderie, che rendono il film più vicino alla commedia di costume che ad altro, lasciano posto alle drammatiche esistenze ed ai segreti dei personaggi, fino ad arrivare trasformare la pellicola in un giallo alla Agata Christie.

La prima parte appare francamente noiosa ed un po’ pesante. Altman descrive lentamente e con grande precisione il protocollo che nobili ed inservienti devono seguire, dipinge con cura ed attenzione ogni personaggio, con un uso costante di primi piani, inquadrature che avvicinano spettatori e protagonisti, fino lasciare che il pubblico entri nelle aree più remote della mente di questi ultimi e scopra ogni loro segreto.

Lo scorrere delle immagini sembra premettere un importante avvenimento. Ma è necessario aspettare 80 minuti, prima che Altman mostri quello che dovrebbe essere l’evento determinante del film: dopo cena le urla spaventate di una donna percorrono i corridoi del palazzo… “finalmente” l’invito a cena ha il suo delitto.

Un delitto atteso, pubblicizzato anche dallo slogan che accompagna il lancio del film (“Tè alle quattro, cena alle otto, omicidio a mezzanotte”) ma che è tutt’altro che quell’evento determinante. L’assassinio finirà per shockare solo una giovane ed ingenua cameriera, mentre tutti gli altri si preoccuperanno solo del fatto che le indagini lascino affiorare qualche loro segreto.

Altman non si preoccupa affatto della storia, la trascina all’inverosimile proprio per non distrarre lo spettatore dal film, per lasciare che il pubblico si concentri unicamente sulle immagini, sui suoi movimenti di macchina ritmati, sulle luci e sulle ombre che (proprio come le inquadrature) svelano la psicologia dei personaggi.

Gosford Park potrebbe anche essere un film muto, la pellicola è chiara, pulita, deliberatamente raccontata solo in parte: Altman dimostra un’altra volta di essere uno dei più grandi registi del nostro tempo… uno dei pochi a cui bastano poche inquadrature per raccontare la storia di una vita.

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