IL SIGNORE DEGLI ANELLI

Regia: Peter Jackson
Cast: Eljiah Wood – Liv Tyler – Cate Blanchett – Christopher Lee – Ian Mc Kellen

Ad un mese dalla sua uscita nelle sale italiane e alla notizia della candidatura a ben 13 Statuette dell’Academy, mi sono chiesta se non valesse la pena vederlo questa “Saga del nuovo millennio” (come se Star Wars fosse “roba vecchia!) questo SIGNORE DEGLI ANELLI… Mea culpa non avere mai letto il romanzo di Tolkien da cui è tratto, ma non credo sia fondamentale. Il film colpisce forse più per le riprese e la scenografia, che non per la storia in sè. L’ intreccio, pur essendo un po’ fiacco, ha però il merito di essere perfettamente rispondente ai canoni classici della scrittura cinematografica.

Chi conosce “Il Viaggio dell’Eroe” di Vogler (uno dei “manuali” fondamentali di sceneggiatura, che si rifà alle saghe epiche classiche) avrà riconosciuto nei protagonisti gli archetipi dell’eroe, del mentore (tipico è il vecchio saggio che assiste e consiglia il protagonista), dell’antagonista e via dicendo; come avrà realizzato che la pellicola segue alla perfezione le fasi di questo viaggio.

Gli elementi della fabula ci sono quindi tutti: un malvagio stregone ha forgiato un anello dai poteri distruttivi, che dopo essere stato causa di guerre, morte ed altri mostruosi eventi, viene affidato a Frodo Baggins, un giovane Hobbit, affinché lo custodisca fino alla sua distruzione.

Insieme al vecchio Gandalf (è lui il mentore di cui sopra), al ramingo Granpasso, alla principessa degli Elfi Arwen, a Legolas e ad altri buffi personaggi, Frodo accetta il difficile compito e si incammina verso il vulcano nel cui cratere dovrà essere distrutto l’anello, lottando (ovviamente) contro gli spiriti del male che vogliono riappropriarsi del potente gioiello.

Una favola ben costruita. Un po’ troppo violenta nelle scene dei combattimenti, ma perfettamente stilata. Ma il film è troppo lungo, le tre ore di battaglie contro le forze del male, delle corse verso il vulcano sono inutili, lo spettatore non ha motivi per sorprendersi: sa già che il bene è destinato a trionfare…

Nonostante la distrazione del regista sia, in alcuni momenti, davvero imperdonabile (Hobbit che sgranocchiano mele a cui è rimasta attaccata un’etichetta, un campo lungo “disturbato” da un auto in lontananza…), le riprese sono comunque ben fatte, i paesaggi (ricostruiti a computer?) perfetti e l’uso dei campi lunghi azzeccati: la prateria non lascia scampo ai quattro piccoli Hobbit, le montagne non danno alcun rifugio alla “Compagnia dell’Anello”…

Come dettato dai canoni del cinema classico (un esempio la scena finale di Intrigo Internazionale di Hitchcock) i protagonisti sono soli senza alcuna possibilità di fuga… e l’uso del campo lungo in molte inquadrature lascia quasi nello spettatore un senso di agorafobia.

Il film delude però nel finale… o meglio, nel “non-finale”. L’ultima scena è infatti l’inizio di un nuovo racconto, del racconto delle avventure che questa volta Frodo dovrà affrontare solo.

Certo, valeva la pena vederlo il primo capitolo di questa saga; in fondo il film raggiunge il suo scopo: l’intrattenimento, ma vale la pena dover aspettare un anno per vedere come continuerà il viaggio del nostro eroe? E soprattutto aspettarne due per vedere come andrà a finire?

Star Wars apparterrà anche al millennio scorso, ma ogni puntata della saga godeva anche di una vita propria.

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