COMPAGNIE PERICOLOSE

Matty, il figlio di un temibile e rispettato boss mafioso di Brooklyn, non riesce a trovare un lavoro pulito a causa del suo ingombrante cognome. Lo zio, anche lui malavitoso la sua parte, decide allora di affidargli un incarico all’apparenza elementare, vale a dire recarsi nel Montana per ritirare una borsa carica di dollari e poi portarla indietro a Brooklyn. Ma Matt e i suoi amici, tutti più o meno imbranati, renderanno il lavoretto niente affatto semplice, incappando fra l’altro in un poliziotto corrotto che avrà l’infausta idea di voler tenere per sé tutti i dollari contenuti nell’ambitissima borsa.

Lawrence Bender, il produttore che ha scoperto Tarantino facendolo esordire con “Reservoir Dogs”, offre ai due sceneggiatori Koppelman e Levien (insieme avevano scritto “Rounders”) l’occasione di esordire dietro la macchina da presa con un noir che, anche se non dice e soprattutto non mostra assolutamente nulla di nuovo, si lascia comunque guardare con condiscendenza. I protagonisti giovani sono sbozzati con pochi tratti che risultano comunque efficaci (a parte il personaggio di Taylor, interpretato da Vin Diesel, che appare leggermente sacrificato), mentre nella parte dei due mafiosi anziani gigioneggiano alla grande sia John Malkovich (nel ruolo ambiguo dello zio) che Dennis Hopper (il padre di Matty).

Se la sparatoria finale in cui tutti i personaggi ancora vivi si puntano le pistole addosso comincia ad essere un espediente narrativo davvero usurato (Tarantino l’aveva sfruttata sia nello script di “True Romance” sia nel già ricordato “Reservoir Dogs”), per il resto questo “Compagnie Pericolose” non eccede in smargiassate o in sparatorie pirotecniche che flirtano con il cinema di Hong Kong, e offre allo spettatore un’ora e mezza di cinema vecchia maniera, quel tanto rimpianto cinema medio ormai (purtroppo) demodé che faceva la fortuna delle sale di periferia, ormai inesorabilmente schiacciato dal deprecabile cinema mainstream, gonfio di dollari e sempre più vuoto di contenuti e di idee.

Una nota a margine su Vin Diesel: il misterioso attore (nessuno sembra conoscere né il suo vero nome né l’origine del suo nome d’arte) dalla fisicità debordante è, più che un volto, un corpo ideale per sostituire i vecchi eroi dell’action anni ’80 e ’90, ma sembra possedere un intuito che lo spinge a scegliere ruoli abbastanza interessanti e anche molto vari, speriamo soltanto che non si appiattisca tristemente nei film di consumo come hanno fatto i suoi ormai accantonati predecessori.

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