PLANET OF THE APES

Anno 2029. L’astronauta Leo Davidson, in seguito ad un guasto della sua navicella, atterra su un pianeta sconosciuto in cui gli uomini sono ridotti in schiavitù e il potere è nelle mani di scimmie evolute e dotate di parola. Scappato dalla gabbia nella quale era stato rinchiuso grazie all’aiuto della scimmia idealista Ari, invaghitasi di lui, Leo si metterà a capo di una epocale rivolta che vedrà protagonisti gli esseri umani contro il ferocissimo esercito scimmiesco capitanato dal generale Thade. Il finale, abbastanza inquietante, è assolutamente da non rivelare.

Non un remake (attenti, Burton ci tiene moltissimo a sottolinearlo!), ma piuttosto una rivisitazione del classico film del 1967 con Charlton Heston (che appare anche in questa nuova versione, morente, in un ruolo cameo), esponente mitico di una fantasociologia idealista, tratto dal romanzo di Pierre Boulle (1963). Il vecchio film era diretto da un notevole artigiano dei generi come Franklin J. Schaffner, questo da un Autore come Burton. Cosa succede allora? Succede che Burton mantiene intatta la sua poetica del Diverso, ma si trova imbrigliato in un blockbuster che gli tarpa parzialmente le ali e ne imbriglia l’estro visionario. Così il film è (inevitabilmente) meno politico del precedente, più spettacolare, come è ovvio, ma anche più infantile e troppo rivolto alle famiglie (basti vedere quanto siano incruenti le battaglie).

Davanti ad un budget che si suppone enorme, il regista cerca di divincolarsi tra il rispetto delle regole di una megaproduzione e il suo modo di fare cinema, evidentemente preoccupato di non scottarsi le mani come gli era invece capitato per la sua opera forse più bella e personale, vale a dire il cupissimo e geniale Batman – Il Ritorno, film che aveva fatto insorgere legioni di madri indignate perché i loro poveri figli uscivano dai cinema più depressi e terrorizzati che divertiti. Detto questo, il film ha comunque momenti visivamente magnifici già a partire dai raffinatissimi titoli di testa, una suggestiva colonna sonora del fido (di Burton) Danny Elfman, i portentosi trucchi del maestro Rick Baker e un finale sardonico e beffardo che rimane nella memoria.

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