A.I.

In un futuro in cui gli oceani hanno sommerso gran parte della Terra, una giovane coppia decide di adottare David, un bambino meccanico (“Mecca”) capace di provare sentimenti ed emozioni reali, perché il loro figlio biologico, Martin, è costretto a restare in stato di ibernazione fino a quando non si troverà una cura per il male di cui soffre. Se la donna si affeziona immediatamente al nuovo “essere” che la chiama mamma, l’uomo considera David soltanto come un giocattolo e, al ritorno a casa del figlio “Orga” (Organico), impone alla moglie di allontanare il piccolo Mecca. Abbandonato in un bosco in compagnia del suo orsacchiotto di peluche, David si mette alla ricerca della Fata Turchina, l’unica che, trasformandolo in un bambino in carne e ossa, potrà restituirgli l’amore della sua mamma.

Nato da un progetto di Kubrick, che intendeva incrociare un brevissimo racconto di Brian Aldiss (Super Toys last all summer long) con il capolavoro di Collodi, A.I. è di fatto un film interamente spielberghiano, la favola più triste del creatore di E.T., che lui stesso ha provveduto a sceneggiare (non succedeva dai tempi di Incontri Ravvicinati). Commovente e con momenti strazianti (l’abbandono nel bosco) quando non agghiaccianti (“la Fiera della Carne”, David che incontra i suoi cloni), l’opera affronta temi vertiginosi e attualissimi come l’identità (David che, come faceva qualche anno fa la Rosetta dei fratelli Dardenne, ripete ossessivamente di essere se stesso come per autoconvincersene) e il rapporto tra etica e genetica (è lecito affezionarsi a un essere meccanico?, è giusto che lo spettatore soffra per le vicende di un robot?).

Imperfetto nella costruzione narrativa, troppo sommariamente diviso in tre blocchi abbastanza slegati fra loro, con dei momenti stiracchiati, e con soluzioni visive che a volte scadono nel fellinismo di maniera, A.I. tuttavia vale più di tanti film perfetti e senz’anima perché è coraggioso e affascinante come certi vecchi progetti di Coppola o di Herzog, perché contiene un’idea di cinema forte e impavida, perché regala sequenze che rimangono nella memoria, perché è abitato dalla presenza di un attore bambino prodigioso come Haley Joel Osment. Puro cinema che cerca la commozione dello spettatore e non se ne vergogna, che sbandiera fiero i suoi difetti come chi sa che, alla lunga, l’avrà vinta lui.

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